27 Ottobre 2026
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Sanità, Calabria nel baratro delle liste d’attesa: Gimbe smentisce le rassicurazioni istituzionali

Report della Fondazione: la regione tra le sei in cui aumentano i ritardi per visite specialistiche ed esami diagnostici. La denuncia di Cartabellotta: oltre 5,6 milioni di italiani rinuncia alle cure e tempi fuorilegge

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Un quadro clinico che non lascia spazio all’ottimismo e che conferma le quotidiane difficoltà dei cittadini calabresi nell’accedere alle cure primarie.
La Calabria entra di diritto nel gruppo delle sei regioni italiane che registrano un netto peggioramento nella gestione delle liste d’attesa sanitarie.
Secondo l’ultimo report indipendente stilato dalla Fondazione Gimbe sui dati del Bollettino Agenas e della Piattaforma nazionale delle liste di attesa, la nostra regione mostra una flessione negativa sia nell’erogazione delle prime visite sia per quanto riguarda gli esami diagnostici, affiancandosi a realtà territoriali come Campania, Lazio, Molise, Sicilia e Toscana.

Tra illusioni contabili e dati parziali la diagnosi spietata del presidente Cartabellotta

A livello nazionale si rileva un incremento formale delle prenotazioni monitorate, ma la realtà dei fatti narra una storia differente rispetto ai trionfalismi istituzionali.
Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha espresso forte cautela nell’analizzare le cifre: “I nuovi dati Agenas sulle liste d’attesa mostrano alcuni segnali di miglioramento, ma il quadro resta critico: oltre 4 milioni di prenotazioni risultano ancora fuori tempo massimo. Inoltre, i dati non consentono di sapere quante prestazioni siano state effettivamente erogate entro i tempi, né di ricostruire l’attesa complessiva dei cittadini dalla prescrizione all’erogazione”.

La lettura puramente numerica dei volumi rischia infatti di nascondere le reali sofferenze del sistema sanitario locale. “I miglioramenti documentati vanno riconosciuti, ma non cancellano oltre 4 milioni di prenotazioni fuori tempo massimo. E soprattutto, devono essere comunicati nella loro reale dimensione, senza attribuire ai dati risultati non dimostrati o addirittura non misurati. Interpretare l’aumento delle prenotazioni come il segno di una maggiore produttività o considerare separatamente i ritardi più contenuti, restituisce ai cittadini un quadro più roseo di quello documentato dai dati”, ha ribadito con fermezza il presidente Cartabellotta.

Il nodo dei confronti regionali e la stortura delle classi di priorità

Analizzare il posizionamento dei singoli territori richiede prudenza metodologica, soprattutto alla luce delle differenze gestionali nella classificazione delle prestazioni.
“Senza distinguere per classe di priorità e singola prestazione, confrontare le percentuali complessive di prenotazioni entro i tempi rischia di premiare o penalizzare le Regioni – ha evidenziato ancora il presidente Cartabellotta – perché i valori aggregati possono risentire sia della diversa distribuzione delle priorità sia del mix delle prestazioni. E non consentono, da soli, di valutare l’efficacia delle politiche regionali”.

Dal cruscotto della piattaforma emerge un’enorme frammentazione nazionale: si va infatti dal 4,1% di attribuzione della classe di priorità P per le prime visite in Toscana fino all’85,4% registrato in Basilicata, con una media italiana attestata al 34,9%.

Le emergenze trascurate e il dramma sociale della rinuncia alle cure

La criticità tocca da vicino anche le prestazioni che dovrebbero garantire risposta immediata.
A livello nazionale, circa una prenotazione urgente su cinque resta ampiamente fuori dai tempi stabiliti dalla legge: il 18,3% delle prime visite e il 22,7% degli esami diagnostici con priorità urgente (entro 3 giorni) supera il limite consentito. Situazione ancora più complessa per esami cardine quali colonscopie, dove il 30,7% delle richieste è fuori tempo, oltre alle visite dermatologiche e allergologiche che toccano il 30,1% di sforamento.

Il risultato di questo rallentamento strutturale trova immediato riscontro nei dati del Rapporto Bes dell’Istat: nel corso del 2025 il 9,6% della popolazione italiana, pari a oltre 5,6 milioni di persone, ha dichiarato di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria pur avendone strettamente bisogno.
I tempi di attesa interminabili rappresentano la causa principale di questa rinuncia (6,5%), seguiti dall’impatto economico delle prestazioni private (5,2%).

Nonostante le criticità aperte sul tracciamento ex post, la Fondazione Gimbe riconosce il valore degli strumenti di trasparenza adottati di recente.
“Con la piattaforma sulle liste di attesa si è compiuto un passo avanti fondamentale per la trasparenza. Ma è necessario rendere disponibili dati in formato aperto riutilizzabili”, ha chiosato infine il presidente Cartabellotta.

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