La regola è semplice: per sfiduciare Nicola Fiorita servono 17 firme. Ad oggi ne sono state annunciate 15. L’ultima è quella dell’ex capogruppo Pd Fabio Celia. Sono compatti Forza Italia, Azione, i due consiglieri comunali di Fratelli d’Italia e il leghista Eugenio Riccio. L’obiettivo è chiaro: raccogliere le adesioni entro il 20 febbraio, dare tempo al notaio di predisporre l’atto e depositarlo entro il 24 febbraio, così da evitare un lungo commissariamento. Ma le due firme mancanti pesano come macigni. Perché la politica non è soltanto aritmetica. È soprattutto strategia. Ed è qui che la partita si complica.
Mancuso: legittimità sì, salto nel buio no
Al momento il principale alleato – diretto o indiretto – del sindaco è Filippo Mancuso, vicepresidente della Regione e indicato da molti come possibile candidato sindaco del centrodestra nel dopo-Fiorita. L’ormai ex commissario regionale della Lega lo ha fatto capire chiaramente: non ha alcuna intenzione di dare la spallata decisiva. Indirettamente è lui l’ultima stampella politica alla quale si sorreggono Fiorita e compagni per completare il segmento finale del mandato. Ufficialmente, a non convincerlo sono le modalità di avvio della crisi. La raccolta firme è legittima, certo. Ma ciò che lo preoccupa è lo scenario successivo. Il riferimento è al 2022, quando il centrodestra si presentò senza un candidato politico condiviso. Un precedente che pesa. Mancuso teme un altro “salto nel buio”. Tradotto: prima il candidato unitario, poi la crisi. E senza un imprimatur romano, i mancusiani non si muovono.
Il piano Abramo e il gelo regionale
Nel retroscena politico si muove un’altra ambizione: quella di Sergio Abramo, vent’anni sulla poltrona più ambita del capoluogo. L’idea di un ritorno anticipato, con la caduta di Fiorita prima del 24 febbraio, sarebbe sostenuta dal gruppo cittadino e provinciale di Forza Italia. Ma il centrodestra non è compatto. A livello regionale il clima è freddo. Roberto Occhiuto non sembra entusiasta di un ribaltone improvvisato a un anno e mezzo dalla fine naturale del mandato. E senza un chiaro via libera dai tavoli romani, nessuno vuole assumersi la responsabilità di un azzardo. Così all’appello continuano a mancare i consiglieri comunali vicini a Mancuso. E la spallata finale può arrivare solo da lui. Senza i suoi fedelissimi, le firme restano 15 e Fiorita resta in sella. Con il loro sì, il sindaco cade. Con buona pace di Abramo e di una parte di Forza Italia.
Il mazzo in mano a Mancuso
Il mazzo di carte è nelle mani di Mancuso. Osserva, misura, attende. Ufficialmente si è dimesso da commissario regionale della Lega per dedicarsi agli impegni istituzionali accanto a Occhiuto. Ufficiosamente, guarda a Palazzo De Nobili con l’occhio lungo di chi immagina la fascia tricolore nel 2027, alla scadenza naturale dell’amministrazione. La domanda è inevitabile: perché bruciare oggi una carta che potrebbe valere molto di più domani?
“Fiorimancuso”: il convitato di pietra
C’è poi una verità che molti fingono di non vedere: negli ultimi mesi l’amministrazione ha retto anche grazie a una stampella più o meno visibile riconducibile all’area mancusiana. Una formula che in città è già stata ribattezzata “Fiorimancuso”.
Se le firme non dovessero arrivare, Fiorita avrebbe campo libero per completare il mandato proprio grazie a quell’equilibrio variabile che finora gli ha consentito di navigare tra scogli e correnti contrarie. E sarebbe una doppia vittoria politica: sopravvivere alla sfiducia e dimostrare che il centrodestra non è riuscito a trovare una sintesi.
Crisi vera o resa dei conti?
Più che una crociata contro il sindaco, la partita somiglia a una resa dei conti interna al centrodestra: tra chi vuole chiudere subito e chi preferisce aspettare, costruire un candidato forte e presentarsi compatto. Intanto Catanzaro resta sospesa tra 15 e 17.
Due firme che valgono un mandato. Due firme che raccontano molto più di una crisi: raccontano ambizioni, calcoli e la paura di fare, ancora una volta, un salto nel buio.





