Non stupisce affatto che Doris Lo Moro abbia scelto di andarsene dal Pd: era nell’aria da tempo, un’aria diventata via via tossica per entrambe le parti. Ma, forse, sarebbe meglio dire che sono stati i dem per primi ad aprire la porta della ormai ex casa comune, da cui la già due volte sindaca di Lamezia Terme è uscita, non senza prima però denunciare omissioni, azioni e una sorta di consociativismo per facta concludentia.
L’impossibilità di stare insieme
Tutti fattori che avevano reso impossibile uno stare assieme armonioso e marziale al tempo stesso, nell’accezione politica dell’aggettivo. Perché l’ex assessora regionale alla sanità avrebbe voluto menare di più contro l’attuale giunta di centrodestra, e farlo di concerto, per divaricare le crepe che vi si erano aperte e per riempirle di pressing asfissiante, nella speranza di far saltare il banco, anzi, i banchi della maggioranza.
Diffidenze e nomination sudate
Mai particolarmente amata dal più della dirigenza piddina della città della piana, e anche da qualche eterno e noioso astro nascente progressista catanzarese – che però di nascere non ne vuole sapere da un quindicennio a sta parte – Doris ha dovuto faticare parecchio prima di ottenere la nomination che nella scorsa primavera le permise di gareggiare contro Mario Murone, che poi ebbe la meglio alle comunali.
Dopo il ballottaggio: la guerra fredda interna
Subito dopo la sconfitta al ballottaggio di giugno, le prime schermaglie in famiglia sulla forma e sostanza da dare al gruppo dem in consiglio comunale, con tanto di lettere di sfratto e contro deduzioni oggetto financo di attenzioni romane, molto ponziopilatesche, a dire la verità. Poi una serie di incomprensioni, per utilizzare una formula eufemistica, che hanno accentuato le distanze, fino a renderle siderali.
Una strategia mancata
Il tempo solo dirà se la Lo Moro avesse individuato una strada per mettere in serio pericolo l’amministrazione Murone, che i suoi ex sodali non hanno voluto seguire.
Così come giudicherà qualità e intensità dell’azione della minoranza, che – non si dimentichi mai – in un contesto democratico è attenzionata non meno di chi governa.
Il confine politico che non c’è più
Una cosa però deve poter suonare come un monito: i rapporti tra un oppositore e un membro della maggioranza devono tenere conto del confine politico, sempre che questo vi sia. A Lamezia, così come in altre realtà, la dinamica maggioranza–minoranza è sovente drogata da troppi selfie con la dicitura “avversari in consiglio, amici nella vita”. Che palle, che indigeribile ipocrisia.
Lo spritz lib-lab e l’amichettismo
Ora, nessuno qui incita alla inimicizia personale, per carità. Tuttavia, alla subcultura dello spritz lib-lab che irrora le gole di quanti, prima di sferrare una carezza, più che una ‘scanicata’ politica, si premurano di dichiararsi amici, bisogna mettere un freno etico. Per dirla alla Rosario Fiorello, versione (impareggiabile) Sanremo edizione 2021: “C’è troppo amichettismo da queste parti”.









