9 Settembre 2026
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Sanità in Calabria, la Corte dei Conti si ritira dal campo: la fine del commissariamento è una “scelta politica”. Ma senza scudi

Nessun sigillo di legittimità sull'uscita dal commissariamento: per la Magistratura contabile è un atto di merito che sfugge al sindacato di prevenzione. L'autonomia torna a Catanzaro, ma senza alibi contabili e con la spada di Damocle dei controlli futuri

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Dopo quindici anni di gestione straordinaria, la sanità calabrese torna in mano alla Regione. Ma è bene dirlo subito, senza che la Corte dei Conti vi apponga il proprio timbro. Pubblicando le motivazioni sulla fine del commissariamento, i magistrati contabili bollano la decisione di Palazzo Chigi come una “scelta di merito politico” su cui non vi è luogo a pronunciarsi: un passo di lato che riconsegna la gestione a Catanzaro, ma priva il Governo di qualsiasi “scudo” contabile.
Il pronunciamento dei magistrati contabili – asciutto nel dispositivo ma denso nelle argomentazioni – traccia una linea di demarcazione netta tra la responsabilità politica dell’Esecutivo e le funzioni di garanzia della Magistratura contabile.

Il nodo procedurale e lo scontro sui presupposti

La vicenda trae origine dalla delibera del Consiglio dei Ministri del 22 aprile 2026, con cui il Governo decreta la cessazione del mandato commissariale e il contestuale riaffidamento delle funzioni sanitarie alla Giunta regionale.
L’Ufficio di controllo della Corte dei Conti, come si ricorderà, inizialmente bloccato l’atto, sollevando dubbi di legittimità per via di un corto circuito procedurale: la decisione di restituire la gestione alla Regione è assunta prima che il nuovo Piano di rientro per il triennio 2026-2028 sia formalmente approvato dai Ministeri della Salute e dell’Economia.
In assenza di questo passaggio, l’Ufficio di controllo rileva la mancanza in atti di “valutazioni tecniche e attestazioni ad hoc di sufficienza del miglioramento dello stato di gestione del Sistema sanitario regionale”, ritenute necessarie per asseverare la capacità della Regione di farsi carico degli obiettivi residui.
La Presidenza del Consiglio e i Ministeri della Salute e dell’Economia successivamente difendono l’operato del Governo sostenendo che la scelta si inserisce in “un percorso progressivo, puntualmente documentato e verificato”.
La difesa dell’Esecutivo rimarca la distinzione concettuale tra il permanere del Piano di rientro (che prosegue con tutti i suoi vincoli) e la misura straordinaria del commissariamento, sottolineando che l’atto di revoca “non determina effetti finanziari diretti o indiretti, non modifica il contenuto degli obblighi derivanti dal Piano di rientro” e poggia sui progressi riscontrati nel ripristino dei bilanci, nel taglio del debito commerciale e nel miglioramento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
Solo a luglio 2026, nelle more dell’istruttoria, la Giunta regionale della Calabria formalizza poi, con delibera n. 391, il recepimento delle prescrizioni ministeriali.

Le motivazioni del Collegio: una scelta di merito politico

Chiamata a pronunciarsi in adunanza collegiale, la Sezione presieduta da Manuela Arrigucci declina la propria competenza al visto preventivo, qualificando la decisione del Governo come un atto di alta amministrazione legato all’esercizio (e alla cessazione) dei poteri sostitutivi dello Stato previsti dall’articolo 120 della Costituzione.
Per i giudici contabili, la decisione di porre fine alla gestione commissariale appare “sostanzialmente una scelta di merito politico che sfugge ad un diretto sindacato di legittimità”.
Il provvedimento ripristina, quindi, l’ordinario riparto delle competenze regionali, valorizzando in “chiave prognostica l’affidabilità degli impegni assunti dalla Regione interessata sul piano politico, prima che giuridico”, in aderenza ai principi della Corte Costituzionale che vietano di trasformare l’intervento sostitutivo dello Stato in “un sostanziale esproprio delle competenze regionali in materia”.
Conseguentemente, la Corte conclude la propria disamina con la formula: “Non vi è luogo a pronuncia sul provvedimento in epigrafe”.

Il monito per il futuro: nessuna immunità per la gestione regionale

Il “non luogo a pronuncia” della Magistratura contabile non equivale, insomma, a un’assoluzione a scatola chiusa o a una promozione incondizionata.
Il Collegio precisa che la mancata sottoposizione dell’atto al controllo preventivo comporta “la insussistenza degli effetti esimenti derivanti dal controllo preventivo di legittimità ad esito positivo”: la decisione resta interamente in capo al Governo e agli organi regionali, che ne rispondono direttamente.
E così mentre la sanità calabrese rientra nell’alveo dell’amministrazione ordinaria, la Corte dei Conti traccia il perimetro della vigilanza futura, ponendo l’attenzione su tre punti.
Quali? La gestione contabile e i rendiconti finanziari restano soggetti ai “controlli di regolarità contabile e di sana gestione finanziaria esperibili da parte della competente Sezione regionale di controllo”; alla Calabria viene imposto il “massimo rigore nel monitorare gli sviluppi futuri della gestione, nell’ottica di massima tutela degli interessi dalla collettività calabrese a fruire di servizi dignitosi”.
Infine, qualora i livelli di assistenza o i conti dovessero nuovamente collassare, lo Stato conserva fermo il potere di intervento, “senza escludere l’eventualità di reiterare l’esercizio dei poteri sostitutivi ex art. 120 Cost”.

Il quadro finale

Il verdetto finale, sostanzialmente, riconsegna la responsabilità al livello politico, spogliandolo delle garanzie del visto preventivo.
Nel chiudere la deliberazione, la Corte precisa che la decisione lascia intatti i “controlli di regolarità contabile e di sana gestione finanziaria” in capo alla Sezione regionale della Calabria, preannunciando il “massimo rigore” nel monitoraggio delle prestazioni erogate ai cittadini e ricordando che, ove le criticità dovessero riemergere, lo Stato conserva intatta la facoltà di attivare un nuovo commissariamento.

Morale della favola

Insomma, il paradosso tutto italiano permane: prima si diagnostica la guarigione, poi si scrive la ricetta.
Morale della favola contabile? L’autonomia è servita, ma la ricreazione è finita. La Corte dei Conti non benedice l’operazione, toglie solo la rete di protezione sotto il trapezio.
D’ora in poi, per ogni conto in rosso o corsia affollata, non ci saranno commissari su cui scaricare la colpa che ricadrà tutta sulla politica.
Quel “non vi è luogo a pronuncia” tradotto dal burocratese potrebbe essere – più o meno – interpretato così: si è voluta la responsabilità? Adesso se ne porti il peso. Senza scudi, senza alibi e con il prossimo commissario già pronto dietro le quinte.

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