Emanuele Mancuso è definitivamente assolto dall’accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione, che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Catanzaro contro la sentenza del 6 marzo 2024, con cui i giudici di secondo grado avevano riformato il verdetto di primo grado del 2019, assolvendo il pentito con la formula “per non aver commesso il fatto”.
La vicenda giudiziaria ruotava attorno a un’estorsione tentata ai danni dell’imprenditore Pasqua Romano, titolare di un distributore di carburante. Secondo l’accusa, Mancuso avrebbe avuto un ruolo informativo e funzionale all’estorsione, essendo stato avvicinato dal clan Soriano e avendo messo al corrente della vicenda lo zio Luigi Mancuso, storico capobastone della cosca di Limbadi.
Il punto della Cassazione: “Non ha partecipato all’intimidazione”
Ma per i giudici della Suprema Corte, basandosi sulla relazione del consigliere Giuseppe Sgadari e sulle conclusioni del sostituto procuratore generale Giuseppe Sassone, non c’è stata alcuna partecipazione attiva del collaboratore all’azione criminosa. Le dichiarazioni rese da Emanuele Mancuso il 27 giugno 2018 e quelle successive in aula sono state considerate coerenti e credibili: l’imputato non solo non partecipò all’attentato, ma non lo favorì in alcun modo.
Al contrario, Emanuele riferì allo zio Luigi che Soriano intendeva portare avanti l’estorsione, proprio perché sapeva che il boss esercitava un controllo sulla vittima. Fu Luigi Mancuso a dirgli di non toccare Pasqua Romano. Una posizione, questa, che spinse gli stessi esecutori dell’attentato a escludere Emanuele dall’azione, temendo che potesse “sabotare” il piano avvisando il potente zio.
Una rottura con la logica mafiosa
Nella motivazione si sottolinea anche come l’atteggiamento di Mancuso configuri una presa di distanza dalle dinamiche mafiose. La Corte d’Appello, già nel 2024, aveva valorizzato la sua collaborazione con la giustizia, ritenendola coerente, estesa e segno di una volontà di rottura con la cultura dell’intimidazione.
Questa valutazione è stata condivisa e confermata dalla Suprema Corte, che ha escluso qualsiasi travisamento della prova, respingendo anche le censure logico-giuridiche mosse nel ricorso della Procura Generale. Il verdetto finale mette la parola fine a questo segmento giudiziario per Emanuele Mancuso. Per la Cassazione, la sua condotta non ha fornito alcun contributo penalmente rilevante all’intimidazione subita dall’imprenditore.









