Una tossina tanto rara quanto micidiale, estratta dalla pelle vellutata di una minuscola rana del Sud America, sarebbe l’arma del delitto che ha spento Alexey Navalny. Gran Bretagna, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi rompono gli indugi e accusano apertamente il Cremlino: Mosca “aveva i mezzi, il movente e l’opportunità di somministrargli questo veleno”. Le conclusioni dei cinque Paesi, basate sull’analisi di campioni biologici, indicano l’epibatidina come la sostanza letale che ha stroncato l’oppositore due anni fa, nel gelo del carcere siberiano oltre il Circolo Polare Artico.
La scienza contro il negazionismo di Mosca
Mentre la Russia liquida il caso come “insinuazioni volte a distogliere l’attenzione dai problemi dell’Occidente”, l’Europa passa all’offensiva legale, segnalando Mosca all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac). Il sospetto è grave: la Russia non avrebbe mai smantellato integralmente i propri arsenali non convenzionali. Non è un’ipotesi isolata. Già nel 2020 Navalny sopravvisse al Novichok, tossina nervina di matrice militare, salvo poi scegliere il martirio politico tornando in patria nel 2021, finendo arrestato sulla pista dell’aeroporto.
La testimonianza di Yulia Navalnaya
Dalle sbarre, Navalny non ha mai smesso di denunciare la corruzione del regime e l’aggressione all’Ucraina, fino al tragico epilogo. “Certo, non è una novità che Putin sia un assassino, ma ora abbiamo un’altra prova diretta”, ha dichiarato la vedova, Yulia Navalnaya, alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco. La donna ha sottolineato il passaggio dalle intuizioni alla certezza clinica: “Ero ovviamente certa che si trattasse di un omicidio ma allora erano solo parole, oggi queste parole sono diventate fatti scientificamente provati”.
Documenti cancellati e scambi sfumati
L’inchiesta si arricchisce dei dettagli rivelati dalla testata The Insider, che ha analizzato centinaia di documenti clinici. Secondo le indagini, le autorità russe avrebbero sistematicamente rimosso dai referti ogni riferimento a vomito, convulsioni e dolori addominali: sintomi inequivocabili di un avvelenamento in corso. Il sospetto degli alleati è che l’eliminazione sia avvenuta proprio quando si profilava uno scambio di prigionieri con l’Occidente.
Mentre il Premier britannico Keir Starmer celebra l’eredità di un uomo che ha sfidato la tirannia, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot lancia l’affondo finale: Putin sarebbe “pronto a usare armi chimiche contro il suo stesso popolo per rimanere al potere”. È la conferma di un baratro diplomatico ormai incolmabile.








