× Sponsor
21 Maggio 2026
21 Maggio 2026
spot_img

La Tari soffoca lo sport a Vibo: impianti come fabbriche. Vibonese e Tonno Callipo strangolate da un tassa record

Le società sportive si sono viste recapitare la tassa sui rifiuti calcolata come se gli impianti fossero attivi tutto l’anno. Un’anomalia che non trova riscontro negli altri capoluoghi calabresi. L'inchiesta di C7

spot_img

La Tari, per definizione, dovrebbe essere una tassa proporzionata alla produzione reale di rifiuti urbani. È questo il principio fondante della normativa nazionale e dei regolamenti comunali. Ma a Vibo Valentia, negli ultimi anni, questo principio sembra essersi piegato a una logica diversa: fare cassa colpendo chi non può spostarsi, chi è visibile, chi rappresenta un simbolo pubblico.

Così è successo che impianti sportivi utilizzati poche decine di giorni l’anno siano stati tassati come se fossero strutture operative 365 giorni su 365, con importi che hanno superato ogni confronto regionale e nazionale. Una distorsione che ha finito per colpire due realtà simbolo dello sport calabrese: la Vibonese Calcio e la Tonno Callipo Volley.

Lo stadio Luigi Razza e la cartella da mezzo milione

Il caso più eclatante è quello dello stadio Luigi Razza. Alla Vibonese Calcio, sommando più annualità, è stato chiesto di versare circa 500.000 euro di Tari. Mezzo milione di euro per la tassa sui rifiuti. Una cifra che equivale a oltre 100.000 euro l’anno, ovvero quasi 6.000 euro per ogni partita casalinga.

Numeri che da soli raccontano l’assurdo. Lo stadio non è un centro commerciale, non è una fabbrica, non è un impianto produttivo continuo. È una struttura che vive a intermittenza, legata al calendario sportivo. E soprattutto, per legge, il campo di gioco non produce rifiuti urbani e quindi non è tassabile. La normativa è chiara: le superfici destinate esclusivamente all’attività sportiva devono essere escluse dalla Tari. Lo stesso regolamento comunale di Vibo Valentia lo prevede nero su bianco. Eppure, per anni, la tassazione è stata calcolata come se tribune e gradinate fossero costantemente operative, ignorando il principio della proporzionalità.

Il palazzetto e la Tonno Callipo: 30 mila euro per una stagione

Non va meglio sul fronte volley. La Tonno Callipo, una delle realtà sportive più prestigiose della regione, si è vista recapitare una richiesta di circa 30.000 euro di Tari per una sola stagione al palazzetto di Vibo Valentia. Una stagione composta da quindici partite interne. Anche in questo caso, il palazzetto non è aperto quotidianamente, non genera rifiuti continui, non ha flussi costanti di pubblico. Eppure la tariffa applicata è stata annua piena, come se l’impianto fosse utilizzato senza soluzione di continuità. Una forzatura che ha spinto il patron Pippo Callipo a parlare apertamente di “follia” e a ventilare l’ipotesi di spostare la squadra fuori città.

La legge c’è, ma a Vibo si applica a metà

Il punto centrale dell’intera vicenda è che gli strumenti per evitare questi eccessi esistono già. La normativa nazionale e i regolamenti comunali prevedono la riduzione per utilizzo stagionale e, soprattutto, la possibilità di applicare la Tari giornaliera per le strutture utilizzate meno di 183 giorni l’anno.

Tradotto: se uno stadio viene utilizzato per venti eventi, la tassa va calcolata per venti giorni, non per un anno intero. Applicando questo criterio, il peso della Tari sugli impianti sportivi vibonesi crollerebbe drasticamente, riportandosi su valori analoghi a quelli degli altri capoluoghi calabresi. Il problema è che per anni questo criterio non è stato applicato, o lo è stato in modo frammentario e tardivo, generando cartelle sproporzionate che nulla hanno a che vedere con la produzione reale di rifiuti.

Il confronto che mette Vibo spalle al muro

Basta allargare lo sguardo oltre i confini cittadini per capire quanto la situazione vibonese sia un’anomalia. A Catanzaro, lo stadio Ceravolo – più grande del Razza – paga circa 6.000 euro di Tari l’anno. A Cosenza, l’intera categoria degli impianti sportivi pesa nel piano finanziario comunale poche migliaia di euro complessive. A Reggio Calabria, nessuna società sportiva ha mai denunciato cartelle monstre o minacciato di lasciare gli impianti per colpa della tassa rifiuti. La legge è identica. I regolamenti sono simili. Cambia solo una cosa: l’interpretazione amministrativa. A Vibo, per anni, la Tari sugli impianti sportivi è stata applicata al massimo consentito, senza tener conto dell’uso reale e della stagionalità.

Tariffe al massimo e sport usato come bancomat

Un altro elemento che emerge con forza è la scelta di collocare le tariffe Tari per gli impianti sportivi ai livelli più alti consentiti dalla normativa nazionale. Una scelta che non è obbligatoria. Una scelta che pesa come un macigno su realtà che già vivono di equilibri fragili. Il risultato è che lo sport, invece di essere considerato un bene sociale da tutelare, viene trattato come una fonte di gettito. Un bancomat fiscale a cui attingere quando i conti non tornano. Peccato che, a forza di prelevare, il rischio sia quello di svuotare il territorio.

La mala burocrazia e la politica che si volta dall’altra parte

In questa vicenda c’è un convitato di pietra che nessuno sembra voler chiamare per nome: la mala burocrazia, quella che non decide, che applica le norme nel modo più rigido possibile per non assumersi responsabilità, salvo poi rifugiarsi dietro la formula rituale del “ce lo chiede la legge”. Una burocrazia che non governa i regolamenti, ma li subisce e li applica in automatico, anche quando producono effetti palesemente distorsivi.

Il problema, però, non è solo tecnico. È politico. Perché la politica, a Vibo Valentia, appare succube dell’apparato amministrativo, incapace di esercitare fino in fondo il proprio ruolo di indirizzo e di correzione. Meglio lasciare che siano gli uffici a firmare, meglio nascondersi dietro le procedure, meglio evitare scelte che potrebbero esporre a critiche o responsabilità personali. Così la mancanza di coraggio decisionale diventa sistema, e lo sport – come altri settori – resta schiacciato tra regole applicate senza intelligenza e una classe dirigente che preferisce non governare piuttosto che assumersi il peso di una decisione chiara, trasparente e politicamente difendibile.

La retromarcia tardiva del Comune

Solo dopo le proteste pubbliche, le prese di posizione dei presidenti e l’attenzione mediatica, l’amministrazione comunale ha avviato una parziale correzione di rotta. Nel 2022 sono state approvate modifiche regolamentari, sono state ribadite le esclusioni delle superfici sportive e si è tornati a parlare di tariffazione proporzionata all’uso. Ma il problema non è scomparso. Le cartelle restano, le trattative continuano, le soluzioni definitive tardano ad arrivare. E nel frattempo lo sport vibonese continua a pagare più degli altri, senza una vera spiegazione convincente.

spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img