Bisogna risalire al 22 ottobre 1977 per trovare l’origine di una catena di sangue che avrebbe insanguinato per decenni le Serre calabresi, a cavallo tra le province di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria. Quel giorno, in località Cerasara del comune di Stilo, Nazzareno Salvatore Emanuele — padre degli odierni indagati Bruno e Gaetano — uccideva Bruno Vallelunga. Il movente, stando alle ricostruzioni investigative dell’epoca, era tanto banale quanto esasperante: una promessa di denaro non mantenuta.
I rapporti redatti all’epoca ricostruiscono che i due uomini, all’epoca ancora amici, si erano recati insieme alla fiera paesana di Vallelonga, nel Vibonese, dove era scoppiata una rissa. Nel tafferuglio entrambi avevano estratto il coltello. I Carabinieri erano intervenuti arrestando i rissanti, tra cui lo stesso Nazzareno Salvatore Emanuele , che aveva riportato una vistosa ferita al viso. Una volta scarcerato, Emanuele aveva chiesto a Vallelunga di mantenere l’impegno preso di contribuire economicamente alle spese di un intervento di plastica facciale. Vallelunga non tenne fede alla parola data. L’Emanuele lo uccise.
La risposta non tardò. A distanza di pochi mesi — precisamente il 28 marzo 1978 — lo stesso Nazzareno Salvatore Emanuele veniva assassinato. Per quell’omicidio venivano imputati, e poi prosciolti, Antonio e Cosimo Vallelunga, figli di Bruno, in concorso con Damiano Vallelunga, nipote della prima vittima. Veniva infine condannato Cosimo Vallelunga , fratello di Damiano, che si costituì ai Carabinieri facendo rinvenire il cadavere e l’arma utilizzata, risultando anche positivo al guanto di paraffina. Sembrava la fine di una storia privata. Era invece l’inizio di una guerra.
La faida si allarga: i Viperari contro il fronte degli Emanuele
Quando lo stesso Cosimo Vallelunga — dopo aver scontato la pena — veniva a sua volta eliminato, la logica della vendetta si trasformava in guerra aperta tra famiglie. I Vallelunga scatenavano uno scontro armato con gli Emanuele che coinvolgeva anche la famiglia di Vittorio, fratello di Nazzareno Salvatore Emanuele. Veniva ucciso Bruno Emanuele , figlio di Vittorio, sorpreso in aperta campagna insieme al proprio figlioletto. Non bastò: nella circostanza della sepoltura, all’interno del cimitero, fu attuato un ulteriore agguato a colpi d’arma da fuoco, nel quale rimase ferito lo stesso Vittorio Emanuele .
La contrapposizione si cristallizzò in due schieramenti netti. Da un lato i Vallelunga, sostenuti dai Turrà , dall’altro un vasto fronte che riuniva gli Emanuele di Mongiana, i Ciconte di Soriano Calabro, i Nardo di Sorianello, i Pisano e altri congiunti, con l’appoggio delle cosche Maiolo di Acquaro e Nardodipace. Il mandato di cattura del Tribunale di Catanzaro individuava due distinte associazioni mafiose: la cosca Emanuele-Ciconte-Maiolo e la cosca Vallelunga, contrapposte sul territorio del circondario di Serra San Bruno. La cruenta mattanza si concluse, secondo le evidenze giudiziarie dell’epoca, con la vittoria dei “Viperari” — come venivano chiamati i Vallelunga — che si distinsero, come annotavano i rapporti investigativi, per “straordinaria efferatezza e potenza criminale”.
Damiano Vallelunga: il boss delle Serre che sfidò persino i Mancuso
Al vertice della cosca vincente si impose la figura di Vallelunga Damiano, nato a Mongiana il 14 febbraio 1957, descritto da tutti i collaboratori di giustizia e confermato dalle pronunce giurisdizionali come un personaggio di elevatissimo spessore criminale, la cui carismaticità gli consentì un’affermazione ben oltre i confini della provincia vibonese.
Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Michele Ganino nell’ambito dell’operazione “Luce nei Boschi” sono illuminanti. Nell’anno 2010, Ganino spiegava agli investigatori come a capo della “società dell’Ariola” si collocasse proprio Damiano Vallelunga, e in subordine Antonio Altamura di Gerocarne. Il meccanismo descritto è quello classico della ‘ndrangheta: ogni 29 del mese il boss dei Viperari convocava i clan federati per la suddivisione dei profitti illeciti. Le varie articolazioni dovevano versare una percentuale — secondo Ganino compresa tra il 3 e il 4 per cento — ai “maggiorenti” dei Vallelunga, degli Altamura, dei Gallace e degli Emanuele. “Vallelunga era il più forte di tutti, dopo viene Antonio Altamura e dopo vengono tutti questi gruppi qua“, dichiarava Ganino nel verbale del 20 aprile 2011. “Vallelunga era più forte di Altamura“, confermava ai Carabinieri, precisando che il boss controllava Serra San Bruno e Fabrizia e che da Altamura le percentuali dovevano risalire fino a lui: “gli doveva dare due, tre milioni a Vallelunga”, nel linguaggio di quegli anni riferito alle vecchie lire.
La centralità di Vallelunga Damiano nel contesto criminale della ‘ndrangheta vibonese emerge anche in una sentenza della Corte di Assise di Catanzaro, che richiamava l’esistenza di una ‘ndrina riconducibile alla famiglia Vallelunga e sulle attività estorsive condotte ai danni degli imprenditori boschivi delle Serre. Il collegio giudicante non ritenne all’epoca sussistente l’ipotesi associativa, ma le risultanze acquisite — rilette alla luce delle successive inchieste “Mythos” e “Luce nei Boschi” — hanno poi consentito di ricostruire il ruolo apicale di Vallelunga quale capo locale operante tra i Comuni del basso Jonio Soveratese e le Serre Calabre.
La progressione criminale del boss non era rimasta indifferente ai Mancuso di Limbadi, la cosca egemone dell’intera provincia vibonese. Dalle intercettazioni ambientali captate il 22 febbraio 2002 nella sala colloqui del carcere di Pesaro, nell’ambito dell’operazione “Dynasty”, emergeva che Damiano Vallelunga aveva “alzato la cresta” con Pantaleone, Mancuso detto “Luni Scarpuni”, al punto da rendere necessario l’intervento diretto di Antonio Mancuso detto “zio Ntoni”. Le ragioni del contrasto: una richiesta di denaro che il boss dei Viperari aveva avanzato alla famiglia Mancuso per la realizzazione di una tratta autostradale.
Il cartello anti-Mancuso: gli Emanuele nel grande scacchiere vibonese
È in questo contesto di crescente insofferenza verso l’egemonia limbadese che gli Emanuele, i Vallelunga, i Bonavota di Sant’Onofrio, i cosiddetti Piscopisani e il gruppo di Andrea Mantella si ritrovarono a condividere una strategia comune. Le evidenze investigative acquisite all’esito dei processi “Gringia”, “Romanzo Criminale”, “San Michele” e “Rimpiazzo” hanno accertato l’esistenza di quello che gli atti giudiziari definiscono il “cartello di clan” contrapposto ai Mancuso.
La sentenza n. 80/2014 del Gup del Tribunale di Catanzaro, confermata dalla Corte d’Assise d’Appello, descrive con precisione la composizione dei due fronti: da un lato i Mancuso con i Patania di Stefanaconi e i Loielo di Sorianello; dall’altro i Bonavota, i Piscopisani, i Tripodi, gli Emanuele, i Vallelunga e il gruppo scissionista di Mantella. Il collaboratore Vincenzo, Albanese, genero di Rocco Bellocco, sintetizzava efficacemente la logica di quell’alleanza: “come posso notare rispondendo alle vostre domande, in effetti vi è una linea di alleanze ben definita, una “catena” nella quale sono collegate tra loro le cosche dell’area che non hanno rapporti idilliaci con i Mancuso“.
Il boss Damiano Vallelunga ,era così diventato uno degli architetti di questa confederazione antagonista, tanto da fungere da mediatore in controversie che coinvolgevano le diverse anime del cartello. Il collaboratore Andrea Mantella ricordava un incontro organizzato proprio da Vallelunga al quale aveva preso parte oltre Mantella, anche il boss di Sant’Onofrio Domenico Bonavota, per definire i rispettivi ambiti territoriali di competenza dopo alcune azioni armate condotte dal gruppo di Mantella su richiesta dei Giampà di Lamezia Terme. Vallelunga Damiano veniva ucciso il 27 settembre 2009 a Riace. La sua morte segnava la fine di un’epoca e apriva una nuova fase negli equilibri delle Serre.
La cosca Emanuele e il Locale dell’Ariola: ascesa attraverso il sangue
Già in epoca di predominio assoluto del boss Vallelunga, la cosca Emanuele — con a capo la figura di Bruno Emanuele, nato a Vibo Valentia il 30 novembre 1972 — si era ritagliata uno spazio operativo nell’ambito del Locale dell’Ariola. I Loielo, sino a quel momento vertici apicali della struttura criminale nell’area, avevano concesso agli Emanuele la gestione di alcuni territori di loro competenza.
Il rapporto si deteriorò rapidamente. L’atteggiamento aggressivo di Bruno Emanuele — che aveva osato imporre il pagamento di somme estorsive anche a ditte d’interesse della cosca Mancuso, vicina ai Loielo, e ad appartenenti di altre società di ‘ndrangheta — portò Giuseppe Loielo a riconsiderare la delega concessa. La rottura divenne insanabile.
Fino al luglio 1998, lo scontro intestino al Locale dell’Ariola aveva visto i Loielo contrapporsi principalmente ai Maiolo — i germani Rocco e Antonio, genitori rispettivamente di Francesco classe ’79 e Angelo classe ’84 il primo, e di Francesco classe ’83 il secondo. A partire dai primi anni Duemila, prese piede una sanguinosa faida che vide la struttura criminale degli Emanuele, affiancata dai discendenti dei fratelli Maiolo, procedere alla eliminazione fisica di tutti i componenti della fazione antagonista dei Loielo.
Il culmine fu raggiunto il 22 aprile 2002, quando venivano assassinati i fratelli Giuseppe Loielo e Vincenzo Loielo, sino a quel momento vertici apicali del sodalizio. Per questo duplice omicidio — preceduto da almeno due falliti agguati — la Corte di Assise di Catanzaro, con sentenza del 23 febbraio 2016, condannava alla pena dell’ergastolo Bruno Emanuele e Vincenzo Bartone, riconoscendo l’aggravante dell’aver commesso l’agguato per motivi di supremazia mafiosa e al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa riconducibile al gruppo Emanuele. La sentenza veniva confermata dalla Corte d’Assise d’Appello il 16 febbraio 2018 e dalla Corte di Cassazione il 2 ottobre 2018.
Il collaboratore di giustizia Forastefano Antonio, reo confesso, aveva ricostruito il movente: “la decisione di uccidere i fratelli Loielo era stata assunta da Bruno, il quale gli aveva confidato che aveva ‘problemi con i fratelli Loielo… per roba di territorio'”. Il collaboratore Enzo Taverniti aveva aggiunto un dettaglio cruciale: in una riunione avvenuta dopo l’uscita dal carcere di Giuseppe Loielo, quest’ultimo si era lamentato del comportamento di Emanuele e gli aveva tolto il controllo su alcuni comuni in precedenza assegnatigli. A distanza di pochi mesi si consumava l’omicidio.
La seconda faida dei boschi: una scia di sangue documentata atto per atto
Dopo l’assassinio dei fratelli Loielo e un periodo di apparente tregua, la faida tornò a infiammarsi con violenza rinnovata. Le evidenze investigative documentano con precisione la cronologia degli agguati che si susseguirono a partire dall’anno 2012, dopo l’uccisione di Damiano Vallelunga e l’esecuzione dell’ordinanza cautelare nell’ambito dell’operazione “Luce nei Boschi”:
Il 1° aprile 2012 a Sorianello scampava ad un agguato Giovanni Emmanuele, esponente apicale della cosca, mentre era a bordo della propria autovettura. Il 2 giugno 2012 a Sorianello veniva assassinato Nicola Rimedio , legato da vincoli parentali al clan Loielo. Il 22 settembre 2012 a Gerocarne cadeva sotto i colpi di arma da fuoco Antonino Zupo, affiliato alla cosca Emanuele. Tre giorni dopo, il 25 settembre, nel comune di Sorianello veniva assassinato Domenico Ciconte, vicino al clan Loielo. Il 25 ottobre 2012 a Pizzoni scampava ad un agguato Tassone Domenico, affiliato agli Emanuele, mentre rimaneva ucciso il diciannovenne Ceravolo Filippo, vittima innocente della cruenta faida.
La catena continuava: il 12 aprile 2013 a Gerocarne veniva assassinato Salvatore Lazzaro, affiliato al clan Loielo; il 21 luglio 2014 scampava ad un agguato Valerio Loielo; il 22 ottobre 2015 in località Ariola del Comune di Gerocarne, un agguato a colpi d’arma da fuoco sfiorava Antonino Loielo , la compagna, il figlio e le due sorelle minorenni di 13 anni e di soli 5 anni, miracolosamente rimaste illese.
Gli agguati proseguivano nel 2017 con i tentativi di omicidio ai danni di Giovanni Alessandro Nesci (il 1° aprile e poi ancora il 28 luglio, quando rimaneva ferito anche il fratello minore Manuel), l’omicidio il 21 giugno 2017 di Salvatore Inzillo , vicino alla cosca Emanuele, e il 25 settembre 2017 lo scampato attentato ai danni di Nicola Ciconte, colpito dalla deflagrazione di un ordigno esplosivo.
Il ruolo di Mancuso Pantaleone: il “regista” che sosteneva i Loielo
Dietro alla persistenza bellica dei Loielo c’era una regia precisa. Le evidenze investigative della Dda di Catanzaro documentavano il sostegno diretto di Pantaleone Mancuso, detto “Luni Scarpuni”, alla cosca dei Loielo nella sua contrapposizione armata agli Emanuele. Nella conversazione captata il 6 febbraio 2013 all’interno del “Bar Tony” di Nicotera Marina — frequentato abitualmente da Scarpuni come una sorta di quartier generale informale — il boss incoraggiava Rinaldo Loielo, figlio dei due fratelli assassinati da Bruno Emanuele, nella ricerca di una “bomba” da usare contro l’esponente apicale della cosca avversa.
“Intanto questo lo dobbiamo toccare! È lui è quello che dirige là più o meno“, diceva il giovane Loielo nella conversazione intercettata. Mancuso rispondeva disponendosi a trovare l’ordigno: “adesso vedo se lo trovo questa cosa… è che sono cose delicate, capisci?”. Quella bomba fu poi sequestrata il 23 febbraio 2013 a Rosarno, dove Rinaldo Loielo e il cognato Pagano Filippo venivano arrestati in flagranza. Per quella cessione, Mancuso Pantaleone riportava una condanna definitiva — 5 anni e 4 mesi di reclusione — per aver ceduto l’ordigno con la finalità di agevolare la cosca di ‘ndrangheta denominata clan Mancuso e cosche collegate.
Il Tribunale di Vibo Valentia aveva chiarito il senso di quell’azione: “le micidiali potenzialità offensive dell’ordigno, le dichiarate modalità di utilizzo dello stesso, il chiaro tenore delle intercettazioni e la pacifica esistenza in atto di un conflitto tra clan condotto a colpi di faida denotano la chiara destinazione della bomba non già alla attuazione di vendette personali ma alla uccisione di un componente di un gruppo avverso“. Quella vittima designata, secondo le successive dichiarazioni del collaboratore Loielo Walter, era Domenico Zannino, esponente di spicco della cosca Emanuele.
Gli Emanuele e i Piscopisani: un’alleanza documentata e le condanne definitive
Parallelamente alla contrapposizione sul territorio delle Serre, gli Emanuele intessevano solidi rapporti con la cosca dei Piscopisani di Vibo Valentia, entrambi componenti del cartello anti-Mancuso. Le evidenze investigative dell’operazione “Rimpiazzo” documentavano la presenza di Domenico Zannino, esponente della cosca Emanuele, nel “covo di via Arenile” di Vibo Marina, dove alcuni componenti dei Piscopisani si erano rifugiati dopo l’omicidio di Fortunato Patania. In quel luogo Zannino partecipava a conversazioni sulle dinamiche interne di entrambe le organizzazioni.
Il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato , esponente di spicco dei Piscopisani poi divenuto collaboratore, è stato descritto come l’anello di congiunzione tra le due cosche, grazie ai suoi legami parentali con la famiglia Idà , cognata dei fratelli Emanuele, Bruno e Gaetano. Moscato ha riferito di diversi incontri preparatori con Giovanni Emmanuele, Franco Idà detto “Nuccio o Linuccio” e Zannino, finalizzati persino a organizzare la fuga dal carcere di Emanuele Bruno, progetto abbandonato solo dopo che il boss era stato assegnato al regime del 41 bis.
La condanna definitiva di Emanuele Bruno — ergastolo per il duplice omicidio dei fratelli Loielo, 24 anni per associazione mafiosa quale capo del Locale dell’Ariola, ulteriore ergastolo per l’omicidio di Antonio Bevilacqua avvenuto a Cassano allo Ionio nel 2004 — cristallizzava giuridicamente l’ascesa criminale documentata nell’inchiesta. Il fratello Gaetano Emanuele veniva condannato a 15 anni di reclusione quale reggente dell’articolazione militare in assenza del fratello, mentre Franco Idà veniva condannato a 12 anni e 6 mesi quale stretto coadiutore del capo cosca.
Un’altra sentenza del Tribunale di Vibo Valentia, confermata dalla Corte d’Appello di Catanzaro diventata definitiva a seguito della pronuncia della Corte di Cassazione n. nel 2018, riconosceva così l’esistenza e l’attualità di una associazione mafiosa di stampo ‘ndranghetistico denominata “Locale dell’Ariola”, con al suo vertice gli Emanuele e con radici in decenni di sangue, faide e conquista del territorio tra le montagne calabresi.




