Nel piccolo teatro della politica vibonese, è andato in scena l’ennesimo duello rusticano tra il capogruppo PD Francesco Colelli e Vincenzo Lentini, attualmente residente politico in quella terra di mezzo chiamata Limbadi. Tutto nasce da un’intervista (la mia, ndr) in cui Colelli, forse galvanizzato da una passata lettura di “Politica per dilettanti”, ha osato tracciare i confini del partito e stabilire chi può varcarli. Apriti cielo.
Lentini, col tono di uno ferito nell’onore, parte subito in contropiede: “Uno statista”, commenta, con più emoticon che argomenti. Per lui Colelli è un forestiero, uno che “non conosce i territori”. Il Pd? “Una comunità aperta”. A tutto, tranne che alla chiarezza.
Il Pd come un menù a prezzo fisso
Colelli, che ha letto qualche riga di Gramsci ma cita solo se provocato, risponde piccato: “Perché non fai una scelta dignitosa?”. Tradotto: scegli da che parte stare, ché la politica non è il menù a prezzo fisso. Lentini replica come uno che la lezione di Machiavelli l’ha saltata: “L’amministrazione di Limbadi non è di centrodestra”. Ma poi tira fuori il jolly: il figlio del presidente della commissione di garanzia. Un’accusa per procura, che lascia intendere tutto e niente. Perché, si sa, se il figlio gioca a destra, il padre è sospetto.
Colelli si aggrappa all’anagrafe: “È iscritto da 50 anni”. Come se l’anzianità fosse un’assicurazione contro l’ambiguità. Lentini non ci sta e chiude con un colpo basso, da vero combattente delle retrovie: “Anche mio nonno era iscritto”. Sipario.
Mamma interviene: Esposito detta la linea
Nel frattempo il Pd vibonese – quello vero, fatto di iscritti, militanti, reduci, transfughi e anime erranti – guarda, commenta, mormora, ma non interviene. E se intervenisse? Peggio. Perché qui nessuno ha il coraggio di dire che il re è nudo. Nessuno osa prendere posizione: troppo pericoloso, troppo divisivo, troppo inutile. Meglio lasciarli fare, i Colelli e i Lentini, che litigano sulla soglia di un palazzo della politica che assomiglia sempre più a un’osteria senza oste aperta a tutti.
E proprio quando il confronto si accende, con perfetto tempismo a orologeria, arriva l’intervento pubblico di Teresa Esposito, dirigente Pd e coordinatrice delle donne democratiche, che rilascia un’intervista alla Gazzetta del Sud il giorno stesso della mia intervista a Colelli, come se volesse blindare e rettificare ufficialmente la linea espressa dal figlio. La dichiarazione ribadisce che il Pd è “aperto”, sì, ma “nel rispetto delle regole” e “per evitare che nuove iscrizioni compromettano la coerenza del progetto politico”. Ci spiega che il Pd è “aperto”, ma con riserva. Dice che alcune richieste di iscrizione sono state congelate “per preservare l’identità politica e culturale del partito”. Quale identità? Quella di chi comanda, ovviamente. E guai a dire che sia una gestione privatistica. È “etica”, parola magica per chiudere ogni porta senza sembrare padroni di casa.
Aperto ma selettivo: partito a intermittenza
E così il Pd diventa un partito a intermittenza: acceso per i fedeli, spento per chi dissente. Si congela, si respinge, si ammonisce. Si tollerano le ambiguità interne, ma si fustigano quelle esterne. Si predica inclusione, ma si pratica esclusione.
Tutto questo non è nuovo. Il Pd nazionale, anni fa, rifiutò il tesseramento di Beppe Grillo. Non era “in linea”, dissero. Non rispettava le regole, non rispettava la forma. Non era compatibile. Risultato? Grillo fondò un movimento da 33% alle elezioni e mise in ginocchio proprio quel partito che lo aveva snobbato.
La fortezza democratica e il silenzio che fa male
Oggi a Vibo si ripete lo stesso schema: si chiudono porte per paura del confronto. Si difende l’identità come se fosse un bunker. Ma se il Pd diventa una fortezza invece che una piazza, se la selezione viene prima della partecipazione, se le discussioni si riducono a battibecchi tra notabili e nessuno sa più chi rappresenta chi, allora l’unica vera domanda è: a chi parla questo partito? Per ora, sembra che parli solo a se stesso.









