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19 Aprile 2026
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Dal carcere gli affari e le estorsioni del clan La Rosa di Tropea, atti in Procura a Siracusa per un imputato

La Dda di Catanzaro ha ribadito la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti degli altri 45 imputati. Le richieste di abbreviato verranno formalizzate lunedì prossimo

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Esce dal processo Damiano Fabiano, 35 anni, di Chiaravalle, unno dei 46 imputati nell’inchiesta della Dda di Catanzaro, nome in codice Call me contro capi e gregari del clan La Rpsa di Tropea. Il gup distrettuale Andrea Odierno ha accolto l’eccezione di incompenza territoriale formulata in aula dall’avvocato Carmen Chiefari e gli atti ritornano in Procura a Siracusa, città in cui si sarebbero consumati i fatti. Il 35enne, (difeso dagli avvocati Vincenzo Cicino e Fabio Tino), al quale non viene contestata l’aggravante mafiosa, secondo le ipotesi di accusa,  quando era ristretto nel carcere di Siracura  avrebbe utilizzato sei cellulari per contattare dei familiari. Per gli altri imputati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa di tipo ‘ndranghetista, estorsione aggravata, accesso illecito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti e trasferimento fraudolento di valori, il pm Irene Crea haa ribadito la richiesta di rinvio a giudizio.  

I nomi degli imputati

Il magistrato ha rinnovato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Carmela Addolorata, 88 anni, di Tropea; Michele Bruzzese, 43 anni, di Vibo; Natascia Bruzzese, 44 anni, di Vibo; Pamela Bruzzese, 42 anni, di Vibo; Piergiorgio Centro, 58 anni, residente a Tropea;  Alessandro Romeo Fargnoli, di Piedimonte Matese; Carmine Fargnoli, 36 anni, di Piedimonte Matese; Dina Fargnoli, 48 anni, di Teano; Faustino Fargnoli, 48 anni, di Teano; Marco Fargnoli, 53 anni, Moncalieri; Maria Noemi Fargnoli, 24 anni, di Piedimonte Matese; Robert Fargnoli, 52 anni, detenuto, utilizzato per comunicazioni clandestine; Robert Junior Fargnoli, 28 anni, di Piedimonte Matese; Toni Fargnoli,45 anni, di Teano; Angelo Gagliardi, 29 anni, di Soverato; Armando Galati, 54, di Mileto; Francesca Galati, 28 anni, di Soverato; Gabriele Galati, 30 anni, di Vibo; Rosa Galati, 58 anni, di Mileto; Vanessa Galati, 33 anni, di Vibo; Loredana Lombardi, 37 anni, di Piedimonte Matese; Carmela La Torre, 42 anni, considerata dagli inquirenti vicina alla famiglia La Rosa; Antonio La Rosa, 62 anni, considerato il capo storico della ‘ndrina di Tropea e Ricadi, già detenuto per l’operazione Rinascita-Scott; Francesco La Rosa, 53 anni, fratello di Antonio, ritenuto co-organizzatore del sodalizio; Alessandro La Rosa, 32 anni di Tropea; Cassandra La Rosa, 57 anni, di Tropea; Domenico La Rosa, 39 anni, figlio di Antonio; Domenico La Rosa, 88 anni, di Tropea; Francesco La Rosa, 54 anni, di Tropea; Cristina La Rosa, 33 anni, figlia di Antonio, accusata di intestataria fittizia di beni; Loredana Molina, 56 anni, coinvolta in attività di supporto esterno; Giuseppe Maiuri, 31 anni; Paola Mazzara, 52 anni, di Tropea; Giuseppina Minichini, 46 anni, di Vibo; Paolo Petrolo, 33 anni di Vibo; Stefania Pistillo, 42 anni; Tomasina Certo, 60 anni, moglie di Antonio, considerata partecipe nella gestione della cosca; Antonio Prostamo, 37 anni, di Vibo;  Giuseppina Costa, 47 anni, compagna di Francesco, coinvolta, secondo l’accusa, in incontri e dazioni; Davide Surace, 39 anni, genero di Antonio, considerato il reggente operativo in libertà; Francesco Taccone, 38 anni, ritenuto uomo di fiducia di Francesco La Rosa; Armando Michele Federici, di Vibo;  Luigi Federici, 26 anni, appartenente alla cosca Pardea-Ranisi; Francesco Federici, 60 anni, e Erminia Bisogni, 56 anni, rispettivamente padre e madre di Luigi Federici; Michele Armando Federici, 33 anni, di Vibo;  Ilenia Vetromilo, 39 anni, di Lamezia.

Alcuni di loro hanno avanzato richiesta di rito abbreviato, che verrà formalizzato nella prossima udienza calendarizzata per il prossimo 20 aprile. 

Il ruolo delle donne

 Anche le donne avrebbero avuto un ruolo determinante, secondo la Dda, deputate a gestire le finanze della cosca a riscuotere le estorsioni, ad assicurare i contatti tra carcere e ambiente esterno, procurando i telefoni cellulari, effettuando le ricariche, veicolando istruzioni e messaggi funzionali al mantenimento della struttura criminale. Secondo le ipotesi accusatorie Antonio La Rosa avrebbe continuato a dirigere la cosca dal carcere di Avellino dove all’epoca si trovava recluso, servendosi di sei diversi telefoni cellulari e sim intestate a terzi.

“Il capocosca comandava dal carcere”

I contatti frequenti con i familiari, in particolare con la moglie Tomasina Certo, la figlia Cristina e il genero Davide Surace, avrebbero permesso al capocosca di monitorare le dinamiche interne alla ‘ndrina, impartire direttive operative, mantenere rapporti con altri affiliati detenuti o in libertà. In un caso documentato, la cosca avrebbe tentato di estorcere 50mila euro a un imprenditore del settore parafarmaceutico, proponendo anche l’assunzione di Giuseppina Costa come parte dell’accordo. In un altro episodio, due fratelli, titolari di una pizzeria a Tropea, sarebbero stati costretti a pagare somme di denaro per evitare ritorsioni.

“Sistema familiare criminale” attivo anche durante le detenzioni

La moglie di Antonio, Tomasina Certo, avrebbe svolto funzione di intermediaria, ricevendo telefonate e messaggi. La figlia Cristina avrebbe gestito un immobile fittiziamente intestatole. Il genero Surace risultava “in prima linea” nella gestione delle attività quotidiane del clan. Francesco La Rosa, fratello del boss, avrebbe invece utilizzato anche lui numerosi telefoni clandestini per comunicare con la compagna Costa e altri soggetti esterni dal carcere di Siracusa dove si trovava detenuto all’epoca dei fatti. In totale, tra Antonio e Francesco, sono stati censiti oltre mille contatti telefonici irregolari.

Le telefonate di Federici dal carcere di Avellino

Nonostante fosse detenuto in regime di custodia cautelare nella Casa Circondariale di Avellino, il presunto affiliato alla ‘ndrangheta Luigi Federici avrebbe invece continuato ad avere contatti con l’esterno sfruttando telefoni cellulari introdotti illegalmente in carcere.Federici avrebbe utilizzato con frequenza assidua, anche più volte al giorno, due telefonini per 495 telefonate alla madre Erminia Bisogni e al padre Francesco Federici1426 alla fidanzata, e comunicando notizie sensibili relative alle dinamiche interne alla cosca, con particolare riferimento a collaborazioni di giustizia in atto (quelle di Michele Camillò e Antonio Cannatà, alias “Sapitutta”). Lo scopo di questi contatti sarebbe stato quello di screditare i collaboratorineutralizzare i potenziali riscontri investigativi, e minimizzare l’impatto processuale delle loro dichiarazioni. Federici e i suoi avrebbero agito – secondo l’accusa, per agevolare la ‘ndrina Pardea-Ranisi, e per proteggere l’organizzazione criminale dalle conseguenze giudiziarie delle inchieste in corso.

Il collegio difensivo

Sono impegnati nell’udeinza preliminare, tra gli altri, gli avvocati Sandro D’Agostino, Vittoria De Giorgio, Anselmo Torchia, Giovanni Vecchio, Giuseppe Morelli, Mauro Ruga, Diego Brancia, Gabriella Riga, Giosuè Monardo, Patrizio Cuppari, Michele Cerminara, Maria Domenica Vazzana, Patrizio Cuppari, Sergio Rotundo, Elisabetta Ascone

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