22 Luglio 2026
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Revenge Porn Cosenza, confermata la condanna per il divulgatore seriale: negli hard disk 7mila file con i nomi delle vittime

I giudici di secondo grado di Catanzaro ribadiscono la colpevolezza del fotografo e divulgatore cosentino, già al centro di un'inchiesta della trasmissione "Le Iene"

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Il contrasto ai reati di violenza di genere e alla diffusione illecita di contenuti sensibili segna un punto fermo nelle aule di giustizia calabresi. La Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta dal dottor Antonio Giglio, ha confermato la condanna per il reato di “Revenge Porn” a carico di D.N., fotografo e divulgatore di Cosenza, noto alle cronache anche per un servizio giornalistico della trasmissione televisiva “Le Iene” andato in onda il 14 maggio 2024. Il dispositivo di sentenza, emesso il 10 luglio 2026 nell’ambito del procedimento penale numero RG 1690-24, ribadisce le responsabilità dell’uomo, che era stato intercettato dall’inviata Nina Palmieri su via Panebianco e intervistato a piazza Europa proprio in merito alla diffusione non consensuale di immagini e video relativi a performance sessuali con ignare partner.

Il processo ha ripercorso dettagliatamente la condotta emersa già nel giudizio di primo grado. L’imputato aveva sistematicamente diffuso sulla rete internet, all’interno di numerosi siti pornografici e blog, filmati e materiale fotografico che ritraevano i rapporti intimi con le sue compagne. Le riprese venivano effettuate il più delle volte in maniera non consensuale e l’autore provvedeva a editare digitalmente i file in modo che il proprio volto non apparisse mai, esponendo così le sole donne, a loro insaputa, al pubblico del web e violandone radicalmente la sfera privata.

L’archivio informatico scoperto dalla Polizia Postale e la perizia forense

Le indagini penali sono scattate tempestivamente a seguito della denuncia formale presentata presso gli uffici della Polizia per la Sicurezza Cibernetica della sezione di Cosenza da parte di due delle numerose vittime, accortesi casualmente della presenza online dei propri video intimi. La successiva perquisizione domiciliare eseguita dagli agenti informatici nell’abitazione dell’uomo ha permesso di sequestrare diversi dispositivi elettronici, rivelando un quadro descritto dagli inquirenti come sistematico. All’interno degli hard disk sono state infatti rinvenute circa 7mila fotografie, unitamente a filmati e appunti personali riferibili a moltissime donne, catalogati in cartelle digitali suddivise in maniera meticolosa e contrassegnate ciascuna con il nome della rispettiva vittima.

La sussistenza del reato e la paternità delle pubblicazioni in rete sono state corroborate dagli accertamenti tecnici effettuati dall’analista forense Sara Capoccitti, la quale ha certificato in sede peritale sia il contenuto dei supporti sia l’esatta fonte di divulgazione del materiale pornografico. Tra le piattaforme interessate dalla diffusione illecita, i video di una delle donne che hanno sporto denuncia erano stati caricati anche sul noto sito sessista “Phica.net”, portale già oggetto di esposti e denunce da parte del collettivo femminista Fem.In.

Il risarcimento dei danni e la battaglia legale per il gratuito patrocinio

In sede giudiziaria, le tesi difensive sostenute dalle legali di parte civile, gli avvocati Amelia Ferrari e Carla Scarpino Arcuri, hanno messo in luce le devastanti e permanenti ripercussioni che la diffusione di tali contenuti ha provocato sulla vita personale, professionale e familiare delle vittime. Le argomentazioni delle penaliste hanno trovato pieno accoglimento da parte del collegio giudicante della Corte d’Appello, che ha confermato il pieno diritto delle persone offese al risarcimento dei danni patiti.

La vicenda ha assunto anche una forte valenza di carattere sociale e legislativo. L’associazione ADPS, attraverso la propria struttura del centro studi, sta attivamente promuovendo una serie di iniziative politico-istituzionali affinché il reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, disciplinato dall’articolo 612-ter del Codice Penale, possa beneficiare del gratuito patrocinio a spese dello Stato, al pari degli altri reati di violenza inseriti nel pacchetto normativo del “Codice Rosso”. L’obiettivo dell’azione associativa mira a colmare l’attuale vuoto normativo, garantendo una tutela legale accessibile e immediata a tutte le vittime di reati informatici di natura sessuale.

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