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11 Giugno 2026
11 Giugno 2026
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Blitz della Dia di Genova, smantellata rete di telefoni in carcere per agevolare la ’ndrangheta: 31 indagati

Perquisizioni in dodici penitenziari, anche quello di Rossano, contro detenuti per reati di mafia che utilizzavano apparati telefonici, introdotti anche da familiari, per mantenere attivi i collegamenti con le cosche.

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Il Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) di Genova, coadiuvato da reparti della Polizia Penitenziaria, della Polizia di Stato e dei Carabinieri, ha dato esecuzione all’ordinanza della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo per perquisizioni mirate. L’operazione, denominata “Smartphone”, riguarda un totale di 31 indagati a vario titolo e si concentra su 12 detenuti ristretti in diverse carceri italiane: Fossano (Cuneo), Ivrea (Torino), Alessandria, Cuneo, Tolmezzo (Udine), Chiavari (Genova), La Spezia, Parma, San Gimignano (Siena), Lanciano (Chieti), Rossano (Cosenza) e Santa Maria Capua Vetere (Caserta).

Le accuse e l’aggravante mafiosa

Gli indagati sono sottoposti a indagini per aver indebitamente procurato apparati telefonici o altri dispositivi idonei a effettuare comunicazioni, o per averne comunque consentito l’uso all’interno degli istituti penitenziari. Il reato è aggravato dal fine di agevolare le attività delle associazioni mafiose.

L’operazione ha permesso di monitorare il traffico e l’utilizzo di oltre 150 apparecchi telefonici cellulari e 115 schede SIM da parte di detenuti per reati di mafia, in particolare quelli ristretti nelle sezioni di Alta Sicurezza del carcere di Genova-Marassi. L’uso dei dispositivi aveva lo scopo di “mantenere saldi e attuali collegamenti con mafiosi liberi o ristretti in altri penitenziari, così da far pervenire le cosiddette ambasciate, agevolando pertanto l’attività delle cosche di ‘ndrangheta“.

Il metodo di introduzione e gli apparati sequestrati

I cellulari, alcuni dei quali di piccolissime dimensioni, erano dotati di schede SIM attivate presso “negozi compiacenti di telefonia, del centro storico di Genova“, intestate a cittadini stranieri inesistenti o ignari.

Questi dispositivi venivano introdotti attraverso pacchi spediti o consegnati in occasione delle visite dei familiari in carcere, anch’essi indagati, e fatti circolare successivamente tra i detenuti. Durante l’indagine, condotta in collaborazione con la Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Genova-Marassi, sono stati sequestrati numerosi apparati telefonici il cui traffico analizzato ha permesso di rafforzare il quadro indiziario a carico degli indagati.

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