Nel Partito democratico calabrese sono campioni del mondo nel nascondere la polvere sotto i tappeti.
Matteo Lettieri ha rassegnato le dimissioni “irrevocabili” da segretario della Federazione provinciale del PD di Cosenza con una lettera indirizzata al segretario regionale Nicola Irto e alla presidente dell’assemblea regionale e per conoscenza a Elly Schlein.
Il passaggio chiave è nella formula con cui giustifica il momento: ha aspettato “la conclusione della Direzione Provinciale che ha approvato il Rendiconto finanziario 2025” per formalizzare una scelta “già anticipata diversi mesi fa ai vertici regionali e nazionali del partito”.
Un atto, quindi, che giaceva nei cassetti da quando l’inverno era ancora freddo, congelato, per non disturbare provinciali, referendum e amministrative.
“Troppo spesso le legittime ambizioni personali di alcuni hanno tenuto in ostaggio il partito provinciale”, scrive Lettieri, rivendicando al contempo “lo straordinario lavoro politico” delle ultime settimane.
Si rende poi disponibile “a collaborare per individuare una figura che sia in grado di continuare questo lavoro verso il futuro della Federazione”. Traduzione: le dimissioni sì, ma la mano sul tavolo rimane.
La notizia ha il sapore di una liberazione congelata. Per Lettieri, che quella lettera l’aveva scritta mesi fa, l’atto finale è quasi un sollievo burocratico. Per il partito, è l’ennesima crisi in un ciclo che si autoalimenta da gennaio.
Dalla sfiducia al commissariamento di fatto
La storia è nota, ma vale la pena ripercorrerla per capire quanto sia strutturale il problema. Lettieri era stato eletto segretario provinciale nell’estate del 2025 in un congresso già subito contestato, con tato di accuse di brogli a Rende, esposti alla Procura, il sindaco di Acri Pino Capalbo che parlava di “congresso ad armi impari”.
A gennaio di quest’anno, 32 componenti dell’Assemblea provinciale — maggioranza assoluta — depositano una mozione di sfiducia, invocando “una lunga fase di stallo politico e organizzativo, segnata da gravi violazioni delle regole statutarie”.
A febbraio, Lettieri sconvoca un’assemblea già calendarizzata con un messaggio WhatsApp notturno. La risposta dell’assemblea è una nota che parla di “violenza politica inaccettabile”.
Il segretario regionale Nicola Irto interviene, congela tutto con un coordinamento provvisorio, manda avanti provinciali, referendum e amministrative.
Il problema viene rinviato, come si fa in Calabria con i problemi.
La scadenza tecnica per approvare il bilancio e eleggere la commissione di garanzia provinciale — entro il 15 giugno — rende improrogabile ciò che il partito avrebbe procrastinato ancora.
Ora il cerchio si chiude, e già circolano nomi per la successione. Uno di quelli che girano nelle chat — il canale congressuale dei partiti moderni, non ci sono più le sezioni di una volta — sarebbe quello di Francesco De Luca, considerato vicino all’area di Bevacqua. Voce da prendere con le pinze, ma indicativa di chi è in posizione per orientare la scelta.
La questione vera
Il guaio del Pd cosentino non è Matteo Lettieri. Lettieri — come spesso accade — è il sintomo. La malattia è altra: un partito che da anni gestisce il proprio declino come se fosse una questione di leadership, quando invece è una questione di identità politica.
Nelle ultime elezioni regionali dell’ottobre 2025, il PD ha raccolto il 13,59% dei voti in Calabria.
Alle provinciali di Cosenza di marzo, il Pd ha consegnato l’ennesima prova di una struttura incapace di costruire “un progetto vincente”, come ha scritto la mozione “Riparte da Noi” dopo il voto.
Lettieri, nella sua lettera, glissa elegantemente sulla sconfitta: parla di “larga coalizione” costruita “nonostante le forti fibrillazioni interne” e di un risultato “condizionato da posizionamenti personali e dinamiche trasversali”.
Il che è forse vero. Ma è anche la descrizione esatta del Pd calabrese in ogni tornata degli ultimi dieci anni.
Castrovillari, (l’ultimo) laboratorio dell’ambiguità
Il ballottaggio di Castrovillari del 7-8 giugno è uno specchio del metodo. Il candidato del centrosinistra Ernesto Bello esce dal primo turno con il 27,70%, contro il 43,59% di Anna De Gaio di Fratelli d’Italia. Gap di partenza: oltre quindici punti.
Ma quello che rende la vicenda più complicata è ciò che si è agitato sottotraccia. Al primo turno, Bello raccoglie quasi 900 voti in più rispetto alla somma delle sue tre liste. Una quota di queste preferenze — lo registrano gli analisti del voto locale — sarebbe riconducibile al voto disgiunto di elettori di Forza Italia, che avevano scelto i propri candidati consiglieri in lista azzurra, ma incrociato Bello come sindaco.
Nella stessa lettera, peraltro, Lettieri rivendica il ballottaggio di Castrovillari come prova di “determinazione e coraggio”. Silenzio, invece, su questo dato.
Il risultato finale? De Gaio vince con il 53,97%, Bello al 46,03%. Il centrodestra torna a Palazzo di Città dodici anni dopo.
Trasversalismi come stile di vita
E sullo sfondo rimane questa strana geometria: in Calabria, la distanza tra “opposizione” e “accordo tattico col nemico” è spesso molto più corta di quanto la retorica congressuale lasci intendere.
Peraltro, non è nemmeno la prima volta che il paesaggio si fa così confuso. A Villapiana, ad esempio, nella stessa tornata, si è presentata una candidata sindaco dem-leghista appoggiata anche da Fratelli d’Italia, mentre Forza Italia sosteneva lo sfidante. Cinque liste per cinquemila abitanti.
Formule trasversali/bipartisan — direbbero i politically correct — come forma di governo del territorio perfettamente naturalizzato.
La nuova stagione che non arriva mai
Il lessico delle dimissioni di Lettieri parla di “una nuova stagione, caratterizzata da una rigenerazione che superi le vecchie logiche“. È un’espressione che il Pd calabrese sfodera sempre alla bisogna.
Eppure, la nuova stagione è arrivata con Irto segretario regionale nel 2022, poi riconfermato nel giugno 2025, e con ogni riorganizzazione federale che promette discontinuità e consegna continuità.
Non è un giudizio su Irto, che ha gestito la federazione cosentina come si gestisce un condominio in lite permanente: con pazienza, pragmatismo e la consapevolezza che i vicini litigheranno comunque.
Il problema è che il partito si trova — con un’opposizione in Consiglio regionale già in affanno e un centrodestra che governa la Calabria da tre legislature consecutive — senza una segreteria provinciale operativa nel territorio più popoloso della regione, con le ferite aperte di una tornata amministrativa che non ha prodotto vittorie, e con la prospettiva di un congresso provinciale straordinario da organizzare in estate.
Tempi non esattamente ideali per costruire quella credibile alternativa di governo che Ernesto Alecci, capogruppo dem a Palazzo Campanella — non a caso prossimo erede di Irto, per come si mormora — continua a porre come obiettivo prioritario.
Chi sarà il prossimo segretario a Cosenza? Si mormora di Francesco De Luca, e se le voci hanno fondamento, porta con sé un preciso posizionamento correntizio. Il che significa che la partita vera non è la successione a Lettieri, ma il riposizionamento dei pesi interni in vista del voto regionale.
Tutto il resto — le solite liturgie che suonano più o meno così: la “nuova stagione”, la “rigenerazione”, il “superamento delle vecchie logiche” — è cornice.
Insomma, il Pd calabrese dovrebbe farsi un bell’esame di coscienza, pensare meno ai tartufi e di più ai bisogni della gente.
Nel frattempo capita che Castrovillari abbia un nuovo sindaco di centrodestra, il capoluogo provinciale una federazione Pd che deve ricominciare da capo, mentre la “nuova stagione” attende ancora il suo primo giorno di sole.











