Un’auto noleggiata da un cittadino in una società formalmente intestata a Giuseppe Ruffo, ma di fatto gestita da Francesco Iannazzo, elemento apicale della cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte, che diventa fonte di estorsione. Il debito originario di 4.800 euro si trasforma in un’occasione per una riscossione mafiosa, violenta e senza margini di trattativa, perché l’obiettivo non era solo recuperare il credito, ma esercitare dominio e terrore: la vittima è stata costretta a pagare contanti, assegni, beni alimentari e persino un telefono cellulare, il tutto senza mai passare per le vie legali.
Il ruolo di Francesco Amantea: esecutore, garante, usuraio
Dalle carte dell’inchiesta della Dda di Catanzaro, che oggi ha portato il gip distrettuale Sara Merlini a disporre 8 misure cautelari emerge il ruolo criminale di Francesco Amantea, detto Franco, definito dagli inquirenti esecutore materiale, mediatore tra vittima e mandanti e garante della cosca (LEGGI). Le sue telefonate, intercettate, tracciano un’escalation da manuale del metodo mafioso. Amantea, l’autista della cosca, sollecita più volte il debitore con ultimatum, velate minacce e pressioni crescenti: “Vedi quanto puoi fare, che è una cosa che ti riguarda tantissimo, che ‘nsamma a Dio”. In una delle conversazioni più gravi, Amantea racconta di aver evitato un’aggressione fisica solo grazie al suo intervento: “Quando siamo saliti eravamo io e lui e lui ti ha visto… ti ricordi? […] Eh! Si voleva fermare per dirti due parole, e io gli ho detto cerca di smetterla…”.
Minacce, incontri e la pistola evocata
Il 24 agosto 2020, Amantea porta la vittima in un magazzino di sua proprietà. Qui,Francesco Iannazzo lo affronta di persona e pronuncia una minaccia terrificante: “Con una schioppettata ti faccio volare la testa e la butto in un fosso”. Il messaggio è chiaro: nessun ritardo sarà tollerato. Solo grazie alla presenza “pacificatrice” di Amantea l’aggressione non si trasforma in violenza fisica. Ma la macchina estorsiva va avanti, con ulteriori scadenze imposte, telefonate d’intimidazione e pretese di pagamento sempre più esose.
Il passaggio di consegne: entra in scena Antonio Iannazzo
Quando Francesco Iannazzo finisce in carcere, la gestione del credito passa nelle mani del fratello Antonio Iannazzo. Cambia il nome, non il metodo: Amantea riceve direttive, organizza gli incontri, incassa denaro e veicola minacce. La vittima viene costretta a consegnare assegni postali, contanti e beni di consumo, tra cui due quintali di olio d’oliva. Il 30 dicembre 2020 arriva un assegno da 2mila euro. Altri ne seguiranno, sotto la minaccia costante della perdita della protezione e del possibile intervento fisico di soggetti del clan.
L’intimidazione continua: “Se non paghi, ti sgascio il muso”
Nel gennaio 2021, la tensione sale. Amantea avvisa la vittima: “Quando è passato il 26 da me non ci venire che ti sgascio… il muso te lo rompo”. Poi, per conto di Antonio Iannazzo, impone il pagamento di un assegno da 2.000 europiù 200 euro di spese, minacciando nuove ritorsioni: “Digli di non rompere il cazzo, di vedere come fare per portargli i soldi”. Il cerchio si stringe. La vittima viene tallonata giorno e notte. Ogni scadenza saltata scatena nuove minacce: “Una volta ‘Ntoni, una volta Vincenzo… quello domani sera ti viene sicuro a casa”.
L’usura e lo stato di bisogno
Ma non basta. Oltre all’estorsione, Francesco Amantea è accusato anche di usura aggravata. Approfittando dello stato di bisogno del debitore, gli eroga due prestiti per un totale di 400 euro, pretendendo in cambio 200 euro solo di interessi, con tasso usurario e modalità da manuale della criminalità organizzata. “Io l’ultima chance che ti do è questa, sull’anima di Dio”, gli dice ancora, incassando altri mille euro il 28 agosto 2021 per conto di Antonio Iannazzo.
Metodo mafioso e dominio del territorio
Tutto questo a Lamezia Terme, nel silenzio della paura. Per la Dda e per il gip è la conferma di un metodo mafioso sistematico: pressione psicologica, intimidazione fisica, assenza totale dello Stato nella riscossione del credito. I protagonisti dell’estorsione si muovevano con spavalderia, certi dell’impunità.








