Ogni anno la Corte dei conti verifica come la Regione Calabria incassa e spende il denaro pubblico, controlla che ogni cifra iscritta a bilancio corrisponda a qualcosa di reale e chiude il lavoro con un’udienza aperta al pubblico. Il 29 luglio i magistrati della Sezione regionale di controllo hanno approvato il rendiconto dell’anno 2025 e letto la relazione che accompagna la decisione.
Dentro quel testo, accanto alle grandi cifre della sanità, compare l’elenco di ciò che non torna. Sono anomalie a volte minime, e proprio per questo sintomatiche e semantiche: mostrano quanto tempo occorra, in Calabria, perché un errore venga corretto o un euro raggiunga la sua destinazione.
La più piccola di queste stranezze vale novecentosessantanove euro e novantatré centesimi.
Il credito che non esiste e che nessuno cancella
Nel 2018 un ufficio regionale iscrive nei conti un credito da 969,93 euro, cioè una somma che la Regione risulta dover incassare da qualcuno. Il credito non è mai esistito, si tratta di un errore materiale, e da quel momento la cifra resta nei conti esercizio dopo esercizio senza che nessuno la rimuova. I magistrati la individuano ora e chiedono conto mentre la Regione risponde che all’origine c’è «un’asimmetria informativa tra settori», cioè un ufficio che non comunica con l’altro, e assicura di cancellarla alla prima occasione utile.
Occorre l’intervento della magistratura contabile perché un errore da novecentosessantanove euro venga corretto sette anni dopo essere stato commesso.
Lo stesso meccanismo, applicato alle cifre grandi, produce i numeri che seguono.
I reparti pagati nel 2002 e mai costruiti
Nel 2002 la Regione contrae un mutuo con la Cassa depositi e prestiti per realizzare reparti di malattie infettive e laboratori di virologia negli ospedali calabresi.
Sette milioni e 826 mila euro, che figurano ancora oggi fra i crediti regionali perché gli interventi risultano «mai realizzati» per l’azienda sanitaria di Catanzaro e per il Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria.
Ventiquattro anni dopo, per Catanzaro il Ministero approva una riprogrammazione che fissa la conclusione entro dicembre 2026; per Reggio Calabria la pratica risulta ancora «in fase di valutazione».
Un secondo credito della stessa annata, da 873 mila euro, riguarda invece lavori conclusi, con somme residue che si potrebbero reimpiegare. La verifica però si arena «a causa della difficoltà nel reperire la documentazione tecnico-amministrativo-contabile presso le ASP competenti, in considerazione del tempo trascorso»: dopo ventiquattro anni le carte che servirebbero a giustificare quei soldi non si trovano più.
Il terzo caso porta la data del 2016, quando lo Stato assegna alla Calabria 772 mila euro per l’assistenza ai tossicodipendenti e la cura domiciliare dei malati di Aids. Quel denaro non arriva mai, e la Regione chiede spiegazioni al Ministero il 15 giugno 2026, dieci anni dopo, mentre l’istruttoria della Corte è già aperta. Il giudizio complessivo viene riportato in una riga: l’amministrazione mantiene «un atteggiamento meramente passivo», conservando i crediti a bilancio senza esercitare il diritto a riscuoterli.
Trentuno automobili senza responsabile
Ogni veicolo pubblico deve avere un consegnatario, un dipendente che risponda dove si trovi e come venga utilizzato. L’istruttoria accerta che trentuno mezzi della Regione non hanno un responsabile conosciuto.
Sul patrimonio mobiliare pende intanto un procedimento aperto dalla Procura contabile per la mancata presentazione del rendiconto obbligatorio relativo al 2023.
Alla fine ventinove veicoli trovano una collocazione: quattro rubati e denunciati, cinque rottamati, sette ricondotti ai rispettivi uffici, quattro assegnati a Calabria Verde e alla protezione civile comunale, tre mai transitati negli archivi della motorizzazione, uno in usufrutto. Cinque casi riguardano motori rubati, poi ritrovati e rimontati su altre vetture. Due mezzi restano senza attribuzione.
Al pubblico registro automobilistico compaiono tutti con la sola intestazione «Regione Calabria», e l’ufficio dell’Aci di Catanzaro risponde di non poter più risalire a chi ne chiese l’immatricolazione: troppo tempo trascorso, documenti eliminati.
La stessa amnesia riguarda gli immobili. La Regione iscrive a bilancio i suoi ventiseimila fra terreni e fabbricati usando il valore catastale invece del prezzo di acquisto, perché i documenti originari non risultano disponibili.
E la voce più pesante del patrimonio, oltre un miliardo di euro pari a circa il 34 per cento del totale, riguarda in prevalenza le opere demaniali di Ferrovie della Calabria, la cui sistemazione al catasto risulta appena avviata su un solo tratto.
Le piste da sci e gli ambulatori chiusi
Fra il 2023 e il 2025 la Regione non pubblica alcun bando per vendere gli immobili che ha messo in elenco. La spiegazione fornita ai magistrati ha una sua logica: i tentativi precedenti non trovano compratori, quindi l’amministrazione sceglie di rendere i beni più attrattivi prima di rimetterli sul mercato.
La strategia prende forma sulla Sila, dove la Casa del Forestiero di Camigliatello diventa sede museale per i reperti paleontologici rinvenuti nel lago Cecita e il comprensorio Camigliatello-Lorica riceve un intervento su oltre sessanta chilometri di piste, per rendere lo sci calabrese «competitivo dal punto di vista turistico, a livello nazionale».
La Corte prende atto dell’indirizzo e ne registra il bilancio triennale: «L’assenza di introiti e la permanenza di oneri di gestione».
Negli stessi mesi, con i fondi europei del Pnrr, la Calabria deve realizzare 61 Case della comunità, gli ambulatori di paese in cui il cittadino trova medico, infermiere e prestazioni di base senza raggiungere l’ospedale.
Al momento della verifica ne risultano funzionanti due, entrambe uìin provincia di Reggio.
Dei venti Ospedali di comunità, le strutture intermedie per chi non necessita del reparto per acuti e non può tornare a casa, ne risulta attivo uno. Quando la Sezione chiede quale personale verrà destinato a quelle strutture, la richiesta «è rimasta inevasa».
Il conto
Le anomalie prese una per una compongono il quadro che occupa la parte centrale della relazione. In Calabria quasi 65 centesimi di ogni euro impegnato dalla Regione finiscono nella sanità, e la sanità resta il settore dove il divario fra risorse assegnate e servizi resi è più ampio.
Alla fine del 2025 la Regione trattiene sul proprio conto 328 milioni e mezzo che spetterebbero alle aziende sanitarie, il 21 per cento in più rispetto all’anno prima. Le aziende, rimaste senza liquidità, ricorrono ad anticipazioni bancarie e pagano interessi per 6,3 milioni: denaro che esce dalla sanità e finisce agli istituti di credito. I magistrati definiscono «meramente formale» il rispetto della norma che imporrebbe il trasferimento integrale.
Le cure che i calabresi cercano fuori regione costano 329 milioni l’anno, cifra che peggiora di continuo e che la Corte qualifica come «patologia strutturale», espressione di un deficit di offerta.
Nello stesso esercizio i medici del servizio sanitario regionale scendono da 3.917 a 3.866 unità, con 419 assunzioni a fronte di 473 cessazioni, mentre la spesa per il personale aumenta di quasi 26 milioni. Sui farmaci la Regione supera il tetto di spesa di 186 milioni e si colloca quarta fra le regioni che sforano; sui livelli minimi di assistenza, secondo i punteggi provvisori del 2024 ancora in attesa di validazione ministeriale, resta sotto la soglia proprio nell’area dei servizi sul territorio, con 52 punti contro i 60 richiesti.
Il bilancio sanitario chiude in attivo per meno di dieci milioni soltanto grazie alla leva fiscale: un disavanzo accertato di 132 milioni e mezzo viene coperto con 133 milioni provenienti dalle addizionali maggiorate che i calabresi versano in forza del piano di rientro. Nel frattempo, dei 300 milioni riconosciuti dallo Stato alla Calabria come sostegno straordinario per rilanciare la sanità, arriva soltanto la prima rata da sessanta: gli altri 240 milioni restano fermi, perché la verifica tecnica cui l’erogazione è subordinata non viene mai completata.
Restano due domande da rivolgere alla Giunta, e per entrambe una data costituirebbe una risposta sufficiente. Quando apriranno le cinquantanove Case della comunità ancora chiuse, e con quale personale. E in quale ufficio si è arenata la verifica che vale 240 milioni per la sanità dei calabresi.











