30 Luglio 2026
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Dall’Unical a Cambridge, lo studio sull’intelligenza artificiale che può accelerare la cura dell’ictus

Il doppio volto dell’IA: può aiutare i medici a salvare vite, ma anche clonare voci e identità, costruire truffe perfette e trasformare la fiducia nel suo primo bersaglio

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È di questi giorni la notizia di un giovane ricercatore cosentino, Alessandro Russo, che ha presentato all’Università di Cambridge uno studio nato all’Università della Calabria sull’impiego dell’intelligenza artificiale nella cura dell’ictus. La ricerca ha individuato diversi momenti del percorso assistenziale nei quali l’IA potrebbe aiutare medici e operatori a ridurre i ritardi, coordinare le informazioni e rendere più tempestivi gli interventi. I risultati dovranno essere verificati sul campo, ma il progetto mostra già una delle applicazioni più promettenti di questa tecnologia: non sostituire l’uomo, bensì sostenerlo quando rapidità e precisione possono contribuire a salvare una vita.

Una presenza in ogni campo del sapere

L’intelligenza artificiale non è più confinata all’informatica. Sta entrando progressivamente in ogni branca del sapere. In medicina può analizzare immagini diagnostiche, mettere in relazione enormi quantità di dati e sostenere la ricerca di nuove terapie. Nella meteorologia può migliorare la previsione degli eventi estremi; nella tutela dell’ambiente può individuare incendi, dissesti e sprechi di risorse; nell’agricoltura può riconoscere le malattie delle colture e razionalizzare l’uso dell’acqua.

Nella scuola può adattare spiegazioni ed esercizi alle difficoltà del singolo studente. Nel diritto e nella pubblica amministrazione può velocizzare la ricerca di documenti e precedenti. Nell’archeologia può contribuire a decifrare testi e ricostruire reperti; nell’ingegneria può anticipare guasti e rendere più sicuri impianti e infrastrutture. L’IA può elaborare in pochi secondi informazioni che una persona impiegherebbe giorni a esaminare. Ma la velocità non coincide necessariamente con la conoscenza e la capacità di formulare una risposta non equivale alla comprensione del suo significato.

La stessa potenza nelle mani della criminalità

La tecnologia che può abbreviare il percorso di cura di un paziente può essere impiegata anche per rendere più credibili frodi, ricatti e manipolazioni. Nel 2024, a Hong Kong, un dipendente di una multinazionale partecipò a una videoconferenza nella quale riconobbe il direttore finanziario e diversi colleghi. In realtà, i volti e le voci dei partecipanti erano stati ricostruiti artificialmente. Convinto di avere ricevuto un ordine autentico, il dipendente effettuò trasferimenti per circa 25 milioni di dollari.

Nel 2025 una frode simile ha raggiunto l’Italia. Alcuni importanti imprenditori furono contattati da persone che si presentavano come collaboratori del ministro della Difesa Guido Crosetto. Attraverso l’intelligenza artificiale era stata riprodotta anche la voce del ministro. La richiesta di denaro veniva giustificata con la necessità urgente di liberare giornalisti italiani sequestrati all’estero. Uno degli imprenditori trasferì quasi un milione di euro, successivamente individuato e bloccato dalle autorità.

Nel febbraio 2026 anche la Banca d’Italia ha segnalato la circolazione di falsi articoli e filmati nei quali il governatore Fabio Panetta sembrava promuovere inesistenti opportunità d’investimento. Non si tratta più di episodi occasionali. Le organizzazioni criminali utilizzano l’IA per costruire identità false, clonare voci, imitare persone conosciute, creare messaggi fraudolenti privi degli errori che un tempo consentivano di riconoscere una truffa e superare facilmente le barriere linguistiche.

Possono simulare un rapimento, inventare una relazione sentimentale, ricattare attraverso immagini contraffatte o convincere una vittima a investire denaro su piattaforme inesistenti. L’INTERPOL ha avvertito che le frodi potenziate dall’intelligenza artificiale possono risultare fino a quattro volte e mezzo più redditizie di quelle tradizionali. L’intelligenza artificiale non ha inventato l’inganno. Lo ha reso più veloce, economico e credibile.

Il vero bersaglio è la fiducia

Il pericolo più profondo non è soltanto la possibilità di creare un’immagine falsa. È la progressiva perdita della capacità di distinguere ciò che è vero da ciò che appare vero. Fino a pochi anni fa una voce familiare, una fotografia o una videoconferenza erano considerate prove sufficienti dell’identità di una persona. Oggi possono diventare parti di una messinscena.

La falsificazione, quindi, non colpisce più soltanto l’informazione. Colpisce la fiducia sulla quale si fondano i rapporti familiari, le attività economiche e la stessa vita democratica. Se tutto può essere riprodotto artificialmente, anche la verità rischia di essere accolta come un falso e la menzogna come una prova. Per affrontare questa trasformazione non bastano programmi capaci di riconoscere i contenuti manipolati. Servono regole, responsabilità delle piattaforme, protezione dei dati e formazione. Ma serve soprattutto una nuova educazione al dubbio: una voce riconoscibile non è più una garanzia, un volto sullo schermo non è necessariamente una presenza reale, l’urgenza è spesso lo strumento con cui il truffatore impedisce alla vittima di pensare.

La macchina non sceglie chi diventare

È troppo semplice sostenere che l’intelligenza artificiale sia soltanto uno strumento neutrale. Gli algoritmi incorporano i dati utilizzati per addestrarli, gli obiettivi stabiliti da chi li costruisce e gli interessi di chi li controlla. La responsabilità, dunque, riguarda utilizzatori, imprese, ricercatori e istituzioni. L’intelligenza artificiale non possiede però una coscienza alla quale chiedere conto delle conseguenze. Non prova compassione per il paziente salvato né rimorso per la vittima ingannata. Può indicare la strada più rapida, ma non può stabilire da sola se sia anche quella giusta.

Il progetto nato in Calabria mostra una tecnologia impiegata per restituire tempo alla cura. Le frodi internazionali mostrano la stessa potenza utilizzata per fabbricare identità, paura e obbedienza. Tra questi due estremi non c’è una macchina chiamata a scegliere che cosa diventare. Ci siamo noi. Per anni ci siamo domandati che cosa accadrà quando una macchina riuscirà a pensare come un essere umano. Forse, però, la domanda è sbagliata. Il rischio più grande non è che l’intelligenza artificiale diventi umana, ma che l’essere umano, abituandosi a delegare ogni ricerca, decisione e responsabilità, finisca per comportarsi come una macchina. La domanda decisiva, allora, non è se un giorno l’intelligenza artificiale avrà una coscienza. È se continueremo ad averla noi.

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