Il dossier di monitoraggio parlamentare sul Pnrr, avallato dai dati della Corte dei conti, conferma un quadro a tinte fosche per il futuro della regione: al 1° luglio 2026 la Calabria ha completato appena il 15,6% dei progetti finanziati dal Piano, posizionandosi nettamente al di sotto della media nazionale del 23,7%.
Con l’84,4% delle risorse ancora incagliate in fase di attuazione a un passo dalle scadenze vincolanti di fine anno, risultano bloccati interventi cruciali per oltre 5,2 miliardi di euro. Sono i numeri snocciolato dalla Uil Calabria.
I numeri del ritardo: oltre 5 miliardi ancora incagliati
In questo scenario si inserisce un paradosso economico rilevato da Bankitalia: nonostante l’incapacità di spesa, la Calabria ha mostrato l’incremento percentuale di Pil più alto rispetto al resto d’Italia.
Tuttavia, come sottolineato dagli analisti, questo dato riflette una fragilità strutturale latente. È bastata infatti un’iniezione straordinaria di circa un miliardo di euro per generare un’accelerazione congiunturale che non garantisce stabilità nel lungo periodo. L’interrogativo chiave posto dalle parti sociali è immediato: quale straordinario impatto avrebbe avuto l’economia calabrese se si fosse raggiunta almeno la media nazionale di spesa?
Uffici pubblici svuotati e Comuni dimenticati: le denunce inascoltate
A spiegare le origini di questa paralisi sono la segretaria generale della UIL Calabria, Mariaelena Senese, e il segretario regionale UILFP, Walter Bloise, richiamando le sollecitazioni rivolte da anni alle istituzioni regionali.
“Negli ultimi anni – spiegano i vertici del sindacto ripercorrendo le criticità organizzative degli enti locali – abbiamo sollevato a più riprese l’esigenza di rafforzare la dotazione degli uffici pubblici con tecnici per la progettazione e la rendicontazione sulle risorse Pnrr. Un dato ci ha sempre guidato: ben il 20% delle risorse del Piano sono state affidate ai Comuni, ma proprio gli enti locali hanno enormi carenze numeriche e professionali nei propri organici, motivo per cui la spesa e la rendicontazione si sono mosse lentamente. Ciò ha prodotto i dati appena resi noti e quindi una crescita economica mancata per la Calabria. Purtroppo, alle sollecitazioni più volte effettuate, non abbiamo ricevuto alcun riscontro e le Organizzazioni sindacali non sono state coinvolte dalle Cabine di regia prefettizie. I risultati, oggi, sono ahinoi sotto gli occhi di tutti”.
Il baratro dal 2027: spettro revoche e debiti per le opere incompiute
Il quadro si complica ulteriormente guardando al post-Pnrr.
Le stime Svimez indicano che dal 2027 la crescita del Mezzogiorno si dimezzerà, tornando inferiore a quella del Centro-Nord proprio a causa dell’esaurimento dei fondi europei straordinari. Per la Calabria, ultima nella capacità di messa a terra delle risorse, il rischio è di passare dal mancato sviluppo alla crisi finanziaria diretta.
Sulle gravi conseguenze a lungo termine dell’accumulo dei ritardi, Senese e Bloise sottolineano: “Il mancato completamento delle opere del Pnrr non significa soltanto perdere una straordinaria occasione di sviluppo per la Calabria. Rischia di produrre una seconda emergenza finanziaria: quella delle revoche, dei definanziamenti, e della necessità, con ogni probabilità, di utilizzare le risorse della futura programmazione nazionale ed europea per completare ciò che il Pnrr avrebbe dovuto finanziare oggi. Significherebbe sottrarre miliardi potenziali ai nuovi investimenti per pagare le incompiute del passato. E dove gli interventi sono accompagnati da mutui o altre forme di cofinanziamento, il debito continuerebbe comunque a gravare sui bilanci pubblici: un rischio paradossale, pagare le opere senza averle e pagare ancora per completarle”.
Sotto tiro i 500 milioni Zes e il taglio dei fondi infrastrutturali
A completare l’allarme interviene il nodo della Zes Unica per il Mezzogiorno. Sebbene Banca d’Italia confermi l’efficacia degli incentivi fiscali per le imprese del territorio, ben 500 milioni di euro di credito d’imposta rischiano di uscire definitivamente dal Pnrr a causa delle difficoltà di rendicontazione, senza che vi sia una copertura alternativa. UIL e UILFP chiedono immediata chiarezza al Governo su una misura già utilizzata dal tessuto produttivo, evidenziando inoltre con forte preoccupazione il drastico taglio al Fondo perequativo infrastrutturale, passato da 4,6 miliardi a soli 900 milioni di euro.












