Se a decidere fossero soltanto gli under 30, il quadro politico italiano apparirebbe molto diverso da quello emerso dalle urne nel 2022. I numeri arrivano da un sondaggio condotto dall’Istituto Demopolis per Otto e Mezzo su La7, mandato in onda il 29 maggio, su un campione di 800 intervistati nella fascia 18-29 anni che sta alimentando il dibattito online.
Il primo partito sarebbe il Movimento 5 Stelle con il 22%, seguito da Fratelli d’Italia al 21%. Più indietro il Partito Democratico al 18%, l’Alleanza Verdi-Sinistra poco sopra il 10% e, nell’area di centrodestra, la lista riconducibile a Roberto Vannacci al 5,5%.
Sommando, quindi, i consensi di M5S, Pd e Avs si arriva al 50,5%. Da qui il titolo che fa il giro dei social: tra i giovani la sinistra è maggioranza assoluta.
È una lettura possibile, ma fermarsi a questo si rischia di raccontare solo una parte della storia.
Quello che la cifra non dice
La prima riguarda i margini. Un campione di 800 persone porta con sé un’oscillazione statistica di circa tre punti e mezzo. Significa sostanzialmente che il 22% del M5S e il 21% di Fratelli d’Italia, in termini scientifici, sono appaiati: i due partiti si contendono il primato generazionale alla pari, e attribuire al Movimento un vantaggio netto potrebbe sembrare una forzatura. Più solido, semmai, è il distacco che entrambi infliggono al Pd, che fra i giovani perde quattro punti e mezzo rispetto alla sua media nazionale.
La maggioranza che emerge dal sondaggio è quella del campo largo, sperimentato per la prima volta in Calabria da Pasquale Tridico.
C’è poi una terza parte della storia da raccontare che riguarda il convitato di pietra. Al referendum sulla giustizia di marzo gli under 30 erano andati a votare nella misura del 65%, diventando decisivi.
Alle prossime politiche, secondo la stessa rilevazione Demopolis, ci andrebbe solo il 44%. La domanda “se votassero solo i giovani” ci restituisce una probabile realtà: è il segmento di elettorato che con maggiore probabilità resterà a casa. Il consenso c’è, insomma, ma in larga parte è un capitale non riscosso.
E poi il dato sull’astensione impone una certa prudenza. Quando si osservano le intenzioni di voto dei giovani, si tende spesso generalizzare. In realtà una quota consistente di ragazze e ragazzi resta fuori dalla partecipazione politica attiva.
La domanda, quindi, non è soltanto come votino i giovani, ma quanti di loro voteranno davvero quando arriverà il momento di scegliere.
La frattura che attraversa la generazione
Tra i giovani, i partiti di governo arretrano tutti: Fratelli d’Italia perde sette punti e mezzo, la Lega e Forza Italia scendono sotto la soglia del 5%, diventando quasi invisibili. Lo stesso Pd, principale forza d’opposizione, cede terreno.
La generazione under 30, quindi, per certi versi appare come un blocco progressista compatto, rappresenta un elettorato che punisce il centro istituzionale e premia chi promette una rottura, da una parte o dall’altra.
Per il campo progressista è la notizia migliore, ma allo stesso tempo un avvertimento: i ragazzi guardano a Conte, a Bonelli e Fratoianni, ma una quota non trascurabile ascolta anche la destra identitaria.
La partita generazionale è quindi aperta, ma non vinta.
Cosa aspettarsi dai prossimi appuntamenti
I numeri suggeriscono che il centrodestra governa il presente grazie all’affluenza degli elettori più “grandi”, mentre il centrosinistra allargato è quella tendenza che non si è ancora materializzata perché resta appesa alla più grande delle incognite: la capacità di portare i giovani al seggio.
È il banco di prova dei mesi a venire. E la verifica vera arriverà con le politiche, attese nel 2027.
Lì il campo largo potrà presentarsi con un patrimonio anagrafico che gli avversari non hanno, ma con il compito molto arduo di trasformarlo in qualcosa di concreto.
Se ci riuscirà, la cifra del 50% fra gli under 30 sarà ricordata come il primo segnale di uno spostamento. Se invece i ragazzi continueranno a sentirsi rappresentati, ma non abbastanza interpellati, quel numero resterà ciò che è oggi. Ovvero una maggioranza silenziosa che esiste sulla carta, e che il giorno del voto si dissolve nella fila per restare a casa.
La domanda vera che questo sondaggio consegna alla politica progressista è, quindi, se saprà convincerli che quel giorno valga la pena andare a votare.










