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8 Aprile 2026
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I Loielo e gli Emanuele, la guerra infinita: vent’anni di faida tra agguati, latitanti nascosti e “stipendi” ai boss carcerati

L'inchiesta Jerokarne ricostruisce lo scontro tra due delle più sanguinarie famiglie di 'ndrangheta del Vibonese: intercettazioni choc, tentati omicidi e una cassa comune da oltre 200mila euro

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Nelle Preserre vibonesi, quella fascia di territorio collinare che si inerpica nell’entroterra di Vibo Valentia tra Gerocarne, Soriano Calabro e l’Ariola, la faida tra il clan Emanuele-Idà-Maiolo e la famiglia Loielo non è mai davvero finita. Ha conosciuto pause, silenzi armati, fasi di apparente stabilità, salvo poi deflagrare di nuovo con una violenza che gli stessi protagonisti, captati dai microfoni degli investigatori, descrivevano con agghiacciante freddezza, quasi commentassero i risultati di una partita.

Il quadro che emerge dagli atti dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, guidata da Salvatore Curcio, è quello di un conflitto endemico che affonda le radici nel 2002, con l’omicidio dei fratelli Loielo, e che non si è mai spento. Per quasi un decennio, la cosca degli Emanuele aveva tenuto saldamente il governo criminale del territorio. Poi, nel gennaio 2012, l’operazione “Luce nei Boschi” aveva ridimensionato drasticamente la loro capacità operativa, e i Loielo — memori dei morti, decisi a riprendersi ciò che consideravano loro — avevano ricominciato a muoversi.

Il tentato triplice omicidio: la Fiat 500 rossa e i conti da regolare

Il 5 novembre 2015 è una data che cristallizza, con brutalità quasi cinematografica, la logica della faida. Quel pomeriggio, lungo la Strada Provinciale 71 in direzione Gerocarne–Contrada Ariola, ignoti affiancano una Fiat 500 targata DK921CF e aprono il fuoco contro i tre occupanti: Valerio, Rinaldo e Walter Loielo. Rinaldo viene colpito a un braccio — ferita da arma da fuoco, dieci giorni di prognosi, dimesso quella stessa notte. Walter è il più grave: colpito al volto, riporta una frattura pluriframmentaria della branca orizzontale mandibolare, viene condotto d’urgenza in sala operatoria per una tracheotomia, trasferito poi nel reparto di Rianimazione del Policlinico universitario “Mater Domini” di Catanzaro con prognosi riservata. Sarà dimesso soltanto il 17 novembre, dopo un intervento di chirurgia maxillo-facciale. Valerio, il conducente, si salva per miracolo — i colpi non lo attingono — e non si ferma: porta i fratelli fino alla propria abitazione in Contrada Pozzo, frazione Ariola, prima di essere trattenuto dai carabinieri sopraggiunti sul posto.

Quello che gli inquirenti ricostruiranno nei mesi successivi è un intreccio di provocazioni, ritorsioni e piani omicidiari che si rincorrono nel giro di poche ore. I tre Loielo non erano usciti per una passeggiata: si erano recati a Soriano Calabro per tendere un agguato a Vincenzo Sabatino, detto “Portobello”, reo — secondo le loro logiche — di aver beffeggiato Valerio con telefonate anonime, la cui provenienza era stata individuata grazie a un’applicazione sul telefono. Il piano era articolato: portarlo via di casa, attrarlo in una trappola insieme al cugino Alessio Sabatino e a Salvatore Emmanuele, ucciderli tutti e tre. Per assicurarsi che Portobello aprisse la porta, i Loielo si erano portati dietro tale Domenico Paniconi, parrucchiere di mestiere, la cui presenza avrebbe garantito l’accesso all’abitazione. L’operazione era naufragata sul nascere — la madre di Portobello aveva minacciato di chiamare i carabinieri dopo l’inizio della discussione — e i Loielo si erano ritirati, lasciando Paniconi a Soriano prima di riprendere la strada di casa. Armati: nel cruscotto della vettura c’era una pistola calibro 7 marca Walther, che non fecero in tempo a estrarre.

La risposta arrivò mentre erano ancora in marcia. A parlare, anni dopo, sarebbe stato Walter Loielo, diventato collaboratore di giustizia: “Rinaldino ci disse che sicuramente era Alessio Sabatino con qualche “attrezzo”… intendendo con un’arma. La macchina si avvicinò, e subito dopo la curva ci hanno sparato”. La madre di Walter presente quando i figli rientrarono a casa, riferì nell’immediatezza dei fatti un dettaglio decisivo: l’auto degli aggressori era una Fiat 500. E quella stessa sera, come avrebbero poi confermato le intercettazioni, qualcuno si era affrettato a portarla al lavaggio.

I dialoghi dalla “Casa di Gerocarne”: la prova che parla da sola

Se il collaboratore fornisce il filo narrativo, sono le intercettazioni ambientali a dare alla ricostruzione il suo peso probatorio definitivo. Nella cosiddetta “Casa di Gerocarne” — quartier generale operativo dei vertici della cosca Emanuele — i sodali commentano l’agguato con una disinvoltura che lascia poco spazio alle interpretazioni. Filippo Mazzotta , rammaricato per il risultato non ottimale dell’azione, rimpiange la scelta delle munizioni: «Ci vogliono i pallettoni! […] Restavano là dentro […] Non restava neanche la polvere». Domenico Zannino, alias “Testazza”, illustra ai presenti come avrebbe dovuto essere condotto l’agguato per garantire la morte certa di tutti e tre: sparare prima al conducente, bloccare il veicolo, poi eliminare gli altri con un’arma automatica. Marco Idà e Michele Idà si confrontano sul numero preciso di colpi esplosi, correggendosi a vicenda — “Allora gliene hanno menato trenta”, dice uno; “Quale trenta… sedici colpi avevano”, corregge l’altro — come chi discute di una questione tecnica.

È Antonio Campisi a chiedere i dettagli dell’accaduto — “E dove li hanno presi… dove li hanno pizzicato?“— e sono gli Idà a rispondergli, circostanziando il luogo dell’agguato all’Ariola e spiegando perché i Loielo si trovassero a Gerocarne: “Erano venuti qua per menare a uno… a Gerocarne“, dice Idà Marco, usando il termine dialettale con cui nel lessico ‘ndranghetistico si indica chi deve essere ucciso. Campisi chiede anche chi ci fosse sull’auto: “Walter, Valerio”, risponde Michele Idà. “È Rinaldo”, aggiunge Zannino. Non il capo cosca Loielo Rinaldo — precisa Marco Idà — che in quel momento si trovava agli arresti domiciliari, circostanza confermata dagli accertamenti in banca dati. Due giorni dopo l’agguato, il 7 novembre 2015, Rinaldo e Valerio Loielo sarebbero stati arrestati dai carabinieri nel corso di una perquisizione domiciliare: in casa avevano un fucile automatico calibro 12 con cinque cartucce a pallettoni e una pistola 357 Magnum con matricola abrasa. “Che si stavano preparando a risponderci”, commenta Zannino captato dalle microspie.

Quanto all’autore materiale, gli elementi convergono con nettezza su Alessio Sabatino. La sua Fiat 500 rossa — stesso modello e colore indicato dalla madre di Walter pochi minuti dopo i fatti — era stata portata quella sera stessa all’autolavaggio nella zona industriale di Soriano Calabro. Sabatino era uscito di casa con la 500 ed era rientrato a bordo di una Golf nera: un dettaglio che torna sia nelle parole di Rinaldo Loielo captato dalle intercettazioni —“Bianco era, tutto fatto sbiancato, che girava con la Golf” — sia negli accertamenti dei militari, che lo videro presentarsi davanti alla propria abitazione a bordo del diverso veicolo. Interrogato, Sabatino disse di aver lasciato la 500 alla compagna nel primo pomeriggio. Lei disse di averla portata al lavaggio dello zio verso le 14. L’operaio del lavaggio, dichiarò invece che a consegnare la vettura era stata la sorella della compagna. Tre versioni, tre contraddizioni. Secondo il gip la lettura complessiva di questi elementi — incrociata con le dichiarazioni del collaboratore e con il materiale captativo — non lascia dubbi: quello coordinato tentativo di far sparire ogni traccia dalla carrozzeria della Fiat 500 è la firma di chi sapeva esattamente cosa era successo quella sera sulla Provinciale 71.

L’alleanza con Cosa Nostra e il latitante trasportato da Bari

La pericolosità della cosca Emanuele non si misura soltanto nella ferocia interna alla faida vibonese. Gli atti giudiziari documentano legami strutturati con altre organizzazioni criminali, fino alla potente famiglia catanese Santapaola-Ercolano. Il livello di fiducia raggiunto era tale che i siciliani si affidarono agli uomini delle preserre per nascondere e trasferire un proprio latitante di peso: Antonino “Tony” Trentuno, sfuggito all’operazione “Quadrilatero” della Dda di Catania nel settembre 2021. Non un nome qualunque: Trentuno era genero di Lorenzo Saitta, alias “u scheletro”, boss di rango della famiglia catanese, e avrebbe preso le redini del suocero nella governance mafiosa del gruppo di San Cosimo, in piazza Machiavelli a Catania.

Il 25 febbraio 2022, prima dell’alba, Marco Idà, Michele Idà e Filippo Mazzotta partono in staffetta su una Jeep Renegade bianca, seguiti da una Lancia Y dello stesso colore. Le telecamere installate alle rotatorie di Vazzano, sull’imbocco dell’A2, li riprendono alle 3.38 di notte mentre si immettono in autostrada direzione Salerno. Si fermano alla stazione di servizio Agip di Pizzo Calabro — il rifornimento lo paga Marco Idà per entrambe le vetture — poi si ritrovano tutti insieme nel bar dell’Autogrill, prima di riprendere la marcia verso nord. Destinazione: Bari, dove Trentuno era sbarcato da Atene con un documento falso intestato a tale Sebastiano Scalia, a bordo di un traghetto della Superfast Ferries partito dalla Grecia la sera del 24 febbraio.

Il viaggio di ritorno inizia intorno alle dieci del mattino. Gli investigatori, che hanno seguito l’intera operazione attraverso il monitoraggio delle celle telefoniche, predispongono un servizio di osservazione lungo l’A2. Alle 13.23, nei pressi dello svincolo di Lamezia Terme, una pattuglia della Polizia Stradale ferma la Lancia Y. A bordo c’ anche il sedicente Scalia. È proprio il documento esibito da quest’ultimo a tradirlo: la fotografia appare sospetta e manca il timbro a secco del Comune di Catania che avrebbe dovuto rilasciarlo. Gli accertamenti eseguiti presso il Gabinetto Provinciale di Polizia Scientifica di Vibo Valentia sciolgono ogni dubbio: quell’uomo è Antonino Trentuno, destinatario di una misura cautelare emessa dal Tribunale di Catania nel settembre 2021.

La perquisizione personale completa il quadro: diversi telefoni cellulari, schede sim e il biglietto del traghetto da Atene a Bari, ancora in tasca. Un’unica sbavatura in un’operazione pianificata con cura maniacale, dalla modalità di marcia a staffetta — con 300 metri di distanza tra i due veicoli per consentire alla Lancia di eludere eventuali controlli — al pagamento in contanti del carburante per entrambe le auto. Le intercettazioni captate subito dopo il fermo chiudono il cerchio: i passeggeri della Jeep, ancora in marcia, commentano l’accaduto consapevoli di averla scampata per un soffio. “Ero io davanti, e lui dietro… non ti ha scritto perché forse li hanno fermati… lo hanno fermato, lo hanno fermato“..

Nella Jeep viaggiava anche Santo Livoti, alias “Melo u Vampiro” — oggi collaboratore di giustizia dopo la sua cattura nell’operazione “Sottosopra” — considerato dagli inquirenti uomo di fiducia dello stesso Trentuno. Una presenza che, secondo il gip, rafforza ulteriormente il quadro indiziario e conferma la natura non occasionale del rapporto tra la cosca delle preserre vibonesi e la famiglia Santapaola-Ercolano: un’alleanza operativa tra ‘ndrangheta e Cosa Nostra, suggellata dalla protezione garantita a un latitante di rango su suolo calabrese.

La cassa comune e i 200mila euro sequestrati a Gerocarne

Un’organizzazione che pianifica agguati, nasconde latitanti e regola conti in sospeso con pallettoni e pistole calibro 357 ha bisogno, come qualsiasi struttura complessa, di una liquidità garantita. Gli atti documentano l’esistenza di una cassa comune nella diretta gestione di Franco Idà, detto “Nuccio”, reggente della cosca in virtù della detenzione dei fratelli Emanuele Bruno e Gaetano.

Il 22 aprile 2022, durante un’operazione nel comune di Gerocarne scaturita dal controllo di Michele Idà, vengono rinvenuti e sequestrati armi, droga e 201.510 euro in contanti. Le intercettazioni del giorno successivo non lasciano dubbi sull’origine del denaro. La cassa serve a tutto: a comprare auto per i familiari dei detenuti, a pagare gli avvocati difensori, a versare uno “stipendio” mensile agli associati in carcere. “Vedi che gli stiamo mandando lo stipendio ogni mese“, dice Idà quando circolano voci su una possibile collaborazione di Salvatore Zannino con la magistratura. È la logica dell’omertà trasformata in welfare criminale: chi non parla viene mantenuto, chi collabora viene cancellato.

La spedizione punitiva e il codice dell’onore mafioso

Tra i passaggi più rivelatori dell’intera istruttoria c’è la vicenda di Nazzareno Caglioti, accusato da Idà Michele di aver inviato messaggi inappropriati alla cognata, moglie di un affiliato detenuto. La reazione non fu una querela, né una discussione. Fu una spedizione punitiva organizzata, con Domenico Zannino e Filippo Mazzotta incaricati di tenere fermo l’uomo mentre Michele Idà lo percuoteva a sangue con il calcio della pistola e un palanchino trovato nell’officina. Dieci punti di sutura alla testa. “Trauma cranico e trauma contusivo polso sinistro”, refertano i sanitari del Pronto Soccorso di Vibo Valentia.

Il racconto captato dagli investigatori è di quelli che raramente si trovano in un fascicolo processuale: Michele Idà descrive la scena con soddisfazione, ricorda il sangue, la vittima che cercava di scappare e veniva respinta verso dentro dai complici, la minaccia finale — “tutte le volte che ti vedo a Soriano o Gerocarne io ti picchio, tutti i giorni” — e la chiosa lapidaria che sintetizza la morale del clan: “E’ degno di morte”. Non è la rabbia improvvisa di un uomo offeso. È il codice di un’organizzazione che misura il rispetto in termini di sangue, e che considera l’impunità una dimostrazione di forza da esibire al territorio ogni volta che se ne presenta l’occasione.

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