16 Luglio 2026
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Legge elettorale, la controffensiva del M5S. Baldino smonta la “riforma delle preferenze” del governo: “Era una truffa”

L'emendamento Ricciardi proponeva il ritorno delle preferenze vere. La deputata calabrese: "Con il testo della maggioranza il Parlamento sarebbe rimasto composto in larga parte da nominati"

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L’annuncio di Giorgia Meloni è durato lo spazio di una seduta parlamentare. Dopo la bocciatura dell’emendamento Bignami, la presidente del Consiglio ha rivendicato il tentativo di reintrodurre le preferenze dopo trent’anni di liste bloccate, attribuendo al voto segreto la responsabilità dello stop.
Una ricostruzione che, però, il Movimento 5 Stelle respinge punto per punto, sostenendo che dietro quella bandiera sventolata dalla maggioranza si nascondesse un meccanismo ben diverso.
A spiegarlo è la vicepresidente del Movimento 5 Stelle, Vittoria Baldino, che ricorda come l’occasione per reintrodurre davvero il voto di preferenza fosse già sul tavolo dell’Aula.
Se avessero voluto davvero introdurre le preferenze, avrebbero potuto votare il nostro emendamento, a prima firma Ricciardi. Prevedeva le vere preferenze, senza capilista bloccati, con l’alternanza di genere e con la possibilità per l’elettore di scrivere nome e cognome del candidato sulla scheda. Questo significa restituire realmente la scelta ai cittadini“.
Per il M5S, dunque, la differenza tra i due testi non era un dettaglio tecnico ma il cuore della riforma.
Da una parte un sistema che avrebbe restituito agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti, dall’altra un modello che, secondo Baldino, avrebbe lasciato intatto il controllo delle segreterie di partito.

Il capolista restava deciso dai partiti

La deputata in un video pubblicato ui social invita a guardare proprio la scheda elettorale prevista dall’emendamento della maggioranza.
Il capolista sarebbe rimasto bloccato, quindi scelto dalle segreterie dei partiti. Le preferenze – spiega – si sarebbero potute esprimere soltanto per i candidati successivi. Inoltre sarebbe rimasto il listino circoscrizionale, cioè parlamentari eletti in blocco con il premio di maggioranza, senza alcuna preferenza“.
Secondo Baldino, la conseguenza sarebbe stata evidente: la gran parte dei parlamentari avrebbe continuato a essere “ominata”, quindi scelta dalle segreterie romane e non dagli elettori.
Poi incalza. “Nei partiti con più del 20% dei consensi sarebbe stato eletto circa il 70% dei parlamentari senza preferenze. Nei partiti più piccoli la quota sarebbe salita oltre il 90%. Altro che restituire la parola agli elettori: avremmo avuto ancora un Parlamento di nominati“.

L’accusa: “Una truffa nella truffa”

La critica del Movimento 5 Stelle non si ferma al meccanismo elettorale. Baldino punta il dito anche contro l’assenza di garanzie sulla rappresentanza di genere, altro elemento che, a suo giudizio, rendeva l’emendamento della maggioranza profondamente squilibrato.
Il testo prevedeva che non ci fosse alcuna quota di genere né per i capilista bloccati né per i primi candidati eletti con le preferenze. In pratica – sottolinea Vittoria Baldino – sia i capilista sia i secondi in lista avrebbero potuto essere tutti uomini“.
Da qui l’affondo conclusivo della vicepresidente pentastellata.
Ecco la truffa che Giorgia Meloni voleva rifilare agli italiani con questa legge elettorale. Una truffa nella truffa“.

La battaglia sulla riforma elettorale, insomma, si è trasformata inevitabilmente in un ennesimo terreno di scontro politico, in cui la parola “preferenze” è diventata il centro del confronto.
Per il governo rappresentava il simbolo di una riforma mancata per un voto.
Per il Movimento 5 Stelle, invece, era soltanto un’etichetta dietro cui continuava a sopravvivere il sistema dei parlamentari nominati, con una libertà di scelta degli elettori considerata più apparente che reale.

Dopo il voto

Il resto è cronaca. Il giorno dopo la Camera ha respinto anche la versione “pura” delle preferenze dei vannacciani, e le opposizioni hanno ritirato in blocco i loro emendamenti, lasciando la maggioranza a discutere da sola.
La partita adesso si sposta al Senato, dove Ignazio La Russa ricorda che il bicameralismo permette di ricucire. Con un dettaglio non da poco: a Palazzo Madama, su questa materia, il voto segreto non è ammesso. Lì ognuno dovrà mettere la faccia sul proprio voto. Che, a leggere Baldino, è precisamente ciò che a Montecitorio in troppi volevano evitare.

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