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14 Aprile 2026
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“Sancita la cosca di ‘ndrangheta degli Iozzo legata ai Gallace di Guardavalle, ma non quella dei Chiefari”

La Corte di appello di Catanzaro motiva la sentenza Orthrus: "Resta indimostrata l’esistenza di un cosca Chiefari-Iozzo come gruppo criminale unitario"

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Non ci sono dubbi “sull’esistenza e l’operatività di un gruppo criminale dotato di un’organizzazione stabile e permanente, facente capo a Mario Iozzo, inteso Marino, Luciano Iozzo e Giuseppe Gregorio Iozzo, ben radicato nel comune di Chiaravalle e nelle zone limitrofe, in grado di esercitare una significativa capacità di intimidazione nei territori controllati, tale da determinare, nell’ambiente circostante, una diffusa condizione di assoggettamento e di omertà”. La Corte da appello di Catanzaro, presidente Antonio Battaglia, a latere Antonio Giglio e Carlo Fontanazza in 105 pagine motivano il verdetto sentenziato a novembre scorso contro capi e sodali della cosca Iozzo, imputati nel processo Orthrus, che si è celebrato con rito ordinario (LEGGI).

Le dichiarazioni univoche dei collaboratori di giustizia 

Una presenza pervicace quella della ‘ndrina di Chiaravalle già sancita nella sentenza emessa dal gup del Tribunale di Catanzaro il 21 gennaio 2023, confermata in appello e successivamente dai giudici di Piazza Cavour nel parallelo giudizio abbreviato. I collaboratori di giustizia escussi, da Domenico Todaro, a Vincenzo Todaro, a Pietro Danieli, per continuare con  Giovanni Angotti, Bruno Procopio, Gianni Cretarola e Francesco Mammone, hanno tutti reso dichiarazioni univoche, descrivendo le alleanze all’interno della cosche e le faide con le altre consorterie del territorio, fornendo un notevole apporto conoscitivo sul sodalizio, radicato nell’entroterra dell’area di Soverato ed in particolare tra i comuni di Chiaravalle Centrale, Torre di Ruggiero e zone limitrofe, legati alla cosca dei Gallace di Guardavalle.

Gli Iozzo un gruppo autonomo legato ai Gallace 

Domenico Todaro, ora deceduto, i cui interrogatori risalenti al 2010 sono stati acquisiti nel corso del processo, ha riferito come gli lozzo costituiscano un autonomo gruppo criminale della zona di Chiaravalle Centrale, con a capo Mario, detto Marino. Da ex affiliato al clan Gallace, profondo conoscitore delle dinamiche criminali della zona, ha narrato che gli stessi sono persone affiliate alla ‘ndrangheta, all’interno della quale  costituiscono un gruppo a se stante, pur essendo collegati ai Gallace. Vincenzo Todaro ha definito la famiglia lozzo come clan di riferimento della zona. A loro si era rivolto ogni qualvolta aveva avuto problemi di natura criminale, ribadendo che i componenti della famiglia dovevano essere a conoscenza di tutto ciò che accadeva, riferendo anche dell’affiliazione di tutti i fratelli Iozzo, Mario, Luciano, Pino, Gianfranco e Saverio alla cosca Gallace.

Le inimicizie

A raccontare l’inimicizia esistente tra Massimiliano Sestito e le famiglie Iozzo, Chiefari e tutti i loro simpatizzanti, tra cui i fratelli Bruno di Vallefiorita che erano in particolare schierati con la famiglia lozzo, il pentito Gianni Cretarola. Nei confronti degli lozzo, Massimiliano Sestito lamentava il fatto che loro, a seguito dell’omicidio del carabiniere Lio, avevano preso le distanze da lui e che pretendeva che gli venissero consegnati, a titolo di contributo per il proprio sostentamento carcerario, ventimila euro da recuperare attraverso attività estorsive da compiersi ai danni delle imprese impegnate nei lavori stradali di Gagliato.

Il summit per la suddivisione delle estorsioni


Una pretesa avversata dagli lozzo e, per tale ragione, nel corso di una riunione Damiano Vallelunga aveva imposto, quale soluzione conciliativa, che solo le estorsioni alle imprese operanti su Gagliato dovessero spettare al Sestito. Sempre secondo il collaboratore, tali direttive non erano state rispettate dai Chiefari che avevano avviato dei lavori a Gagliato, e Sestito insieme ad Agostino Procopio e Vittorio Sia aveva incendiato il suo escavatore. Il collaboratore Salvatore Danieli  ha riferito della riunione di ‘ndrangheta alla quale avevano partecipato gli lozzo e nella quale, alla presenza di esponenti delle cosche “Bruno” di Vallefiorita e “Anello” di Filadelfia, erano stati stabiliti gli accordi per la divisione dei proventi delle estorsioni effettuate nel comune di Cenadi ai danni delle imprese boschive operanti nei territori di rispettiva competenza.

Le pretese di denaro

Dello stesso tenore le propalazioni di Bruno Procopio nella parte in cui ha precisato che il contrasto era sorto a causa delle pretese di denaro del detenuto Sestito, il quale avrebbe avuto bisogno di ventimila euro “per uscire dal carcere” (ndr per le spese legali). Per questa ragione il fratello Davide si era rivolto a Fiorito Procopio che a sua volta lo aveva invitato ad avanzare tale richiesta di denaro agli lozzo poiché erano loro che riscuotevano somme di denaro a titolo di estorsione proprio nel comune di Gagliato. Il collaboratore di giustizia racconta che per risolvere la questione dirimere i contrasti, sorti a seguito della richiesta dei ventimila euro avanzata dal Sestito, veniva indetta una riunione alla quale parteciparono Damiano Vallelunga, Maurizio Tripodi, Vittorio Sia, Fiorito Procopio, Michele Lentini, gli lozzo, probabilmente nella persona di Mario detto Marino, e forse i Chiefari di Torre di Ruggiero.

I danneggiamenti e le intimidazioni

Per la Corte non sono solo le convergenti ed univoche propalazioni dei collaboratori a fornire la prova plastica dell’esistenza ed operatività del gruppo di stampo ndranghetistico facente capo agli lozzo, quanto anche l’ampio compendio intercettivo acquisito nel corso dell’istruttoria e “che offre una incontestabile valenza dimostrativa circa i piani e gli obiettivi dell’associazione mafiosa” Materiale intercettivo  comprovante l’esistenza di un gruppo preordinato alla commissione di una serie indeterminata di delitti contro il patrimonio e la persona: danneggiamenti a mezzo incendio, furti ed estorsione, inclusa la pianificazione di plurimi atti intimidatori, attestando l’infiltrazione su larga scala del gruppo su tutte le attività imprenditoriali della zona, anche quelle di maggiore rilievo, come dimostra l’accertata ingerenza nei lavori della trasversale delle Serre e nel settore degli appalti boschivi, per i quali gli lozzo concordano con gli altri clan del territorio, la corretta spartizione dei proventi derivanti dalle estorsioni in danno degli imprenditori aggiudicatari.

Esiste la cosca Iozzo, non Chiefari-Iozzo

I giudici di secondo grado ribadiscano l’esitenza della cosca Iozzo, negando quella dei Chiefari-Iozzo, facendo riferimento  ad Antonio Chiefari, difeso dagli avvocati Salvatore Staiano e Giovanni Russomanno, assolto dalle accuse. La Dda aveva proposto appello contro la sentenza di primo grado  che lo ha scagionato in relazione alla sua presenta partecipazione alla cosca lozzo, in qualità di “promotore e dirigente della consorteria mafiosa, referente criminale nel territorio di Torre di Ruggiero e Cardinale, capo carismatico della consorteria di ndrangheta”. Appello respinto dai giudici di secondo grado: indimostrata l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso riconducibile all’imputato e ai suoi figli ( tutti i membri del presunto clan Chiefari sono stati a loro volta assolti con sentenza definitiva, nel troncone con rito abbreviato) e rimane indimostrata l’esistenza di un cosca Chiefari-Iozzo come gruppo criminale unitario

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