Il caso Sombrero lascia il terreno dei video e dei social per spostarsi nelle sedi giudiziarie. Dopo le accuse dei clienti, la replica del titolare dello stabilimento e il confronto degenerato durante l’intervista con Lino Polimeni, arrivano due distinte note dei rispettivi legali. Da una parte Lorenzo Papasodero e Domenico Sculco, assistiti dall’avvocato Domenico Calabretta, annunciano il deposito di una denuncia-querela alla Procura della Repubblica di Catanzaro. Dall’altra Arturo Abruzzo, attraverso gli avvocati Eugenio Felice Perrone e Sara Spanò, riconosce l’inopportunità della propria reazione e ribadisce le scuse, ma contesta che quel comportamento possa essere considerato una conferma automatica della versione fornita dai due clienti. Le posizioni restano distanti. C’è però un punto sul quale entrambe convergono: saranno le autorità competenti, e non il giudizio dei social, a dover ricostruire quanto realmente accaduto il 9 agosto nello stabilimento El Sombrero di Soverato.
Papasodero e Sculco: “Subiti un sopruso e un’umiliazione pubblica”
L’avvocato Domenico Calabretta comunica di avere ricevuto dai due clienti un mandato formale per tutelarne diritti e dignità personale in ogni sede giudiziaria competente. “I miei assistiti – scrive il legale – mi hanno conferito formale mandato a seguito dei gravi e incresciosi fatti verificatisi lo scorso 9 agosto presso uno stabilimento balneare di Soverato”. Secondo la ricostruzione ribadita nella nota, Papasodero e Sculco avrebbero subito “un sopruso e una ingiustificata umiliazione pubblica di fronte agli altri avventori presenti”, dopo avere regolarmente versato l’acconto richiesto dal gestore per un servizio che, sostengono, non sarebbe stato loro garantito. Il riferimento è all’ombrellone stagionale trovato occupato da altri bagnanti nel pomeriggio del 9 agosto e al successivo allontanamento dei due dallo stabilimento. Fatti già raccontati pubblicamente dai diretti interessati e contestati, almeno in parte, dal titolare del lido.
Lunedì la denuncia-querela alla Procura di Catanzaro
Il passaggio più importante della prima nota riguarda l’iniziativa giudiziaria annunciata per lunedì 17 agosto. “Sarà depositato un formale atto di denuncia-querela presso la Procura della Repubblica di Catanzaro – rende noto l’avvocato Calabretta – affinché la magistratura accerti le responsabilità penali dell’accaduto e di ogni condotta ad esso connessa”. Spetterà dunque alla Procura valutare i fatti rappresentati nell’atto, verificare l’eventuale sussistenza di ipotesi di reato e stabilire se siano necessari ulteriori approfondimenti. La presentazione della querela, naturalmente, non equivale all’accertamento di una responsabilità.
“Abbiamo documenti che confermano la nostra versione”
Il legale interviene anche sulle differenti ricostruzioni circolate attraverso i social. Papasodero e Sculco, riferisce, sostengono di possedere gli elementi necessari per dimostrare quanto denunciato. “I miei assistiti dispongono di tutta la documentazione idonea a confermare integralmente la veridicità dei fatti, che ribadiscono in ogni parte con la massima serenità e fermezza”, afferma Calabretta.
La nota precisa inoltre che i due sono cittadini calabresi residenti stabilmente in Calabria e ribadisce il loro legame con Soverato e con il territorio regionale. Una puntualizzazione che sembra rispondere anche alle polemiche nate dopo la diffusione dei video. “Intendono ribadire il loro profondo amore e rispetto per Soverato e per la Calabria tutta, sottolineando il grande apprezzamento per i tanti operatori turistici che lavorano sul territorio con professionalità e correttezza”. Per i due clienti non sarebbe dunque in discussione l’intero comparto turistico locale: “La vicenda riguarda esclusivamente la condotta di un singolo gestore e, come tale, sarà perseguita nelle sole sedi opportune”.
I legali del titolare: “Ha riconosciuto l’errore e chiesto scusa”
La seconda nota è firmata dagli avvocati Eugenio Felice Perrone e Sara Spanò, difensori di Arturo Abruzzo. I legali riconoscono esplicitamente l’inopportunità del comportamento avuto dal loro assistito durante il confronto diventato virale. “Il signor Abruzzo ha riconosciuto l’inopportunità della propria reazione e ha chiesto scusa, così come intende ribadire per nostro tramite”, scrivono i difensori. “Fare ammenda non cancella l’errore, ma merita di essere presa in considerazione”.
Gli avvocati invitano però a distinguere il comportamento assunto durante l’intervista dalla controversia originaria sull’ombrellone. Secondo la difesa, il nervosismo del titolare sarebbe maturato anche perché si sarebbe sentito pubblicamente chiamato in causa senza avere avuto preventivamente un’adeguata possibilità di esporre la propria posizione. “Il confronto successivo – sostengono Spanò e Perrone – si è sviluppato in una situazione di particolare esasperazione, dopo che era stata già proposta all’opinione pubblica una ricostruzione sostanzialmente unilaterale dei fatti”.
“La sua irruenza ha compromesso il diritto di replica”
I due avvocati non negano che sia stata la stessa condotta di Abruzzo a impedire un confronto ordinato e completo. “Il signor Abruzzo ha cercato in quella sede di fornire la propria versione, ma la sua stessa irruenza ha finito per compromettere la possibilità di una replica serena e compiuta. È un errore che riconosce e di cui non ha fatto mistero”. Per la difesa, tuttavia, l’escalation verbale e le espressioni utilizzate durante l’intervista non possono trasformarsi nella prova che la versione dei clienti sia necessariamente fondata: “Una reazione sbagliata non equivale al riconoscimento della fondatezza della ricostruzione dei fatti che l’ha preceduta”.
Gli avvocati ricordano inoltre che alcune circostanze esposte dal titolare durante la sua replica non sarebbero state successivamente smentite e chiedono che vengano esaminate con la stessa attenzione riservata alle contestazioni di Papasodero e Sculco.“Una replica concitata e maldestra – osservano – non può trasformarsi nella prova della fondatezza della tesi contrapposta”.
“Non decidano i social: serve un accertamento”
I difensori assicurano infine che Abruzzo non intende sottrarsi ad alcuna verifica e che è pronto a rispondere nelle sedi competenti di eventuali responsabilità. “Non spetta ai social, alla stampa o al consenso del pubblico stabilire dove siano le responsabilità. Spetta agli organi competenti accertare i fatti, ascoltare tutte le parti e verificare le rispettive versioni”. La conclusione della nota sintetizza la linea scelta dalla difesa: “Dopo le scuse non serve un’ulteriore condanna pubblica. Serve un accertamento. E l’accertamento, in uno Stato di diritto, non appartiene alla piazza, ma alle sedi competenti”.
Il caso entra così in una nuova fase. Le scuse del titolare riguardano l’inopportunità della sua reazione, ma non comportano l’ammissione delle accuse relative alla gestione dell’ombrellone. Papasodero e Sculco, dal canto loro, confermano integralmente la propria versione e annunciano il ricorso alla magistratura. Da questo momento saranno documenti, testimonianze e accertamenti giudiziari a dover separare le responsabilità dalle ricostruzioni contrapposte.












