17 Agosto 2026
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L’emodinamica che viaggia, l’infarto che non aspetta: la scommessa di Occhiuto tra medici in trasferta e ospedali senza servizio H24

Il progetto manda i cardiologi degli hub negli ospedali periferici, ma non garantisce l’emergenza H24 e non cambia il destino di chi viene colpito da infarto quando l’équipe non c’è. Senza nuove assunzioni, risorse e protocolli sulle complicanze, il rischio è indebolire i centri principali

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Non sarà più soltanto il paziente a viaggiare verso l’emodinamica. Saranno i cardiologi interventisti a lasciare periodicamente gli ospedali più grandi per raggiungere le sale attrezzate di alcuni presidi spoke, eseguire coronarografie e angioplastiche programmate e poi tornare nella sede di provenienza. È l’emodinamica itinerante, la soluzione sperimentale scelta dalla Giunta guidata da Roberto Occhiuto per portare una parte dell’attività cardiologica invasiva negli ospedali che non dispongono di un servizio autonomo e operativo ventiquattr’ore su ventiquattro.

Il progetto ha un obiettivo dichiarato facilmente comprensibile: evitare che un paziente ricoverato a Vibo Valentia, Lamezia Terme, Paola o Corigliano-Rossano debba essere trasferito altrove anche per un esame programmabile. Ma contiene un limite altrettanto netto: non è, almeno nella configurazione approvata, un’emodinamica d’emergenza e non sostituisce un laboratorio H24 per il trattamento immediato dell’infarto STEMI. È proprio nello spazio tra queste due verità — l’utilità per l’attività programmata e l’impossibilità di rispondere stabilmente all’emergenza — che si è aperto il nuovo scontro sulla sanità calabrese.

Che cos’è davvero l’emodinamica

L’emodinamica è il settore della cardiologia che studia e tratta in maniera invasiva le arterie coronarie e altre strutture cardiovascolari. Attraverso un catetere introdotto generalmente dall’arteria radiale del polso o da quella femorale, il cardiologo può raggiungere il cuore, iniettare il mezzo di contrasto ed eseguire una coronarografia per verificare la presenza di restringimenti o occlusioni. Quando individua una coronaria ostruita può procedere all’angioplastica: dilata il vaso, normalmente con un palloncino, e può impiantare uno stent per ristabilire il flusso del sangue.

Nell’infarto STEMI, quello provocato dall’occlusione completa e improvvisa di una coronaria, il tempo è parte della cura. Il documento regionale sulla Rete per le sindromi coronariche acute ricorda che la riperfusione mediante angioplastica deve avvenire entro 120 minuti dalla diagnosi. Quando il paziente arriva in un ospedale privo di laboratorio, il trasporto non dovrebbe superare 60 minuti se si considerano i tempi di passaggio dal pronto soccorso; con diagnosi effettuata dal 118 e teletrasmissione dell’elettrocardiogramma, il tragitto verso l’emodinamica non dovrebbe ragionevolmente superare 90 minuti.

Non è dunque una prestazione rinviabile alla seduta successiva. Per lo STEMI occorrono una sala immediatamente disponibile, professionisti reperibili giorno e notte e una rete di trasporto capace di portare il paziente direttamente nel centro appropriato. L’emodinamica itinerante prevista dalla Regione nasce per un altro tipo di attività.

Il progetto firmato dalla Giunta

Il documento centrale è la deliberazione numero 400 del 21 luglio 2026, approvata dalla Giunta regionale su proposta del presidente Roberto Occhiuto. L’atto stabilisce che l’attività di emodinamica H24 resta riservata ai centri inseriti nella rete per la gestione dello STEMI. Negli altri ospedali potranno essere attivati laboratori con operatività H6 o H12, esclusivamente per procedure programmate, diagnostica invasiva e controlli successivi. In termini concreti significa che un’équipe di cardiologi emodinamisti proveniente da un centro di riferimento dovrebbe raggiungere, in giorni e fasce orarie prestabiliti, una sala periferica già attrezzata. Qui eseguirà gli esami e gli interventi programmati sui pazienti ricoverati o inseriti nelle liste d’attesa. La prima fase indicata nella delibera riguarda Paola, Corigliano-Rossano e Lamezia Terme. Secondo una successiva nota della Regione, questi presidi dispongono già della strumentazione e sarebbero in attesa dell’accreditamento. In un secondo momento il modello dovrebbe essere esteso a Vibo Valentia, Polistena e Locri, dopo l’allestimento o l’adeguamento delle sale.

Il 13 agosto la Giunta ha inoltre incaricato il Dipartimento Salute e Azienda Zero di riconvocare il gruppo dei cardiologi che ha predisposto la nuova Rete per le sindromi coronariche acute, affinché il modello itinerante venga integrato nel documento regionale. Un passaggio necessario perché, nella Rete SCA pubblicata a fine luglio, Rossano, Paola, Lamezia Terme e Vibo Valentia figurano con Cardiologia e Unità coronarica ma senza emodinamica. Il progetto itinerante, pur essendo stato deliberato pochi giorni prima, non era ancora incorporato nell’organizzazione della rete dell’infarto.

Perché Occhiuto l’ha voluta

Le ragioni ufficiali sono contenute nella stessa delibera. La Regione sostiene che ogni giorno pazienti coronaropatici debbano essere trasferiti dagli spoke agli hub per completare il percorso diagnostico e terapeutico. Questi viaggi avrebbero conseguenze sui tempi di cura, sulla disponibilità dei posti negli ospedali maggiori e sull’impiego delle ambulanze del 118. Portare periodicamente gli specialisti negli spoke dovrebbe alleggerire i centri hub, aumentare le procedure programmate, ridurre liste d’attesa e trasferimenti, contenere la mobilità sanitaria fuori regione, utilizzare le sale e le apparecchiature già acquistate e lasciare disponibili sul territorio le ambulanze oggi impegnate nei trasferimenti tra ospedali.

La soluzione serve inoltre a confrontarsi con i vincoli del decreto ministeriale 70 del 2015, che prevede indicativamente un laboratorio di emodinamica per un bacino compreso tra 300mila e 600mila abitanti e lega la qualità anche ai volumi delle attività. La Rete SCA calabrese stima un fabbisogno regionale di circa 4mila angioplastiche all’anno e individua come necessari sette laboratori. Nel 2025 risultano eseguite in Calabria 3.630 procedure sui residenti, mentre altre 813 sono state effettuate fuori regione, anche se quest’ultimo dato si riferisce al 2024. Complessivamente, il documento calcola 4.443 interventi tra attività interna e mobilità.

Secondo il documento di consenso richiamato dalla Regione, un laboratorio operativo H24 dovrebbe eseguire almeno 400 angioplastiche all’anno, preferibilmente 600. Ogni cardiologo interventista dovrebbe invece effettuare almeno 75-100 angioplastiche, delle quali non meno di 15 primarie, per mantenere uno standard adeguato di esperienza. Aprire un’emodinamica permanente in ogni ospedale, secondo questa impostazione, rischierebbe di moltiplicare strutture incapaci di raggiungere volumi sufficienti. La risposta individuata da Occhiuto è quindi un compromesso: lasciare l’emergenza ai centri della Rete SCA e utilizzare le sale periferiche per l’attività programmata attraverso professionisti che continuino a maturare la propria casistica negli hub.

Il punto che ha acceso le polemiche

Nel marzo del 2024 il Dca 78, firmato dallo stesso Occhiuto nella veste di commissario alla sanità, contemplava per alcuni spoke un percorso verso l’emodinamica e la possibile aggregazione alla Rete SCA. Due anni dopo, nel nuovo documento, Corigliano-Rossano e Vibo Valentia non risultano tra i laboratori destinati al trattamento dell’infarto. Per l’Area Nord la rete individua l’Annunziata di Cosenza, il Ferrari di Castrovillari e il Tirrenia Hospital di Belvedere Marittimo. Nell’Area Centro compaiono l’Azienda universitaria Dulbecco di Catanzaro e il nuovo servizio del San Giovanni di Dio di Crotone. Nell’Area Sud sono previsti il Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria, Locri e Polistena.

Il sindaco di Corigliano-Rossano, Flavio Stasi, e diversi esponenti dell’opposizione regionale hanno accusato la Giunta di avere arretrato rispetto alla programmazione precedente. È stata avanzata anche l’ipotesi di una scelta influenzata dal colore politico delle amministrazioni coinvolte. Ma, allo stato degli atti pubblici, non esistono prove che dimostrino una ritorsione politica. Si tratta di un’accusa formulata dagli avversari di Occhiuto, mentre la Regione risponde rilanciando il modello itinerante.

La contraddizione politica, tuttavia, rimane: ciò che nel 2024 era stato presentato come un percorso per avvicinare alcuni spoke alla rete dell’emergenza diventa nel 2026 un laboratorio H6/H12 dedicato prevalentemente alla diagnostica e agli interventi programmati. Non è la stessa cosa.

L’emodinamica itinerante non cura l’infarto notturno

Il primo limite del progetto è scritto nella delibera: l’attività H6/H12 opera “nei contesti che esulano dalla rete STEMI”. Se una persona viene colpita da infarto acuto a Vibo Valentia alle tre di notte, la seduta programmata dell’équipe itinerante non cambia il suo percorso. Il paziente dovrà essere diagnosticato rapidamente, stabilizzato e trasferito verso il laboratorio H24 indicato dalla centrale operativa.

Lo stesso vale quando l’infarto arriva nel giorno in cui l’équipe non è presente o al di fuori dell’orario di funzionamento della sala. Il modello può ridurre i viaggi per coronarografie differibili e interventi programmati, ma non garantisce una copertura permanente dell’emergenza nei territori interessati. È la distinzione più importante e anche quella che rischia di perdersi nella comunicazione politica. Definire genericamente l’emodinamica un servizio salvavita è corretto. Ma può diventare fuorviante se non si precisa che il servizio itinerante non coincide con l’angioplastica primaria disponibile H24.

Il rischio di indebolire gli hub

La seconda questione riguarda il personale. La Regione non ha ancora indicato quanti cardiologi interventisti formeranno ogni squadra, da quali ospedali arriveranno, per quanti giorni saranno distaccati e chi li sostituirà nelle sedi di provenienza. Un’équipe di emodinamica non è composta dal solo medico che utilizza il catetere. Servono infermieri formati, tecnici di radiologia, personale anestesiologico quando necessario, assistenza per la gestione delle emergenze, sterilizzazione, dispositivi e una catena organizzativa capace di garantire la sicurezza prima, durante e dopo la procedura.

Se i professionisti verranno semplicemente prelevati dagli organici già esistenti, il rischio è che la medicina di prossimità venga ottenuta riducendo temporaneamente la capacità operativa degli hub, dove devono continuare a essere garantite le emergenze ventiquattr’ore su ventiquattro. La delibera non contiene un piano di assunzioni e afferma che il provvedimento non comporta ulteriori oneri per il bilancio regionale. Proprio questo passaggio apre una domanda decisiva: come saranno coperti viaggi, indennità, sostituzioni, materiali, manutenzione delle sale e personale di supporto senza nuove risorse?

Cosa accade se qualcosa va storto

Coronarografie e angioplastiche sono procedure consolidate, ma non prive di rischi. Possono verificarsi sanguinamenti, reazioni al mezzo di contrasto, aritmie, lesioni coronariche, occlusioni acute, shock e necessità di un trattamento più complesso. La Dgr 400 riconosce il problema e demanda ai futuri protocolli la definizione delle procedure per trasferire in sicurezza i pazienti in caso di complicanze. Ma quei protocolli, al momento della delibera, non risultavano ancora adottati.

Prima dell’avvio occorrerà stabilire quale struttura accetterà il paziente, chi organizzerà il trasferimento, quale mezzo sarà immediatamente disponibile, quali professionisti resteranno nella sede spoke dopo la procedura, per quanto tempo il paziente sarà osservato e chi avrà la responsabilità clinica durante il passaggio tra l’équipe itinerante e il reparto ospitante. La sicurezza non dipende soltanto dall’angiografo o dalla bravura dell’operatore. Dipende dall’intero ospedale che circonda la sala.

Il precedente non c’è

La Regione definisce il progetto “sperimentale, unico in Italia”. È un’espressione che può essere letta come segno di innovazione, ma contiene anche l’ammissione che non esiste un modello nazionale consolidato al quale confrontare risultati, sicurezza e costi. Nella delibera non vengono richiamati studi comparativi che dimostrino la superiorità delle équipe itineranti rispetto ad altre soluzioni. Non vengono indicati la durata della sperimentazione, un cronoprogramma puntuale, il numero minimo delle sedute, la quantità di procedure attese per ogni ospedale o le soglie oltre le quali il progetto dovrà essere sospeso o modificato.

Azienda Zero dovrà monitorare volumi, tempi d’attesa, esiti, complicanze e indicatori dei livelli essenziali di assistenza. Perché il controllo sia realmente verificabile, però, i risultati dovranno essere pubblicati periodicamente e separati per ciascun presidio: sedute previste ed effettuate, rinvii, complicanze, trasferimenti successivi, tempi d’attesa e provenienza dei pazienti.

Una scommessa ancora tutta da dimostrare

L’emodinamica itinerante non è, per definizione, un progetto inutile. Può evitare trasferimenti faticosi, utilizzare strutture già pagate, accorciare le liste e liberare ambulanze. Per un paziente anziano ricoverato a Vibo, Rossano o Lamezia, poter eseguire una coronarografia nello stesso ospedale rappresenta un vantaggio reale. Ma non può essere presentata come la sostituzione di un’emodinamica H24 né come la risposta all’infarto acuto nei territori rimasti fuori dalla rete. Sono due livelli assistenziali diversi: uno programmato, l’altro permanentemente disponibile.

La scommessa di Occhiuto potrà essere giudicata soltanto quando la Regione renderà noti protocolli, composizione delle équipe, turnazioni, risorse, responsabilità cliniche e risultati. Fino ad allora resta un atto d’indirizzo con obiettivi condivisibili e molte caselle ancora vuote. Perché l’angiografo può aspettare l’arrivo del cardiologo. L’infarto, invece, non aspetta il calendario.

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