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22 Aprile 2026
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“Marina è morta due volte: prima in sala operatoria, poi nel silenzio della giustizia a Catanzaro”. La denuncia della famiglia

Secondo la famiglia e una consulenza tecnica, la morte sarebbe legata a errori durante l’intervento e complicazioni successive. Denunciati anche ritardi nell’inchiesta e il rischio prescrizione: “Non chiediamo vendetta ma verità”

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Il 16 luglio 2023 Marina D’Agostino è morta. Ma per il marito Francesco Lentini e i figli Raffaele e Danilo, la sua morte è avvenuta due volte: la prima su un tavolo operatorio dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Renato Dulbecco” di Catanzaro, la seconda nei corridoi silenziosi di una giustizia che ancora non ha fatto il suo corso. A quasi tre anni da quella data, la famiglia ha deciso di rompere il silenzio con una lettera aperta rivolta agli organi di informazione, chiedendo che il procedimento penale esca dall’oblio in cui è precipitato. “Il 16 luglio 2023, la nostra famiglia è stata distrutta”, scrive Francesco Lentini. “Marina è entrata in ospedale per essere curata e non è mai più tornata a casa.”

La perizia: “imperizia” e “errori di esecuzione tecnica”

Dopo la querela presentata dai familiari, la Procura della Repubblica ha incaricato dei periti di ricostruire quanto accaduto in sala operatoria. Le conclusioni, depositate il 28 giugno 2024, sono state inequivocabili. Secondo i consulenti tecnici, la morte di Marina D’Agostino è stata causata da una catena di eventi innescata da una grave emorragia durante l’intervento neurochirurgico. I periti hanno individuato “chiari profili di responsabilità colposa” e “imperizia a carico dei neurochirurghi“.

L’equipe medica avrebbe commesso, stando agli esperti, “errori di esecuzione tecnica” che provocarono una perdita di sangue massiva e che, cosa ancora più grave, non riuscirono ad arrestare in tempo. La conseguenza fu una grave ipossia cerebrale — privazione di ossigeno al cervello — che causò un danno irreversibile e, infine, il decesso. “Le loro conclusioni sono state una pugnalata al cuore”, ammette il marito, “ma anche la conferma dei nostri peggiori timori.”

Il secondo calvario: infezioni nosocomiali e batteri resistenti

La tragedia non si è consumata soltanto in sala operatoria. Secondo quanto raccontato dal marito della donna, nei mesi successivi, mentre Marina giaceva in coma, il suo corpo devastato ha dovuto affrontare una sequenza di infezioni ospedaliere. La donna è stata colpita dalla Klebsiella New Delhi — un batterio noto per la sua resistenza agli antibiotici — dallo Pseudomonas aeruginosa e da una sepsi di origine nosocomiale. “Un’agonia nell’agonia”, la definisce Francesco. La stessa consulenza tecnica depositata in Procura suggerisce che questo secondo calvario possa essere riconducibile all'”inosservanza delle più basilari pratiche di assistenza” — le norme igieniche fondamentali che dovrebbero tutelare ogni paziente ricoverato.

Il fascicolo fantasma: due anni a Cosenza, poi il silenzio di Catanzaro

A fronte di conclusioni peritali così nette, i familiari si aspettavano un iter giudiziario spedito. È accaduto l’opposto. Il fascicolo penale è rimasto fermo per quasi due anni presso la Procura di Cosenza, prima di essere trasferito per competenza territoriale alla Procura di Catanzaro il 18 giugno 2025. Da allora, riferisce la famiglia, sono trascorsi altri dieci mesi di silenzio assoluto. “Oggi, quasi tre anni dopo l’inizio di questo incubo, ci sentiamo traditi e abbandonati”, denuncia Lentini. “La giustizia, per Marina, si è persa nei corridoi dei palazzi.” E ancora: “Il silenzio uccide la speranza e avvicina lo spettro della prescrizione.”

È proprio questo il timore più concreto della famiglia: con il trascorrere del tempo, il reato rischia di estinguersi, “lavando le responsabilità”, come scrive il marito, “e lasciando la morte di Marina senza un colpevole.”

“Non chiediamo vendetta, ma la dignità della verità”

La lettera aperta della famiglia è una richiesta precisa, rivolta alla stampa e attraverso di essa alle istituzioni competenti: che il procedimento venga riattivato prima che il tempo lo vanifichi. “Abbiamo riposto la nostra fiducia nello Stato”, scrive Francesco Lentini. “Non chiediamo vendetta, ma la dignità della verità. Chiediamo che lo Stato faccia il suo dovere e che il procedimento per la morte di mia moglie esca dall’oblio. Lo dobbiamo a Marina, una donna entrata in ospedale per essere curata e mai più tornata a casa. Lo dobbiamo a ogni cittadino che crede che la vita umana valga più di un fascicolo dimenticato su una scrivania.”

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