Ventisette anni di latitanza. Un nome da tempo inserito nel Programma Speciale di Ricerca del Ministero dell’Interno. E ora, una nuova raffica di perquisizioni in tutta Italia per scovare Attilio Cubeddu, ex membro dell’anonima sarda, ricercato dal 1997, quando fece perdere le sue tracce dopo un permesso premio dal carcere di Badu ‘e Carros. Le operazioni, condotte dai Carabinieri del Ros, hanno coinvolto circa venti soggetti – tra familiari, amici e presunti complici, indagati per procurata inosservanza della pena aggravata dal metodo mafioso. Il blitz è partito dalla Sardegna, con particolare attenzione alla zona dell’Ogliastra, ma ha toccato anche altre regioni.
Una latitanza lunga quasi tre decenni
Cubeddu non è un nome qualsiasi. È stato coinvolto negli anni ‘80 in una serie di sequestri di persona a scopo di estorsione, in Toscana e Emilia Romagna, tra cui quelli di Cristina Peruzzi e Patrizia Bauer. Ma è per il rapimento dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini, avvenuto durante i primi anni di latitanza, che arriva la condanna definitiva. La sua figura resta centrale nella storia della criminalità sarda legata ai sequestri, e rappresenta ancora oggi una delle ferite aperte della giustizia italiana. Nonostante il tempo trascorso, le autorità non hanno mai smesso di cercarlo.
L’inchiesta della DDA di Roma
L’indagine è coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma. Oltre ai Ros, sono impegnati anche i comandi provinciali dei carabinieri di Nuoro e Livorno, il Ris di Cagliari, lo Squadrone eliportato “Cacciatori” Sardegna e l’XI Nucleo elicotteri di Cagliari. Non solo perquisizioni: sono in corso anche accertamenti scientifici e genetici. Gli investigatori stanno cercando tracce biologiche che possano ricondurre al profilo genetico completo del latitante. Un tentativo per aggiornare la scheda identificativa e accelerare la caccia.
Un’ombra lunga su Sardegna e dintorni
Il sospetto degli inquirenti è che una rete di complicità abbia aiutato Cubeddu a rimanere nascosto così a lungo. Le indagini puntano infatti a sgretolare il muro dell’omertà che ancora oggi, a distanza di quasi trent’anni, sembra proteggere il latitante. Un caso emblematico di come la criminalità organizzata locale sia ancora in grado di coprire e sostenere i suoi uomini, anche contro uno Stato che fatica, spesso, a chiudere i conti col passato.









