Con 42 condanne e 8 assoluzioni si è chiuso il processo di primo grado per i 50 imputati giudicati con rito abbreviato nel processo Karpanthos, nato da un’inchiesta della Dda che punta a far luce su una duplice associazione di tipo ‘ndranghetistica e finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, caratterizzate dalla disponibilità di armi, dedite all’estorsione, alla rapina a mano armata, ricettazione, riciclaggio e intestazione fittizia di beni, che ha interessato i territori di Petronà, Mesoraca, Cropani, Isola, Cerva, Milano, Lucca.
Le condanne
Il gup distrettuale del Tribunale di Catanzaro Mario Santoemma ha condannato Giuseppe Bianco alias U Pilusu, a 10 anni, 2 mesi, 20 giorni di reclusione (il pm ha chiesto 18 anni); Carmine Brescia alias Lava, 6 anni, 8 mesi e 20 giorni (il pm ha chiesto 14 anni); Vincenzo Caligiuri, 4 anni, 4 mesi, 20 giorni di reclusione e 22mila euro di multa (il pm ha chiesto 8 anni); Gianluca Canino, 3 anni, 8 mesi, 20 giorni e 20mila euro di multa (il pm ha chiesto 8 anni); Edoardo Carpino, 11 anni, 5 mesi e 18 giorni (il pm ha chiesto 20 anni); Leonardo Castagnino, 2 anni, 8 mesi e 20mila di multa (il pm ha chiesto 8 anni); Nicolina Cavarretta, 20 anni (il pm ha chiesto 20 anni); Domenico Colosimo, 4 anni, 9 mesi, e 23 giorni di reclusione; Simone Colosimo 7 anni e 21 giorni (il pm 8 anni); Luca Costantino, 9 anni, 2 mesi e 5 giorni (il pm ha chiesto 10 anni e 8 mesi); Lidio Elia, 4 anni, 8 mesi e 20.667 euro di multa (il pm ha chiesto 18 anni); Martin Elia, 9 anni, 9 mesi e 15 giorni; Francesco Esposito, 7 anni, 4 mesi e 3 giorni (il pm ha chiesto 8 anni); Giuseppe Ferreri, 2 anni, 8 mesi e 12mila euro di multa (il pm ha chiesto 3 anni e 4 mesi); Francesco Fico, 4 anni, 2 mesi e 30mila euro di multa (il pm ha chiesto 14 anni); Pasquale Fico, 3 anni e 12mila euro di multa (il pm ha chiesto12 anni); Pietro Fico 4 anni, 4 mesi, e 18.533 (il pm 6 anni); Claudio Gentile, 9 anni (il pm ha chiesto 12 anni); Carmine Gigliotti, 2 anni, 4 mesi (il pm 6 anni); Mario Gigliotti alias Capozza, 15 anni, 7 mesi, 10 giorni (il pm ha chiesto 20 anni); Mario Griffo, 8 anni, 5 mesi e 22 giorni ; Michele Griffo, 7 anni 4 mesi (il pm ha chiesto 16 anni); Gianfranco Iervasi, 7 anni e 4 mesi (il pm ha chiesto 16 anni); Vincenzo Antonio Iervasi, 6 anni, 9 mesi e 23 giorni (il pm ha chiesto 20 anni); Giuseppe Lavigna, 10 anni, 5 mesi e 18 giorni (il pm ha invocato 13 anni e 4 mesi); Luigi Mannarino,7 anni e un giorno (il pm 12 anni); Luigina Marchio 1 anno, con sospensione condizionale della pena (il pm ha chiesto 2 anni e 8 mesi); Santo Marchio, 8 anni (il pm ha chiesto 12 anni); Vincenzo Marchio, 3 anni (il pm ha chiesto 9 anni); Salvatore Rimedio, 8 anni e 10 giorni (il pm 12 anni); Giovanni Rizzuti alias Ominicchio, 9 anni e 8 mesi (il pm ha chiesto 12 anni); Massimo Rizzuti, 2 anni e 4 mesi (il pm ha chiesto 9 anni); Giuseppe Rocca, 6 anni e 22.333 di multa (il pm ha chiesto 20 anni); Giovanni Lopreti, 3 anni, 7 mesi, 10 giorni e 30mila euro (il pm 10 anni); Danilo Monti, 3 anni, 11 mesi e 13 giorni (il pm ha chiesto 4 anni); Tommaso Scalzi, 11 anni, 1 mesi e 14 giorni (il pm ha chiesto 20 anni); Ciro Ranieri 3 anni e 30 mila euro (3 anni e 4 mesi); Vincenzo Raffaele, 2 anni, 11 mesi, 10 giorni e 7.800 euro (il pm 8 anni); Francesco Ribecco 4 anni e 20mila euro di multa (il pm 12 anni); Vincenzo Ribecco 20 anni di reclusione (il pm 16 anni); Marcello Talarico 3 anni, 8 mesi, 4667 di multa (il pm ha chiesto 4 anni); Vincenzo Sculco 4 anni e 800 euro (il pm 6 anni e 8 mesi).
Assolti
Il gup ha assolto Vincenzo Bubbo (per il quale il pm aveva chiesto 6 anni e 8 mesi); Filippo Campagna (il pm 6 anni); Salvatore Carpino alias Turuzzo (il pm ha chiesto 12 anni); Vincenzo Colosimo alias Chiavarro (il pm aveva invocato 6 anni e 8 mesi; Mario Donato Ferrazzo alias Topolino (il pm aveva chiesto 12 anni), difeso dagli avvocati Pietro Pitari e Marco Rocca); Serafino Talarico (in pm aveva chiesto 4 anni; Francesco Procopio (il pm aveva chiesto 5 anni e 4 mesi; Giovanni Sacco alias U Casciaru (il pm aveva chiesto 10 anni e nove mesi); Pasquale Scorza (il pm aveva chiesto 6 anni), difeso dagli avvocati Giuseppe Pitaro e Vittorio Ranieri.
Ciascun membro della cosca Carpino alias “Tatraculo” e del gruppo dei Cervesi, con epicentro nel territorio di Petronà, Cerva e nei comuni limitrofi e con ramificazioni in Liguria, Piemonte, Lombardia, Francia, operanti sotto l’influenza dei locali di ‘ndrangheta di Mesoraca e Isola Capo Rizzuto, aveva un ruolo ben preciso, delineato nella richiesta di misure cautelari avanzata dai sostituti della Dda di Catanzaro Veronica Calcagno e Debora Rizza nell’ambito della maxi operazione Karphantos. Salvatore Carpino, detenuto dal 2014, definito dalla Dda uno dei capi dell’ominima cosca, avrebbe assunto le decisioni più rilevanti con il fratello Francesco, con Mario Gigliotti, Giuseppe Rocca e Domenico Colosimo, partecipando, fino al momento dell’arresto, alle riunioni di ‘ndrangheta con gli esponenti delle altre cosche, come quella di Mesoraca. Insieme ad altri sodali e al germano Francesco, avrebbe vendicato l’omicidio del fratello Alberto, avvenuto il 4 febbraio 2000 e per questo arrestato, trovato con fucile a canne mozze calibro 12, che portava con sè per la commissione dell’assassinio di Raffaele Bubbo.
Il capo che protegge la cosca anche dal carcere
Svolge, un ruolo fondamentale nella risoluzione della faida tra i Carpino e i Bubbo di Petronà, nella quale è stato assassinato il fratello Alberto, storico capo cosca, impartendo precise disposizioni agli altri associati che hanno preso parte alle riunioni dì ‘ndrangheta, presiedute dagli esponenti di vertice della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. Anche se dietro le sbarre nel carcere di Marassi continua ad essere riconosciuto da tutti i sodali capo e punto di riferimento, in grado di proteggere gli altri affiliati. Mario Gigliotti, inteso “Capezza”, promotore e organizzatore della famiglia Carpino è un tramite tra la stessa cosca Carpino e le ‘ndrine degli Arena di Isola Capo Rizzuto, dei Mancuso di Limbadi, dei De Stefano – Tegano di Reggio Calabria, dei Trovato di Marcedusa ed operante in Lombardia, dei Pane di Belcastro, con i componenti del gruppo di Cerva e ha rapporti con il gruppo criminale di etnia rom di Catanzaro.
L’azionista della cosca Carpino
L’azionista della cosca Carpino è Domenico Colosimo, inteso “ndrina”, che, secondo il carteggio dell’inchiesta, condivide consapevolmente il programma criminale e assume le decisioni più rilevanti con Salvatore, Francesco Carpino, Mario Gigliotti e Giuseppe Rocca. In particolare, un ruolo fondamentale nella risoluzione della faida tra i Carpino e i Bubbo di Petronà, nella quale si colloca l’assassinio di Alberto Carpino e il ferimento di Giuseppe Rocca, prendendo parte alle riunioni di ‘’ndrangheta, presiedute dagli esponenti di vertice della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto, rinunciando a vendicarsi per l’attentato subito il 12 maggio 2004 a Petronà, per adeguarsi alla pace imposta tra le cosche Carpino e Bubbo. Gli uomini di fiducia di Mario Gigliotti sono Giovanni Rizzuti e Carmine Brescia, inteso Lava: il primo, nel periodo in cui Gigliotti è ristretto agli arresti domiciliari gli porta ambasciate dall’esterno, mentre il secondo, nipote di Mario Donato Ferrazzo, svolge la funzione di tramite tra la cosca Carpino e le altre ‘ndrine, veicolando informazioni di rilievo tra gli associati.
Le talpe che proteggono la cosca
Santo Marchio inteso “Pietratunda”, definito, secondo e ipotesi accusatorie partecipe dell’associazione mafiosa Carpino e con Gigliotti e Rocca, assume le decisioni più rilevanti da compiere nel territorio di Petronà. Anche lui per la Dda è un tramite tra la cosca di appartenenza e il gruppo di Cerva, veicolando le informazioni di rilevo tra gli associati, fa valere quando necessario la forza di intimidazione propria della ‘ndrangheta, come quando con Gigliotti si reca a Sersale per interloquire con Vincenzo Raffaele, reo di aver fatto richieste sul territorio, spaventandolo. Vincenzo Antonio Gervasi, avrebbe provveduto al sostentamento economico del sodale Danilo Monti e dei suoi familiari, interferisce nella vita politica del Comune di Cerva, partecipa alle attività illecite, in particolare alle estorsioni, reinvestendo i proventi delle attività illecite in attività imprenditoriali lecite fittiziamente intestate a terzi.
Monti e la collaborazione interrotta con la giustizia
Danilo Monti, attualmente detenuto, per la Dda è un sodale del gruppo di Cerva, contigua alla cosca Carpino, battezzato alla presenza di Gigliotti, Rocca e Michele Griffo. Ha contatti con elementi di vertice della cosca Carpino di Petronà, storicamente alleata al gruppo di Cerva, si dedica alle estorsioni, alle rapine e ai reati in materia di stupefacenti. Dopo l’arresto nell’anno 2018 per l’omicidio di Francesco Rosso, inizia una breve collaborazione con la giustizia, interrotta, per l’intervento della sua compagna Giuseppina Trovato. E’ lei, per la Dda, la donna che porta all’esterno del carcere i messaggi di Danilo Monti, scritti su fazzolettini consegnati durante i colloqui, tenendolo costantemente aggiornato sui rapporti con i sodali, rassicurandolo sul fatto che non aveva da temere per la sua incolumità; mantiene i rapporti con i sodali, sia nella provincia di Lecco, sia in Calabria, informando Rocca su chi l’aiutasse economicamente e su chi non l’aiutasse. Gianfranco Gervasi del gruppo Cerva, contigua ai Carpino, sarebbe l’uomo di fiducia del fratello Vincenzo Antonio, per il quale fa da tramite con i cervesi ogni qualvolta sia necessario; prende parte ai riti di affiliazione dei nuovi associati, partecipa al progetto di vendetta per l’omicidio del fratello Giuseppe, avvenuto il 9 luglio 2003.
Il collegio difensivo
Nel collegio difensivo sono impegnati gli avvocati Pietro Pitari, Giancarlo Pitari, Marco Rocca, Giusy Caliò, Luigi Falcone, Giuseppe Bubbo, Paolo Carnuccio, Giovanni Merante, Sergio Rotundo, Salvatore Iannone, Stefano Vizzari.








