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5 Maggio 2026
5 Maggio 2026
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L’ombra di Riina si allunga ancora su Corleone: scattano le manette per il nipote del “Capo dei capi”

Un’inchiesta durata sei anni svela il controllo capillare del clan sulle campagne siciliane. Tra furti, roghi e "pizzo", la mafia rurale dettava ancora legge risolvendo persino le liti tra privati

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Il passato che non passa. A Corleone il tempo sembra essersi fermato, o meglio, sembra voler tornare ostinatamente indietro.
Nelle scorse ore, un’operazione dei Carabinieri ha colpito al cuore il mandamento che fu di Totò Riina, portando in carcere tre figure chiave della criminalità organizzata locale.
Il nome che scuote l’opinione pubblica è quello di Mario Grizzaffi, 60 anni, nipote diretto del defunto “boss dei boss”.
Secondo gli inquirenti, sarebbe stato proprio lui a raccogliere l’eredità di comando dopo la scomparsa dello zio e di Bernardo Provenzano, mantenendo saldo il potere su un territorio mai del tutto pacificato.

L’ascesa al vertice e il peso del sangue

L’ordinanza, firmata dal gip di Palermo su input della Procura Distrettuale Antimafia, non colpisce solo Grizzaffi. Insieme a lui sono finiti dietro le sbarre Mario Gennaro e Pietro Maniscalco, accusati a vario titolo di associazione mafiosa.
L’indagine è il frutto di un lavoro certosino durato dal 2017 al 2023, un monitoraggio costante che ha permesso di mappare i nuovi assetti della “famiglia” corleonese. Gli investigatori descrivono una struttura gerarchica solida, capace di rigenerarsi nonostante i colpi inferti dallo Stato, facendo leva sul prestigio criminale derivante dai legami di parentela con la vecchia guardia stragista.

Il ritorno della mafia rurale tra incendi e intimidazioni

Quella documentata dai militari è una mafia che torna alle origini: una criminalità agricola, arcaica nei metodi ma modernissima nell’efficacia. Per assicurarsi il dominio assoluto sul mandamento, il gruppo non esitava a ricorrere a danneggiamenti, furti di mezzi agricoli e incendi dolosi. Tra gli episodi più gravi spicca l’attacco ai beni di una cooperativa che gestisce terreni confiscati, un segnale chiaro della volontà del clan di sfidare apertamente le istituzioni. Non mancavano le estorsioni ai commercianti della zona, spesso costretti a concedere sconti forzati o dilazioni sui debiti per non incorrere nelle rappresaglie del clan.

Uno Stato parallelo che dirime le controversie

Il dato forse più inquietante che emerge dalle indagini riguarda il consenso sociale e il ruolo di “giustizia alternativa” esercitato dagli indagati.
In molti casi, erano gli stessi cittadini a rivolgersi agli uomini del clan per risolvere dispute sui confini dei terreni o per mediare in compravendite agricole. Una sorta di welfare criminale dove i boss agivano come giudici di pace, autorizzando o negando transazioni private.
Questo controllo totale dimostra come la forza intimidatoria del vincolo mafioso sia ancora in grado di sostituirsi alle leggi dello Stato, creando un sistema di potere parallelo difficile da scardinare nelle aree più isolate dell’entroterra siciliano.

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