Quarantuno indagati, tra cittadini italiani, cinesi e albanesi, sono finiti nel mirino di una complessa inchiesta della Procura di Firenze, che ha visto impegnati il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e la Squadra Mobile di Prato. L’indagine ha fatto luce su tre distinte organizzazioni criminali dedite al narcotraffico internazionale e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Le misure cautelari, che spaziano dal carcere agli arresti domiciliari fino all’obbligo di firma, sono state eseguite in Toscana e all’estero, in particolare in Spagna, con il supporto di Eurojust. Oltre ai provvedimenti personali, sono stati disposti sequestri di beni per un valore complessivo superiore ai 60 milioni di euro nei confronti di 27 indagati.
Il cuore operativo: la banca abusiva e il sistema “Chop-Shop”
Secondo gli inquirenti, il centro nevralgico dell’attività era una vera e propria banca illegale con base a Prato, guidata da un cittadino cinese residente in Italia dal 2021. L’organizzazione fungeva da anello di congiunzione tra la criminalità straniera, operante nel Centro-Nord Italia, e potenti consorterie mafiose italiane. Per trasferire il denaro sporco all’estero senza movimentazioni fisiche sospette, veniva utilizzato un sistema di compensazione analogo alla hawala islamica, noto in Cina come chop-shop. Questa struttura permetteva di gestire una movimentazione di denaro stimata in circa 80-100 milioni di euro annui. La “banca” assicurava un servizio duplice: da un lato il pagamento di partite di droga, dall’altro la gestione di transazioni in nero per le aziende del pronto moda cinese.
I legami con la criminalità organizzata
L’indagine ha documentato come il gruppo pratese garantisse il pagamento di ingenti carichi di stupefacenti provenienti da Spagna e Olanda. Attraverso una fitta rete di corrieri, il contante veniva raccolto in Italia e nel resto d’Europa, presso poli commerciali di Madrid, Siviglia, Malaga e Valencia, e poi “ripulito” attraverso false fatturazioni per forniture di abbigliamento. Il sistema risultava funzionale alle esigenze di gruppi criminali di alto profilo, tra cui figurano “il clan Briganti, di Lecce, frangia della Sacra Corona Unita, la ‘ndrina Fiarè/Razionale/Gasparro, locale di San Gregorio d’Ippona (VV) e il campano clan Aquino-Annunziata”. Questi sodalizi si affidavano al network pratese per occultare i flussi di denaro destinati all’acquisto di droga, riducendo drasticamente il rischio di intercettazioni da parte delle forze dell’ordine.
Oltre il narcotraffico: il business dei migranti
Parallelamente alle attività finanziarie illecite, una parte del sodalizio gestiva un lucroso traffico di esseri umani. L’organizzazione agevolava l’ingresso illegale in Italia di cittadini cinesi, facendoli transitare per la Serbia, Paese extra-Schengen, per poi condurli in Ungheria e, infine, in Italia attraverso la Slovenia. Il viaggio, spesso affrontato dai migranti a piedi attraverso tratti montuosi, aveva come destinazioni finali i distretti produttivi di Prato, Torino e Somma Campagna. Ogni clandestino, per poter accedere al territorio italiano, versava all’organizzazione la cifra di 9.500 euro









