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25 Febbraio 2026
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Referendum giustizia, l’allarme di Gratteri: “I giovani magistrati ora temono di fare i Pm”

Il Procuratore di Napoli denuncia gli effetti sulle nuove leve e attacca i leader del "Sì": "Sulle mie parole c'è malafede. Nessuno crede che si modifichi la Costituzione solo per 48 magistrati l'anno".

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“Già vedo i giovani magistrati, preoccupati, intimoriti, che si fanno domande. Ho visto già lo scorso anno gente che inizia a pensare di non fare più il pm e chiedere di fare il giudice perché preoccupato del futuro della figura del pm”. Il capo della Procura di Napoli, Nicola Gratteri, sceglie la cornice della Scuola Superiore della Magistratura per lanciare un monito severo sugli effetti collaterali del quesito referendario.

La fuga dal ruolo inquirente

Secondo Gratteri, il clima di incertezza sta già condizionando le scelte di carriera all’interno dei tribunali. L’ombra della riforma e il possibile esito delle urne agirebbero come un deterrente per chi dovrebbe guidare le indagini in futuro. “Già l’effetto negativo c’è stato – sottolinea – incomincia a esserci, a serpeggiare, una certa preoccupazione soprattutto tra i giovani magistrati”.

Il Procuratore contesta apertamente la narrazione ufficiale che accompagna la proposta di modifica costituzionale, ritenendo la portata dell’intervento sproporzionata rispetto ai numeri dichiarati: “Nessuno crede che si vanno a modificare sette articoli della Costituzione per 48 magistrati l’anno. Anche i non addetti ai lavori non credono che si modifichino sette articoli della Costituzione”.

Lo scontro con i “big” del Sì

Oltre ai rilievi tecnici, Gratteri torna con durezza sulla polemica scaturita dalle sue precedenti esternazioni circa l’elettorato del “Sì”, puntando il dito contro una strumentalizzazione consapevole dei vertici politici.

“Io quella sera pensando di non essere stato chiaro quando mi ha intervistato il Corriere della Calabria, nella prima trasmissione utile che ho avuto, collegandomi con il computer dalla cucina di dove vivo, ho spiegato ancora meglio ma ho visto che tutti i big dei sostenitori del sì continuavano in malafede a far finta di non capire commentando e estrapolando un pezzettino” attacca il magistrato. Un corto circuito comunicativo che, per il capo degli inquirenti partenopei, chiude ogni spazio di dibattito: “A quel punto ho avuto la conferma della malafede ed era inutile stare lì, chi doveva capire ha capito”.

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