1 Agosto 2026
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La guerra tra le correnti del Pd paralizza Vibo e tiene in ostaggio il sindaco: fughe, espulsioni e patti per spartirsi il potere

Laura Pugliese è passata a Italia Viva, Antonella Petracca finisce nel Misto in aperta polemica. Sullo sfondo un patto di potere che ridisegna i rapporti di forza: il sindaco scelto dai vibonesi appare sempre più costretto a governare sotto tutela politica

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Non occorre indulgere nella dietrologia per comprendere ciò che sta accadendo nel Partito Democratico vibonese. Bastano gli atti ufficiali, le lettere protocollate e la successione degli avvenimenti. Nel giro di pochi giorni, Laura Pugliese, capogruppo scelta appena qualche mese prima, ha lasciato il partito per aderire a Casa Riformista-Italia Viva. Subito dopo Antonella Petracca è stata espulsa dal gruppo consiliare ed è approdata al Gruppo Misto. Nel frattempo, il Pd ha nominato Maria Fiorillo capogruppo e Umberto Lo Bianco vicecapogruppo, accompagnando la riorganizzazione con una nota nella quale avverte che le condotte reiteratamente difformi dalla linea comune non saranno più considerate compatibili con la permanenza nel gruppo. La sequenza è abbastanza eloquente: una consigliera se ne va, un’altra viene accompagnata alla porta e chi rimane annuncia il ritorno della disciplina. Più che una ripartenza, sembra il tentativo di rimettere in ordine il salotto mentre nella stanza accanto continuano a cadere i calcinacci.

La capogruppo che lascia il partito ma non la maggioranza

Il primo paradosso porta il nome di Laura Pugliese. Era stata indicata come capogruppo del Pd dopo un confronto interno tutt’altro che indolore. La sua nomina avrebbe dovuto ricomporre gli equilibri. È durata pochi mesi. Pugliese ha lasciato il partito parlando di divergenze politico-amministrative, ma ha contestualmente assicurato il proprio sostegno al programma del sindaco. Esce dal Pd, dunque, ma non necessariamente dalla maggioranza. Una distinzione formalmente legittima che fotografa, tuttavia, la fragilità dell’intero edificio politico: il partito non riesce più a trattenere i propri consiglieri, mentre l’amministrazione prova a conservarne i voti. È il modello delle porte girevoli applicato alla politica locale. Si cambia sigla, si abbandona un gruppo, si aderisce a un altro partito, ma si continua a sostenere la stessa amministrazione. La coerenza non si misura soltanto con l’appartenenza a un simbolo, naturalmente. Ma quando i cambi di casacca si moltiplicano, diventa difficile sostenere che si tratti soltanto di fisiologico pluralismo.

Petracca espulsa e quelle contestazioni ancora senza un nome

Il caso di Antonella Petracca è persino più delicato. La consigliera afferma di non conoscere le contestazioni poste alla base della sua espulsione e racconta di essere stata convocata dal presidente del Consiglio comunale Antonio Iannello, dal quale si sarebbe sentita prospettare tre alternative: dimettersi, sottoscrivere un comunicato congiunto oppure essere espulsa.

Questa è, al momento, la ricostruzione di Petracca. Iannello, il gruppo consiliare e gli organismi del Pd hanno pieno diritto di smentirla o precisarla. Proprio per questo sarebbe necessario farlo pubblicamente e punto per punto. Perché, se la versione della consigliera fosse confermata, emergerebbe una questione politica e istituzionale non trascurabile: il presidente del Consiglio comunale, chiamato a garantire il corretto funzionamento dell’assemblea, avrebbe assunto un ruolo diretto nella gestione di una controversia interna a un gruppo di maggioranza.

Petracca sostiene inoltre che la rottura sia maturata dopo le sue richieste di chiarimento su stalli blu, videosorveglianza, coperture finanziarie, sanzioni al Codice della strada, polo universitario, Piano del commercio, protocolli d’intesa e istanze dei commercianti. Sono questioni amministrative precise. Non diventano irrilevanti perché chi le pone è considerato scomodo.

La consigliera richiama anche il diverso trattamento riservato in passato a Pugliese, che aveva duramente contestato la gestione di Iannello senza essere espulsa e venendo successivamente nominata capogruppo. Anche questo confronto appartiene alla ricostruzione politica di Petracca, ma solleva una domanda legittima: quale regola è stata violata e quando quella regola è stata stabilita? Se le ragioni dell’espulsione esistono, il Pd dovrebbe renderle comprensibili. Diversamente, il sospetto politico inevitabile è che la disciplina venga invocata non per tutelare una linea condivisa, ma per neutralizzare chi pone problemi.

Il partito che difende il pluralismo espellendo il dissenso

Nella nota con cui annuncia il nuovo assetto, il gruppo del Pd afferma che il partito deve restare un luogo di confronto, ma precisa che il pluralismo non può trasformarsi nell’assenza di una linea comune. Il principio, in astratto, è ineccepibile. Un gruppo consiliare non può essere una somma di battitori liberi e ogni partito ha il diritto di chiedere coerenza ai propri rappresentanti. Il problema nasce quando la disciplina sostituisce la politica. Una linea comune deve essere discussa, riconoscibile e motivata. Non può consistere semplicemente nell’obbligo di approvare gli atti predisposti dalla Giunta o nel divieto di porre domande sgradite. Un consigliere comunale risponde al gruppo nel quale è stato eletto, ma risponde prima ancora ai cittadini, alla legge e alla propria funzione istituzionale. Dopo l’uscita di una capogruppo e l’espulsione di un’altra consigliera, annunciare maggiore severità verso le posizioni difformi rischia di apparire meno come una prova di autorevolezza e più come la circolare disciplinare di un partito che non riesce più a governare le proprie differenze.

Alecci e il nuovo centro di potere

A rendere il quadro ancora più complesso è la nascita dell’asse composto da Ernesto Alecci, Raffaele Mammoliti e Antonio Lo Schiavo. L’iniziativa organizzata nella sede del Pd sotto il titolo “Un programma per l’alternativa” è stata presentata come un confronto sui grandi problemi del territorio: sanità, porto, depositi costieri, crisi idrica e depurazione. Temi reali e urgenti. Ma in politica anche il luogo, le presenze e le investiture hanno un significato.

I due ex consiglieri regionali Mammoliti e Lo Schiavo hanno pubblicamente riconosciuto ad Alecci, attuale capogruppo del Pd in Consiglio regionale, il compito di portare avanti alcune delle battaglie sviluppate nella precedente legislatura. Non è una congiura e sono diversi gli osservatori che vedono in questo accordo un autentico “patto di potere” che guarda alle Comunali e alle Regionali. Alecci viene individuato come il principale terminale progressista di un territorio rimasto pressoché senza rappresentanza in Consiglio regionale.

In termini meno cerimoniali, si può dire che i due ex consiglieri siano saliti sul carro di Alecci che sta costruendo pezzo per pezzo la sua scalata al partito con l’obiettivo di strappare la candidatura a governatore del centrosinistra quando Occhiuto deciderà di farsi da parte e tutti gli indizi portano a una scadenza tutt’altro che naturale della legislatura. In politica le investiture politiche non sono mai semplici attestazioni di stima: costruiscono leadership, spostano fedeltà e preparano nuovi rapporti di forza. Oggi il Pd vibonese non ha più soltanto una segreteria provinciale, un gruppo consiliare e gli assessori indicati dalle diverse aree. Ha anche un centro di direzione politica esterno a Palazzo Luigi Razza, capace di influenzare tanto il partito quanto l’amministrazione. Una sorta di triumvirato.

Il “commissariamento” politico del sindaco Romeo

Nessuno ha formalmente commissariato Enzo Romeo. Il sindaco conserva tutte le proprie prerogative e risponde personalmente dell’azione della Giunta. Il termine “commissariamento” va quindi inteso esclusivamente nella sua accezione politica. Ma la sensazione è che Romeo, pur essendo stato regolarmente scelto dagli elettori, sia sempre più costretto a mediare ogni decisione con gruppi, sottogruppi e riferimenti regionali. Gli alecciani, l’area Mammoliti, la segreteria provinciale, gli amministratori vicini ai diversi assessori, i riformisti approdati a Italia Viva e i consiglieri insofferenti costituiscono altrettanti tavoli ai quali il sindaco deve sedersi prima ancora di poter governare. In questo contestano rientrano le ambizioni di Antonio Lo Schiavo che sogna di fare il sindaco di Vibo e di riprovarci dopo la sconfitta del 2015 da candidato ufficiale del Partito democratico. Oggi è in Avs, un partito che gli sta stretto e che potrebbe presto lasciare. Poi ci sono i Cinquestelle, assai critici con l’operato di Romeo al quale hanno ufficialmente chiesto un cambio di passo e un’azione più incisiva.

Il risultato è un’amministrazione nella quale il mandato popolare rischia di essere subordinato agli equilibri delle correnti e agli appetiti di chi la sostiene. Romeo appare ostaggio di una maggioranza nella quale ciascuna componente cerca riconoscimento, spazi e capacità di condizionamento. Il sindaco, tuttavia, non può limitarsi al ruolo della vittima. Chi guida una coalizione ha il dovere di costruire una sintesi e, quando necessario, di imporla. Se le correnti prendono il sopravvento, la responsabilità non è soltanto di chi le alimenta, ma anche di chi non riesce a ricondurle dentro un progetto amministrativo chiaro. Il silenzio, in questi casi, non protegge il sindaco. Lo indebolisce.

Correnti e “patti di potere”: ciò che si può dire e ciò che va provato

Le correnti non costituiscono di per sé uno scandalo. Esistono in tutti i grandi partiti e possono persino rappresentare sensibilità politiche differenti. Neppure la ricerca di accordi sulle leadership o sulle future candidature è illegittima. Il problema nasce quando i rapporti di forza diventano più importanti dei problemi della città e quando gli accordi vengono percepiti come incomprensibili perché privi di un confronto trasparente. Non esistono elementi per attribuire ai protagonisti interessi personali illeciti o intese occulte. Esiste, però, una dinamica politica visibile nella quale nomine, espulsioni, cambi di gruppo e nuove alleanze sembrano rispondere più alla necessità di ridisegnare le aree di influenza che alla definizione di una linea amministrativa. È questo il significato politicamente corretto dell’espressione “patti di potere”: non accordi illegali, ma intese finalizzate a stabilire chi decide, chi rappresenta il territorio, chi controlla il gruppo consiliare e chi avrà voce nelle prossime scelte.

Il conto delle guerre interne lo paga Vibo

Mentre il Pd discute di appartenenza e disciplina, Vibo continua ad attendere risposte su commercio, viabilità, parcheggi, università, pianificazione urbanistica, servizi, acqua, depurazione, porto e frazioni. Il Pd vibonese avrebbe bisogno di un’operazione molto semplice e, proprio per questo, rivoluzionaria: dire la verità. Spiegare perché Pugliese se ne sia andata, chiarire perché Petracca sia stata espulsa, definire il ruolo del presidente Iannello, stabilire quale rapporto esista tra il nuovo asse regionale e il sindaco e indicare pubblicamente chi assuma le decisioni. Il vero problema del Pd di Vibo non è l’eccesso di pluralismo. È la mancanza di una guida riconosciuta e finché il partito continuerà a confondere l’unità con l’obbedienza, Romeo resterà sindaco sulla carta mentre le correnti continueranno a comportarsi come il consiglio di amministrazione della città.

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