C’è un retroscena che poteva davvero cambiare tutto nell’intricata storia dei depositi petroliferi a Vibo Marina. Non si tratta di una semplice voce da bar e neanche di un’indiscrezione di corridoio. È tutto scritto nero su bianco nell’articolato fascicolo che che conclude la conferenza dei servizi. Tutto scritto nelle osservazioni depositate agli atti e impossibile da smentire: una società diversa dalla Meridionale Petroli – Ergotrade S.p.A. – aveva presentato un progetto alternativo, aveva avuto interlocuzioni con il Comune di Vibo Valentia, aveva messo sul tavolo una proposta che non era un maquillage ma una rivoluzione. Delocalizzazione a cura e spese dell’offerente. Incremento delle maestranze. Realizzazione di una boa offshore oltre 400 metri dal litorale, con conseguente eliminazione dell’attracco delle petroliere dentro il porto di Vibo Marina.
C’era dunque la possibilità concreta di spostare il cuore del rischio al largo, di liberare il porto dalle petroliere sotto casa, di trasferire l’impianto in area industriale e di farlo senza scaricare un euro sui cittadini. E invece? Secondo quanto emerge dagli atti, quella richiesta sarebbe arrivata fuori termine e non sarebbe stata presa in considerazione nell’istruttoria finale. Fuori termine. Come se stessimo parlando di una domanda per l’occupazione del suolo pubblico, non di vent’anni di destino portuale.
Vent’anni già scritti
Mentre si racconta che “non è stata rinnovata alcuna concessione”, la determina del 3 febbraio 2026 dice un’altra cosa che fa letteralmente a pugni con quanto sostenuto nella conferenza stampa dell’altro ieri a palazzo “Luigi Razza”: l’istanza di rinnovo ventennale della Meridionale Petroli è “accoglibile” e la Conferenza di Servizi si è conclusa con determinazione motivata positiva. La determina dice esattamente questo. Formalmente manca la firma finale. Sostanzialmente, l’istruttoria è chiusa con esito favorevole. In un procedimento amministrativo, quando si arriva a quel punto, non si riparte da zero. Si procede.
E allora la domanda è brutale: se l’alternativa di Ergotrade era reale, strutturata, con delocalizzazione e boa offshore, perché non è stata valutata comparativamente? Perché non è stata considerata un elemento idoneo a sospendere o ricalibrare il rinnovo? La risposta più semplice è anche la più scomoda: perché il procedimento è stato incanalato su un binario preciso.
Il doppio linguaggio del Comune
Il Comune di Vibo Valentia, nelle sue osservazioni, usa parole pesanti. Parla di incompatibilità tra vocazione turistica e insediamento industriale, richiama il rischio incidente rilevante, denuncia un danno concreto allo sviluppo del waterfront. Arriva persino a scrivere che, in assenza di accoglimento delle motivazioni, il parere è “totalmente negativo”. Eppure la Conferenza di Servizi non si interrompe. Non scatta un dissenso qualificato capace di bloccare il procedimento. Non si arriva a uno scontro istituzionale vero. Il risultato è che la determina finale certifica l’accoglibilità del ventennale e il Comune, a quanto risulta, non l’ha impugnata facendo decorrere il termine dei dieci giorni e prendendosi così un ulteriore rischio.
Non è questione di interpretazioni giornalistiche. La determina, pur nel suo linguaggio burocratico, è più chiara di quanto si voglia far credere. Il vero nodo è un altro: mentre ai microfoni si minimizza e si parla di “nessun rinnovo”, negli atti si certifica l’accoglibilità dell’istanza e la chiusura positiva dell’istruttoria. Il cortocircuito si consuma tra la narrazione pubblica e la sostanza amministrativa.
La boa a 400 metri: l’occasione mancata
Il nuovo punto che Calabria 7 mette sul piatto della discussione riguarda la boa offshore. Per anni il dibattito pubblico è ruotato attorno al rischio delle petroliere in porto, alla vicinanza con il centro abitato, alla trasformazione turistica di Vibo Marina. Ergotrade proponeva di spostare l’ormeggio al largo, oltre 400 metri dalla costa. Significa ridurre drasticamente la promiscuità tra traffico petrolifero e nautica da diporto. Significa eliminare una delle criticità più evidenti. Era un progetto perfetto? Forse no. Era meritevole di una valutazione comparativa seria? Senza dubbio sì. Invece resta una nota a margine, schiacciata dalla procedura.
La sicurezza, la narrazione e i pareri
Il Comune parla di rischio. Ma il parere dei Vigili del Fuoco è favorevole per quanto di competenza. Anche lo Spisal non blocca l’attività sotto il profilo della sicurezza dei lavoratori. Il deposito è classificato come infrastruttura energetica strategica. Questo sposta il baricentro decisionale verso lo Stato. Ma se il rischio è così incompatibile con il futuro turistico, perché non si è giocata fino in fondo la carta del conflitto istituzionale? La speranza è che la linea del dialogo portata avanti dal sindaco Enzo Romeo paghi alla distanza. Di sicuro su questa storia il primo cittadino si sta giocando la faccia e – come da lui stesso dichiarato – una sconfitta della sua amministrazione coinciderebbe con quella di un’intera città.
La politica vibonese: debole o rassegnata?
Qui il problema, tuttavia, non burocratico ma politico. Se davvero esisteva un’alternativa industriale che prevedeva investimenti privati, aumento occupazionale, delocalizzazione e riduzione del rischio portuale, la politica vibonese, senza alcuna distinzione di colore e a tutte le latitudini, avrebbe dovuto trasformarla in battaglia vera. Invece si è scelta la linea morbida: proposta di rinnovo breve, tavoli tecnici, cronoprogrammi, auspici. Intanto l’Autorità chiude l’istruttoria con esito favorevole. E adesso? Adesso il sindaco dice che la concessione non è stata firmata. Vero. Ma dopo una determinazione conclusiva positiva, motivare un diniego diventa complicato. Il rischio è che tra qualche settimana qualcuno firmi e tutti fingano sorpresa.









