Fiumi di droga importate dalla Colombia, dal Brasile, dal Panama in Italia, cocaina nascosta in container trasportata via mare con destinazione il Porto di Gioia Tauro dietro la regia della cosca Alvaro, capaci di interfacciarsi con autonome organizzazioni criminali, dotate di batterie di operatori portuali in altre località come Salerno e Genova. E a muore le fila del sodalizio non ci sarebbe stato solo Vincenzo Alvaro, ma il compagno di cella Francesco Riitano, 46 anni, di Guardavalle, che dava il suo dictat dal carcere di Siracusa comunicando all’esterno con criptofonini, decidendo in quali canali di approvvigionamento procurare la cocaina, conducendo personalmente le trattative con i fornitori stranieri, sudamericani e olandesi. Sarebbe stato lui insieme a Vincenzo Alvaro ad approvare i termini economici delle operazioni e le modalità di trasporto dello stupefacente, a decidere gli accorgimenti da adottare per eludere i controlli nella fase del recupero, della custodia e della cessione dello stupefacente.
L’anello di congiunzione tra carcere e fornitori
Il suo braccio destro sarebbe stato il nipote Angelo Riitano, di Soverato, entrambi avrebbero attuato le linee programmatiche dell’associazione, sebbene Angelo avesse un margine di autonomia nella gestione dei traffici. Lui sarebbe stato l’anello di congiunzione tra lo zio detenuto e i fornitori-acquirenti, veicolando le informazioni necessarie per concludere gli accordi ed eseguire materialmente le cessioni. Avrebbe aggiornato costantemente lo zio sullo sviluppo delle operazioni e tenuto i rapporti con le batterie di operatori portuali attive nei sedimi di Gioia Tauro e di altre località, fornendo le indicazioni necessarie a recuperare i carichi di stupefacente, cofinanziando le importazioni di stupefacente con lo zio Francesco Riitano, mentre Francesco Alvaro avrebbe dato esecuzione agli ordini di Vincenzo Alvaro e Francesco Riitano.
Trenta chili di cocaina a 900mila euro
Tutti avrebbero agito per agevolare la cosca Alvaro di Sinopoli, spendendone il nome anche in maniera implicita per accreditarsi come persone affidabili nei circuiti del narcotraffico e poter instaurare relazioni di alto livello con fornitori e acquirenti di sostanze stupefacenti di tutto il mondo. E sono diversi i casi di importazione e smercio di droga documentati nell’ordinanza che ha portato a 35 misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che conta 45 indagati in tutto (LEGGI). In uno dei diversi episodi riportati nell’ordinanza del gip distrettuale, Angelo Riitano, insieme ad altri allo stato non identificati, avrebbe finanziato, trasportato e importava un quantitativo non precisato di cocaina, giunto in territorio nazionale a bordo di una nave cargo attraccata al porto di Gioia Tauro e recuperato attraverso l’intervento di una squadra di portuali infedeli. Successivamente, avrebbe offerto in vendita a Francesco Alvaro una parte del carico, pari a 5 chili, ad un prezzo oscillante tra i 32mila e i 34mila euro al chilo. E in un’altra circostanza, lui insieme allo zio, a Vincenzo e Francesco Alvaro avrebbero acquistato, per la successiva rivendita, un quantitativo di 30 chili di polvere bianca da pusher di San Luca dietro pagamento di 900mila euro consegnati in contanti.
Il ruolo del boss di Guardavalle
Anche il boss di Guardavalle Cosimo Damiano Gallace avrebbe dato una mano per agevolare la cosca Alvaro di Sinopoli cedendo insieme a Francesco Riitano, Francesco e Vincenzo Alvaro 17 chili di cocaina, fungendo da tramite tra Francesco Alvaro e il corriere. Gallace avrebbe avuto un ruolo ben preciso: fungere da tramite tra Francesco Alvaro ed il corriere, veicolando a ciascuno di loro le informazioni relative agli spostamenti e all’ubicazione dell’altro, agevolandone l’incontro e permettendo la concretizzazione della cessione, favorendo gli interessi economici della cosca, permettendo alla stessa d’incamerare i profitti derivanti dalla commercializzazione della droga sui mercati nazionali e internazionali.
Il corriere donna e l’escamotage per sfuggire alle Forze dell’ordine
Uno dei corrieri, per la Dda è Eleonora Corapi, di Chiaravalle, come risulta nelle conversazioni intercettate tra gli indagati nelle quali emerge la forte preoccupazione che l’intensa attività svolta dalla donna potesse attirare l’attenzione delle Forze dell’ordine. Corapi, partecipe della cosca, a disposizione di Francesco Alvaro e Giuseppe Cannizzaro, per non dare nell’occhio, avrebbe portato con se il figlio minore nel trasportare e cedere droga.











