Documenti d’identità prestati, tessere sanitarie rinnovate, schede telefoniche intestate a terzi, soldi inviati con money transfer e un appartamento nel quartiere di San Teodoro, a Genova, dove la latitanza sarebbe scivolata per quasi cinque anni. È questo il mosaico ricostruito dai carabinieri del Ros, coordinati dalla pm Monica Abbatecola, nell’indagine sulle presunte coperture che avrebbero protetto Pasquale Bonavota tra il 2018 e il 2023.
Il Tribunale di Genova, su richiesta della Dda di Genova, ha applicato la misura cautelare per tre dei nove indagati: Rocco Spagnolo, Antonio Serratore e Domenico Ceravolo, tutti già detenuti per altri motivi. Altri cinque restano indagati a piede libero. L’ipotesi accusatoria è quella di favoreggiamento aggravato, con l’aggravante mafiosa, per avere agevolato la latitanza di un uomo che per le Procure antimafia è stato per anni il capo della locale di ’ndrangheta di Sant’Onofrio.
La latitanza genovese
Secondo le carte dell’inchiesta, Bonavota – irreperibile dopo la condanna all’ergastolo pronunciata dal Gup di Catanzaro nel novembre 2018 nell’ambito del procedimento poi confluito nel maxi processo Rinascita Scott – avrebbe trovato a Genova una rete stabile di sostegno logistico e materiale.
La base operativa sarebbe stata un appartamento di via Bologna, nel quartiere di San Teodoro. Attorno a quell’indirizzo, per gli investigatori, ruotava una “girandola” di comunicazioni tra schede telefoniche intestate a conoscenti o parenti di alcuni indagati, in particolare della famiglia Cartisano, e contatti con Serratore. Un sistema che avrebbe garantito al latitante sostentamento, comunicazioni e identità alternative.
Cibo, soldi e telefoni: il ruolo di Serratore
Tra le posizioni più delicate c’è quella di Antonio Serratore, nato a Vibo Valentia nel 1974, già detenuto per un altro procedimento penale, ritenuto dagli inquirenti figura apicale dell’articolazione piemontese dei Bonavota con base tra Carmagnola e Moncalieri. Secondo l’accusa avrebbe fornito generi alimentari e medicinali, oltre a consegnare personalmente a Genova, nel giugno 2022, un telefono cellulare destinato a conversazioni riservate.
Non solo. In due occasioni, nell’ottobre e novembre 2021, avrebbe inviato tramite RIA Italia somme pari a 600 e 640 euro, formalmente destinate a un altro indagato ma, secondo gli inquirenti, di fatto nella disponibilità di Bonavota, che avrebbe utilizzato documenti contraffatti per incassarle.
L’identità parallela: documenti e tessere sanitarie
La ricostruzione investigativa attribuisce a Domenico Ceravolo, nato a Torino nel 1977, il ruolo di fornitore di identità. Avrebbe consegnato copia della propria carta d’identità elettronica e della tessera sanitaria rilasciata dalla Regione Piemonte, impegnandosi a mantenerle valide per consentirne l’utilizzo al latitante. Documenti che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero permesso l’accesso a servizi e prestazioni, garantendo libertà di movimento anche durante l’emergenza pandemica. Ceravolo, ex sindacalista della Filca Cisl di Torino, è stato condannato a novembre a otto anni e dieci mesi nell’ambito del processo Factotum. Un profilo che gli investigatori descrivono come quello di un “insospettabile”.
La casa e il bar: Spagnolo e la rete genovese
A Rocco Spagnolo, nato a Siderno nel 1966, viene contestato di avere contribuito alla ricerca di una sistemazione abitativa nel giugno 2020 e di avere incontrato più volte Bonavota in un bar genovese, nel quartiere di Marassi. Nel medesimo contesto, gli atti citano anche Francesco Filippone, gestore del locale, che avrebbe offerto pasti e possibilità di comunicazione con l’esterno, oltre a fungere da tramite per messaggi diretti in Calabria. Spagnolo è stato già condannato in un’altra inchiesta legata al traffico di droga dal carcere di Marassi.
Gli altri indagati e la “rete”
L’inchiesta tocca anche Vincenzo Bonavota, figlio di Nicola, fratello di Pasquale; Domenico e Giuseppe Cartisano, e Francesco Lopreiato. A vario titolo avrebbero fornito schede telefoniche intestate a terzi, documenti per la creazione di identità fittizie e supporto logistico continuativo. Per la Procura, una rete familiare e relazionale che avrebbe consentito al superlatitante di muoversi e comunicare senza esporsi. Le contestazioni richiamano l’aggravante mafiosa, per avere agevolato un soggetto accusato di partecipazione e vertice di associazione mafiosa.
Il paradosso Bonavota: dal 41 bis alla libertà
E qui si innesta il paradosso. Per anni descritto dalle Procure come capo clan, Bonavota è stato arrestato nell’aprile 2023 nella cattedrale di Genova, dopo una latitanza durata quasi cinque anni. Sottoposto al 41 bis, il regime carcerario duro riservato ai detenuti per mafia, è stato poi assolto in appello nel maxi processo Rinascita Scott. Le accuse sono cadute, le condanne annullate. Oggi, tecnicamente, è un uomo libero e incensurato. Un presunto boss per la cronaca giudiziaria, un vertice mafioso per anni nelle carte delle Procure, ma senza condanne definitive a suo carico.









