Si chiude il processo di primo grado per dodici imputati giudicati con rito abbreviato, coinvolti nell’inchiesta della Dda, nome in codice “Clean Money” contro presunti capi e gregari del clan dei Gaglianesi, che da braccio operativo delle famiglia Arena di Isola Capo Rizzuto, dei Grande Aracri di Cutro, sarebbe diventato un autonomo gruppo di ‘ndrangheta che esercita la sua pressione mafiosa sui quartieri Pistoia, Corvo, Aranceto, Germaneto e Catanzaro Lido, in competizione con le altre associazioni mafiose. La ‘ndrangheta di Gagliano con epicentro nella zona Nord della città di Catanzaro, diventato il suo fortino, avrebbe controllato il territorio con le estorsioni, le rapine, i danneggiamenti, la detenzione e porto illegale di armi, il riciclaggio, il traffico di sostanze stupefacenti, acquisendo la gestione delle attività economiche, arrivando persino a condizionare la vita politica locale.
Le assoluzioni
Il gup del Tribunale di Catanzaro Fabiana Giacchetti ha sentenziato 5 assoluzioni, una prescrizione e sei condanne, a pene comprese tra i 12 anni e 1 anno e 9 mesi di reclusione, ridimensionando il quadro accusatorio della Direzione distrettuale antimafia. Sono stati assolti Roberto Corapi, di Catanzaro, )difeso dagli avvocati Saverio Loiero e Vittoria Aversa), a cui era contestato il capo associativo, mentre il pm in aula ha invocato 10 anni di reclusione, Stefania Costanzo, di Catanzaro, nei cui confronti il magistrato ha invocato la prescrizione, Silvano Mancuso (assolto come richiesto dal pm). E ancora assolti Antonio Procopio, di Catanzaro e Rodolfo Savio Giuseppe Procopio di Catanzaro, con la formula “perché il fatto non sussiste), mentre ha sentenziato il non luogo a procedere per Antonio Donato, di Catanzaro, perché il reato è estinto per intervenuta prescrizione, previa esclusione dell’aggravante mafiosa.
Le condanne e le richieste del pm
Il gup distrettuale del Tribunale di Catanzaro ha condannato Francescopaolo Morabito, di Catanzaro, a 12 anni e 8 mesi di reclusione (il pm in aula ha invocato 20 anni di reclusione); Andrea Fava, di Catanzaro, 5 anni, 4 mesi di reclusione e 2mila euro di multa (il pm in aula ha chiesto 12 anni e 2.800 euro di multa); 11 anni e 6 mesi di reclusione in luogo dei 20 anni richiesti dal pubblico ministero per Emanuele Riccelli, di Catanzaro; Sergio Rubino, di Catanzaro, 3 anni e 4 mesi e 6.667 euro di multa (chiesti dal pubblico ministero 6 anni e 30mila euro di multa), nei confronti di Manuel Pinto, di Catanzaro, 8 anni e 8 mesi di reclusione (il pm ne ha chiesti 20) e per il collaboratore di giustizia Tommaso Rosa di Crotone, 1 anno, 9 mesi, 10 giorni e 1.778 euro di multa (il pm ha chiesto 1 anno e 2mila euro di multa). Per altri quarantadue imputati, che hanno scelto di proseguire l’ordinaria udienza preliminare, e già stati rinviati a giudizio, è in corso l’udienza dibattimentale (LEGGI).
I summit e i conflitti tra cosche
Il punto di riferimento del clan, per la Dda, è Lorenzo Iiritano, giudicato con rito ordinario colui che avrebbe partecipato ai summit nella Casa del Popolo di Gagliano, mantenendo i rapporti con le altre cosche, risolvendo i conflitti tra la cosca Iozzo di Chiaravalle e i fratelli Costanzo, Vitaliano e Raffaele, a causa dell’aggressione attuata da questi ultimi ai danni di un cugino disabile degli Iozzo. Iiritano si sarebbe dedicato alle nuove leve, come Pancrazio Opipari che si sarebbe vantato di essere suo nipote e Manuel Pinto “a zie mi ha cresciuto”, dirigendo l’attività criminale del clan votata alle estorsioni, suddividendone i proventi tra gli affiliati.
Manifesti elettorali affissi in cambio di denaro
Avrebbe avuto anche un potere censorio sulle condotte degli altri associati, ad esempio quando avrebbe ripreso Opipari, raccomandandogli di non parlare troppo al telefono. Il capo storico del clan, per la Procura distrettuale è Pietro Procopio, referente su Catanzaro delle altre cosche calabresi e del clan di Gagliano sul quartiere Santa Maria, tanto da venir spesso investito delle problematiche riguardanti i cittadini di quel quartiere. Avrebbe provveduto a mantenere in carcere, all’epoca dei fatti, il capo clan Girolamo Costanzo, versando mensilmente del denaro. E sarebbe stato anche colui che avrebbe autorizzato l’affissione dei manifesti elettorali a Catanzaro, facendosi dare in cambio somme di denaro.
Il potere di mettere da parte gli affiliati rei di “trascuranze”
Si sarebbe avvalso di alcuni uomini di sua fiducia, quali Vincenzo Graziano Santoro e Vitaliano Cannistrà per portare ambasciate e per essere informato costantemente su quello che accadeva nella zona Sud della città. Santoro per anni autista di Procopio, avrebbe coordinato un gruppo di uomini: Manuel Pinto, Emanuele Riccelli, Francesco Paolo Morabito, Carlo Maria Cassala, dediti alle estorsioni, agli atti intimidatori, adottando ogni cautela necessaria per eludere le indagini. Santoro avrebbe partecipato con un ruolo direttivo alle attività illecite del clan, con il potere di mettere da parte affiliati rei di “trascuranze”, mentre Tommaso Patrizio Aprile sarebbe stato l’anello di congiunzione tra il clan dei Gaglianesi e la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto, partecipando alle riunione alla Casa del Popolo, anche durante il periodo in cui è stato sottoposto alla sorveglianza speciale dal 10 agosto 2014 al 10 agosto 2018. Durante il periodo di contrapposizione dei Gaglianesi a Pierino Gennaro Mellea, si sarebbe recato, armato, a Siano con Opipari alla ricerca di Mellea. Partecipe delle attività finalizzate al controllo del territorio, avrebbe messo in atto usure, estorsioni e atti di violenza finalizzati ad incutere timore, anche nei confronti di giornalisti e liberi professionisti.
“Ogni pagghiune che fa, mi deve dare qualcosa”
La sua vocazione? Le tangenti sulle truffe. Attraverso l’emissione di assegni falsi, avrebbe preteso una percentuale su ogni truffa commessa come condizione per la sua autorizzazione alla perpetrazione delle frodi sul territorio di Catanzaro “… a prescindere che lui ogni “pagghiune” che fa, ora glielo dico, mi deve dare qualche cosa, per forza… la tangente… se no da Catanzaro se ne deve andare…”. Avrebbe esercitato il suo potere criminale anche dal carcere, tanto che durante il periodo di detenzione avrebbe fatto pervenire, tramite Antonio Giglio, già arrestato nell’ambito dell’operazione Fashion, messaggi minatori ai carabinieri che hanno svolto le indagini nei suoi riguardi.
“Ti disconosce la famiglia di qua”
Il braccio destro di Iiritano è, secondo le ipotesi di accusa, Ercole Zirpoli, di cui fa le veci nel periodo in cui lo stesso Iiritano è detenuto, riferendo, ad esempio, a Pinto che il capo disapprovava la sua relazione con una donna e che se l’avesse proseguita avrebbe dovuto fare i conti con Iritano una volta che questi fosse uscito di galera “mi hanno chiamato… Ercolino Zirpoli… questo… eh… con altri due, mi ha detto “ah, tu però non ti puoi fidanzare con… perchè quando esce Enzo… “ ti disconosce la famiglia’ di qua“… Avrebbe intessuto rapporti con la cosca Carpino di Petronà, rifornendo di sostanza stupefacente l’associazione dedita al narcotraffico facente capo a Giuseppe Rocca, incontrato di frequente, raccogliendo le estorsioni su Catanzaro per conto del clan di Gagliano.
I partecipi dell’associazione
Pancrazio Opipari partecipe del clan avrebbe condiviso consapevolmente il programma criminale dell’associazione, disponibile ad operare sotto le direttive del vertice, mentre Vitaliano Cannistrà sarebbe stato il luogotenente di Pietro Procopio a Catanzaro Sud, informato costantemente delle dinamiche criminali e Michele Muraca l’uomo di fiducia di Tommaso Aprile, per conto del quale avrebbe mantenuto i rapporti con Massimo Longo, pregiudicato di Catanzaro, definito contiguo alle cosche del Vibonese. Emanuele Riccelli insieme a Pinto e Francesco Paolo Morabito, secondo le ipotesi accusatorie, farebbe parte del gruppo di Gaglianesi, gestito da Santoro, tutti impiegati nel compimento di atti di intimidazione finalizzati ad ottenere il pagamento delle estorsioni. Sono definiti partecipi dell’organizzazione mafiosa anche Domenico Rizza, Roberto Corapi, Alessandro Basile, quest’ultimo uomo di fiducia di Iiritano e Tommaso Aprile, di cui si fa portavoce e gli copre le spalle, mentre Cosimino Abbruzzese, alias “ Tubo”in forza dell’autorevolezza goduta all’interno della comunità dei rom di Catanzaro, avrebbe svolto in seno al clan di Gagliano la funzione di raccordo tra la cosca di Gagliano e il gruppo degli zingari, facente capo allo stesso Abbruzzese. Accuse crollate per Corapi alla luce del verdetto del giudice. assolto per non aver commesso il fatto.
Il collegio difensivo
Sono impegnati nel processo con rito abbreviato oltre gli avvocati Saverio Loiero e Vittoria Aversa, anche Giovanni Merante; Giuseppe Fonte; Sergio Rotundo e Toni Sgromo.











