“Mi hanno picchiato, umiliato e strappato le fedi dal dito”. Con queste parole Saverio Tommasi, giornalista di Fanpage.it, racconta le violenze subite durante la detenzione in Israele dopo l’abbordaggio della nave Karma, appartenente alla Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza.
Tommasi è stato trattenuto per ore in un centro di detenzione nel sud di Israele insieme ad altri attivisti, prima di essere rilasciato. Fa parte del gruppo dei 26 italiani che oggi hanno raggiunto Istanbul, e nelle prossime ore farà rientro in Italia.
L’abbordaggio e le comunicazioni interrotte
Il giornalista ricostruisce le prime fasi dell’operazione: “Nelle ultime immagini che sono riuscito a mandare si vedevano i militari che ci obbligavano a seguire la rotta verso il porto di Ashdod. Poi sono arrivati due gommoni, con 15-20 uomini armati su ciascuno. Hanno abbordato la nave”. Le comunicazioni sono state subito interrotte. “Avevo scritto ‘ci stanno abbordando’, ma hanno jammato i segnali. Erano reparti speciali della Marina israeliana, armati e con il volto coperto”.
“Ci picchiavano se alzavamo lo sguardo”
Una volta presi in consegna, racconta Tommasi, i militari “hanno preso il comando della nave e ci hanno rinchiusi sottocoperta”. “Arrivati al porto di Ashdod, è iniziato l’inferno. Ci hanno costretto a restare piegati, con la testa bassa. Chi osava alzare lo sguardo veniva colpito con botte alla testa. Nessuno poteva andare in bagno. Ci facevano spostare di cinquanta metri per ore, sempre inginocchiati”. Tommasi parla di un “trattamento disumano”: un uomo di 72 anni, con una gamba artificiale, è stato costretto a rimanere piegato; un altro, a cui è stato slogato il polso, chiedeva aiuto inutilmente.
“Mi hanno strappato le fedi: rubare l’oro alle persone è da nazisti” “Ci hanno tolto tutto. Mi hanno strappato con violenza le fedi dal dito, non volevano che le mettessi. Le ho ritrovate solo dopo una scenata con la console. Rubare l’oro alle persone lo facevano i nazisti. Non è possibile che accada in una democrazia”. Tommasi racconta anche di violenze fisiche e psicologiche: “Mi colpivano alla schiena e alla testa, poi ridevano. Mi chiamavano con un nomignolo offensivo, mi costringevano a rispondere come un burattino. Un ragazzo della polizia, avrà avuto 17 anni, si divertiva a farmi abbassare e rialzare come in un gioco crudele: ‘Down down, up up’. Ogni ordine era accompagnato da un colpo”.
“Nessun contatto con i nostri avvocati”
Secondo il racconto del giornalista, durante la detenzione non gli è stato permesso di parlare con l’avvocato italiano: “Ci hanno assegnato un altro legale, della Flotilla, senza dirci nulla. Con il nostro non ci hanno fatto parlare. Era tutto gestito con modalità che ricordano un regime autoritario”.
“Urlavano, ci tenevano a terra come animali”
Nel centro di detenzione, continua Tommasi, il clima era di paura costante: “C’erano cani lupo portati vicino a noi mentre eravamo seduti in terra. Urlavano continuamente, nessuno poteva parlare con voce normale. Ci spostavano da una cella all’altra, dormivamo in 15 per stanza, qualcuno per terra, altri in due su un letto. L’acqua era quella del bagno, dal sapore rancido”.








