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4 Giugno 2026
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Strage di Amendolara, i due indagati in silenzio davanti al gip. La Procura indaga su movente e caporalato

I due pachistani fermati per la morte dei quattro braccianti bruciati vivi nel minivan si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Il giudice si è riservato sulla convalida, mentre gli investigatori cercano di chiarire il contesto lavorativo e il possibile ruolo dei fermati

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Si è riservato la decisione il gip di Castrovillari al termine dell’udienza nei confronti di Safeer Ahmed e Ali Raza, i due cittadini pachistani accusati di essere gli autori della strage dei braccianti di Amendolara, costata la vita a quattro migranti – tre afghani e un pachistano – bruciati vivi all’interno di un minivan in sosta in una stazione di rifornimento del Cosentino. I due indagati, come avevano annunciato i loro legali Giovanni Brando Cordasco Salmena e Giulia Montilli, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Una scelta motivata dalla necessità, secondo la difesa, di conoscere compiutamente gli atti dell’inchiesta prima di definire una linea processuale.

Il silenzio davanti al giudice

Al termine dell’interrogatorio, gli avvocati hanno spiegato che i loro assistiti sono “sereni come lo si può essere in circostanze del genere”. La difesa si è opposta alla richiesta di misura cautelare avanzata dalla pm Roberta Bello, sostenendo che non vi sarebbero tutti i presupposti indicati dall’accusa. “Non ci sono tutti i presupposti per come li ha chiesti il pubblico ministero. Sulle esigenze cautelari abbiamo pensato che potrebbero esserci anche misure meno gravi per assicurare le esigenze del processo”, hanno affermato i legali.

Già prima dell’ingresso in carcere, l’avvocato Cordasco Salmena aveva chiarito la posizione della difesa: “Nessuna strategia difensiva. Fino a quando non conosceremo gli atti, oggi i nostri clienti si avvarranno della facoltà di non rispondere”. Il legale aveva aggiunto che i due “si professano innocenti” e che, dopo un primo colloquio in commissariato, era stato consigliato loro di non rilasciare dichiarazioni.

Il video secretato finito in rete

Nel corso dell’udienza è emerso anche il tema del video diffuso in rete, quello in cui si vedrebbero gli istanti precedenti al momento in cui il minivan prende fuoco. Secondo quanto riferito dagli avvocati, il pm “si è rammaricato per il fatto che sia stato divulgato, non si sa come, il video in rete, perché era un atto secretato che non doveva comparire in questa maniera”. Le immagini acquisite dagli investigatori restano uno degli elementi centrali dell’inchiesta. Secondo la ricostruzione emersa finora, le telecamere della stazione di servizio avrebbero cristallizzato le fasi drammatiche che precedono il rogo e il tentativo disperato delle vittime di uscire dal mezzo.

L’ematoma all’occhio e gli accertamenti ancora aperti

L’avvocato Cordasco Salmena ha riferito inoltre che uno dei due indagati presenta un ematoma a un occhio, che avrebbe avuto già prima dell’arresto. Nei colloqui con i cronisti, il legale aveva ipotizzato che potesse essere “probabilmente frutto di una lite avvenuta con le vittime, ma è da capire”. La difesa, al momento, esclude valutazioni affrettate anche sull’eventuale richiesta di una perizia psichiatrica. Alla domanda dei giornalisti, i legali hanno risposto: “Non conosciamo ancora gli atti. Domani faremo la richiesta e poi sapremo qualcosa di più”.

L’incarico per le autopsie

Nel pomeriggio è previsto il conferimento dell’incarico al medico legale che dovrà eseguire l’autopsia sui quattro corpi delle vittime. Un passaggio decisivo per ricostruire con precisione le cause della morte e gli ultimi istanti all’interno del minivan. Le vittime sono il pachistano Waseem Khan, 29 anni, e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni. Tutti erano nel mezzo dato alle fiamme. A salvarsi è stato soltanto un quinto uomo, Taji Mohammad Alamyar, riuscito a rompere il vetro di un finestrino e a fuggire mentre l’incendio era già in corso.

Il movente e il contesto lavorativo

Chiuso il cerchio sui presunti autori materiali, la Procura della Repubblica di Castrovillari, che coordina le indagini della Squadra mobile di Cosenza, punta ora a stabilire il movente della strage. Gli accertamenti non riguardano soltanto la dinamica dell’omicidio plurimo, ma anche il contesto lavorativo nel quale sarebbe maturato. Gli inquirenti intendono verificare quali fossero i rapporti di lavoro di vittime e indagati con alcune aziende di Scanzano, in provincia di Potenza, dove nelle ultime settimane avrebbero lavorato per la raccolta delle fragole, e se tutto fosse in regola. L’attenzione è puntata anche sul fenomeno del caporalato, per capire se i braccianti fossero indirizzati alle imprese da soggetti che li “gestivano” oppure se i contatti fossero diretti.

La pista del caporalato

Gli investigatori stanno cercando di chiarire il ruolo dei due indagati: se fossero veri e propri caporali, eventualmente al servizio di qualcuno, oppure se fossero anche loro braccianti che sfruttavano una presenza più lunga in Italia e la disponibilità di un mezzo per farsi pagare il trasporto da chi non aveva come muoversi. Il minivan all’interno del quale sono stati uccisi i quattro braccianti sembrerebbe essere di proprietà di uno dei due fermati. Un dato che gli investigatori stanno approfondendo per definire il peso dei rapporti tra vittime, indagati, lavoro nei campi e spostamenti.

La testimonianza del sopravvissuto

Resta centrale anche la testimonianza di Taji Mohammad Alamyar, il sopravvissuto alla strage. L’uomo avrebbe parlato di “mafia pakistana” e avrebbe raccontato che i suoi amici sarebbero stati uccisi per essersi ribellati ai caporali. È stato messo sotto protezione. Gli inquirenti, allo stato, escludono che possa aver agito d’intesa con i due pachistani fermati. Restano invece aperti gli accertamenti su eventuali complici o su persone che possano aver fornito coperture, supporto logistico o altri aiuti. La strage di Amendolara, dunque, resta un’inchiesta ancora in pieno sviluppo: da una parte il quadro accusatorio sui due fermati, dall’altra la necessità di ricostruire cosa ci fosse dietro quel minivan, quei viaggi, il lavoro nei campi e una violenza che la Procura ha già definito di “brutalità inaudita”.

*Foto tratta dall’Ansa

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