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13 Maggio 2026
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Rinascita Scott, altro che flop. La verità che non piace: perché il maxi processo alla ‘ndrangheta non è crollato

I numeri e le sentenze smentiscono la lettura semplicistica dell’inchiesta: l’associazione mafiosa è stata riconosciuta, i vertici condannati, le pene rimodulate per ragioni giuridiche precise

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C’è un dato che più di ogni altro racconta la distanza tra la realtà dei tribunali e la narrazione che se ne è fatta: la sentenza d’Appello del maxi processo Rinascita-Scott è arrivata nel silenzio quasi assoluto dei grandi media nazionali. Nessun titolo di apertura, poche analisi per davvero approfondite, nessuna assunzione di responsabilità da parte di chi, per mesi, aveva annunciato il crollo imminente dell’impianto accusatorio.
Eppure, i numeri parlano chiaro. E raccontano una storia molto diversa.

Non è vero che il processo è stato smontato. Non è vero che la Dda abbia fallito. Non è vero che la ’ndrangheta vibonese sia evaporata nelle aule di giustizia. È vero l’opposto: il sistema mafioso è stato riconosciuto, confermato, condannato.
Quello che è venuto meno non è la mafia, ma una parte della sua rappresentazione giudiziaria più ambiziosa, quella che la descriveva come una macchina economica onnivora, capace di trasformare ogni attività produttiva in un ingranaggio del proprio dominio. La sentenza d’Appello non ha demolito. Ha riscritto. E lo ha fatto con un lavoro che non ha nulla di ideologico e molto di chirurgico.

I numeri che smentiscono il “flop”

Quando si guardano i dati complessivi del procedimento, il racconto del “flop” diventa semplicemente indifendibile. Su 338 imputati iniziali, allo stato attuale, le condanne – tra definitive e non definitive – sono 220. Circa il 65 per cento. Una percentuale che non solo regge il confronto con i grandi maxi-processi antimafia italiani, ma si colloca perfettamente dentro la loro media storica. È accaduto a Palermo, è accaduto a Catanzaro, è accaduto ovunque lo Stato abbia provato a misurarsi con organizzazioni criminali strutturate. Chi si stupisce di assoluzioni e prescrizioni dimostra di non conoscere – o di voler ignorare – la storia giudiziaria italiana, quella dei maxiprocessi, la natura stessa del reato associativo mafioso, che richiede prove complesse, riscontri incrociati, dimostrazioni individualizzate della partecipazione consapevole al sodalizio. È esattamente per questo che i processi di mafia non producono mai percentuali plebiscitarie. Ed è proprio questa complessità a rendere solide le condanne che restano.

Le condanne che restano e la mafia certificata

In Appello, il verdetto sul filone ordinario è stato netto nei suoi punti fermi. Restano le condanne dei vertici delle locali di ’ndrangheta del Vibonese. Trenta anni di carcere per Luigi Mancuso, trent’anni per Giuseppe Accorinti, ventitré e qualche mese a Domenico Bonavota, ventuno anni per Saverio Razionale, tanto per citare i boss principali. Boss e gregari che sono stati riconosciuti colpevoli di associazione mafiosa.
Il vincolo, la forza intimidatrice, il controllo del territorio non sono mai stati messi in discussione. La ’ndrangheta, in questa sentenza, non viene assolta. Viene certificata. Il vero colpo di scena vero, l’unico che può essere definito tale, è l’assoluzione di Pasquale Bonavota. Considerato per anni ai vertici dell’omonima locale, condannato a 28 anni in primo grado, latitante, arrestato dai Ros a Genova, sottoposto al 41-bis, oggi è libero perché nei suoi confronti è caduta l’unica accusa contestata: l’associazione mafiosa. È una frattura seria, che pesa. Ma una frattura non equivale a un crollo.

Il vero snodo: l’aggravante che cade

C’è però un passaggio che segna una svolta. La Corte d’Appello, come già aveva fatto la Cassazione nel filone abbreviato, ha escluso in numerosi casi l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis, comma 6 del codice penale. Una formula tecnica che, dietro la sua apparente freddezza, contiene il vero cuore politico, economico e giudiziario della decisione.

Il comma 6 non punisce la mafia in quanto tale ma quella che si infiltra e opera stabilmente nell’economia legale, che reinveste sistematicamente i proventi illeciti, che utilizza imprese, appalti e attività commerciali come struttura portante del sodalizio. È l’aggravante che racconta la ’ndrangheta come impresa criminale permanente. È anche quella che fa esplodere le pene, rafforza confische e sequestri, giustifica la rappresentazione di un potere economico totalizzante. Escluderla non significa negare l’esistenza della ‘ndrangheta a Vibo. Significa affermare che non è stata dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio la finalizzazione stabile e strutturale dell’associazione al rimpiego dei capitali illeciti nell’economia. In altre parole: c’è la ’ndrangheta, ma non è provato che il suo cuore fosse sistematicamente l’impresa.

Scarcerazioni e sconti: il paradosso strumentalizzato

Da qui discendono tutti gli effetti concreti che oggi alimentano la confusione: rideterminazione delle pene, sconti anche significativi, caduta di misure cautelari, scarcerazioni. Ed è qui che si innesta il paradosso che viene scientemente strumentalizzato: escono dal carcere persone condannate anche a pene pesanti, non perché assolte, non perché riconosciute innocenti, ma perché è venuta meno l’aggravante più severa prevista dall’articolo 416-bis. L’impianto accusatorio regge, ma le conseguenze penali si ridimensionano. Confondere le due cose non è un errore: è una manipolazione. Ed è una manipolazione che rischia di produrre un danno ulteriore, perché tenta di svuotare di senso anni di denunce, indagini, testimonianze, come se nulla fosse servito, come se tutto fosse stato inutile. Non è così. Anzi, è vero l’opposto. Questa sentenza mette un punto fermo: certifica che quel sistema criminale esisteva, che ha operato, che è stato riconosciuto e spezzato nei suoi assetti fondamentali. Non si torna indietro. A Vibo non si torna indietro.

Il processo ha inciso in profondità, ha rotto equilibri, ha fatto emergere ciò che per decenni era rimasto sommerso. Ha prodotto una frattura irreversibile nel rapporto tra criminalità organizzata, territorio e potere. Anche laddove le pene vengono ridotte, la verità giudiziaria resta scolpita. Le condanne restano. I nomi restano. I fatti restano. E restano soprattutto nella coscienza collettiva di una comunità che oggi non è più quella di prima, che ha attraversato il buio e ne è uscita diversa, più consapevole, meno ricattabile. Per questo raccontare la sentenza come una sconfitta equivale a negare la portata storica di ciò che è accaduto. Rinascita Scott non è stata vana, non è stata un azzardo, non è stata una parentesi. È stata uno spartiacque. E dopo uno spartiacque, indietro non si torna.

Zona grigia e politica: attenzione alle scorciatoie

Sul fronte della cosiddetta “zona grigia”, la sentenza consegna un quadro che impone cautela, misura e onestà intellettuale. Sono state confermate condanne rilevanti nei confronti di professionisti che hanno svolto una funzione di cerniera tra il mondo legale e quello criminale, contribuendo – consapevolmente o meno – a rendere permeabile il confine tra legalità formale e potere mafioso. Figure che non imbracciano armi, non partecipano alle faide, ma che agevolano, legittimano, normalizzano.

Diverso, e più delicato, il capitolo che riguarda la politica. Tutti assolti i politici coinvolti, ed è un dato che va rispettato sul piano penale. Ma fermarsi al dispositivo senza leggere il contesto significa raccontare solo metà della storia. Già nelle sentenze di primo grado, i giudici avevano utilizzato espressioni tutt’altro che neutre: rapporti di contiguità, frequentazioni opache, atteggiamenti spregiudicati, disinvoltura nel coltivare relazioni pericolose. Elementi che non integrano un reato, ma che delineano un profilo eticamente incompatibile con l’esercizio della funzione pubblica. È qui che si consuma l’equivoco più grave: l’assoluzione penale viene brandita come assoluzione morale, come certificato di piena legittimazione politica e civile. Ma il diritto penale ha confini precisi, e non coincide – né può coincidere – con il giudizio etico, istituzionale, democratico. La sentenza non dice che quei rapporti non siano esistiti. Dice che non sono stati provati fino al livello richiesto per una condanna. È una differenza enorme, che alcuni fingono di non comprendere.

Prima di costruire nuovi martiri mediatici, prima di gridare alla persecuzione giudiziaria e alla “giustizia a orologeria”, sarebbe dunque opportuno attendere le motivazioni, leggerle fino in fondo e distinguere caso per caso, senza scorciatoie emotive. Perché in territori segnati per decenni dal dominio mafioso, la zona grigia non è un’invenzione retorica: è stata il vero lubrificante del sistema, lo spazio ambiguo in cui la ‘mafia ‘ndrangheta ha potuto respirare, mimetizzarsi, stringere relazioni, presentarsi come potere accettabile.

Un chiarimento necessario: cosa significa essere assolti

C’è un punto che va evidenziato con chiarezza, perché riguarda il funzionamento stesso dello Stato di diritto. Chi oggi è stato assolto non è stato “trascinato a caso” dentro un processo. È passato attraverso tutti i filtri previsti dalla procedura penale: dal gip al Tribunale del Riesame, dalla Cassazione in sede cautelare al gup, dal dibattimento fino all’Appello. Se una persona è arrivata a processo, significa che i presupposti giuridici c’erano. Che più giudici, in fasi diverse, hanno ritenuto esistente un quadro indiziario serio. L’assoluzione finale non certifica un abuso originario, ma una cosa molto diversa: la prova non si è formata fino al livello richiesto dalla legge. È esattamente così che deve funzionare un processo penale in una democrazia. Trasformare ogni assoluzione in una delegittimazione dell’accusa significa negare la logica stessa della giurisdizione.

L’Alzheimer selettivo di certi commentatori

C’è poi un’amnesia che colpisce con sorprendente puntualità alcuni commentatori, in stragrande maggioranza quelli che non vivono a Vibo e non conoscono a fondo le dinamiche della provincia di Vibo, imbeccati maldestramente senza conoscere fatti e processi. Un Alzheimer selettivo, che fa dimenticare cosa fosse davvero Vibo Valentia prima del 2019. Una provincia con il maggior numero di clan di ’ndrangheta in rapporto agli abitanti, una densità impressionante di logge massoniche, un territorio che ha detenuto record nazionali di omicidi. Il 2018, l’anno horribilis, con otto morti ammazzati in dodici mesi. Vent’anni di faide, di sangue, di commercianti estorti, imprenditori vessati, cittadini schiacciati dalla paura. Tutto questo oggi sembra svanito dalla memoria di chi parla con leggerezza di “inchiesta fallita”. Eppure è proprio dopo il 2019, dopo Rinascita Scott, che Vibo ha iniziato a cambiare volto. Proprio il 24 dicembre del 2019 Libera portò i piazza migliaia di persone, tutti in fila in un corteo culminato con gli applausi e gli abbracci dinnanzi al Comando provinciale dei carabinieri. Scene mai viste in una città abituata al silenzio e all’indifferenza. Un muro di omertà abbattuto da Rinascita Scott. Oggi Vibo è una città radicalmente diversa, indicata dalle statistiche come una delle realtà più sicure d’Italia. Non è un miracolo. È l’effetto di un’azione giudiziaria profonda, che ha spezzato equilibri, rotto silenzi, disarticolato poteri.

Una verità scomoda

Alla fine, resta una verità semplice che molti fingono di non vedere. Rinascita Scott non è stata una bocciatura. È stata una conferma con correzioni. Ha perso la narrazione di una ’ndrangheta onnipotente sul piano economico, ma ha vinto – e nettamente – sul riconoscimento giudiziario di una mafia radicata, organizzata, capace di condizionare il tessuto sociale ed economico del Vibonese. Dire che è un flop significa fare violenza ai fatti. E quando si fa violenza ai fatti, soprattutto su questi temi, il rischio non è solo quello di disinformare. È quello di diventare, magari in nome di un garantismo svuotato di senso, uno strumento utile a chi ha tutto l’interesse a confondere, relativizzare, banalizzare. La ’ndrangheta, nei tribunali, non è sparita. È stata misurata.
Ed è stata condannata.

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