La storia di Bruno Fuduli, del nome in codice Sandro e dell’operazione Decollo non appartiene soltanto agli archivi giudiziari. Non è solo il racconto, per quanto straordinario, del primo infiltrato civile utilizzato dai carabinieri del Ros e dalla Dda di Catanzaro nel cuore del narcotraffico mondiale. È anche una lente attraverso cui guardare il presente. Perché quella Calabria attraversata da usura, silenzi, protezioni criminali, traffici internazionali e complicità invisibili non è scomparsa. È cambiata. È questo il messaggio più forte lanciato dal procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio alla presentazione del libro “Nome in codice Sandro” di Pietro Comito, a Vibo.
Dopo aver ricostruito l’eccezionalità dell’indagine Decollo, Curcio ha spostato il discorso sull’oggi: sul rapporto tra Stato e ’ndrangheta, sulla fragilità degli strumenti investigativi, sulla modernizzazione delle organizzazioni criminali e, soprattutto, sulla responsabilità culturale di una comunità che non sempre riesce a trasformare l’indignazione in azione civile. Una riflessione senza consolazioni. I passi avanti ci sono stati e sono stati enormi. Ma la Calabria, ha avvertito il procuratore, non può permettersi l’illusione di essere fuori dal problema. Perché la ’ndrangheta non è finita. Ha solo cambiato pelle.
“Da noi ancora si spara e si muore”
Curcio ha riconosciuto che rispetto agli anni Novanta lo scenario è profondamente mutato. La stagione dei morti per strada, delle faide esplosive, della violenza ostentata come linguaggio quotidiano del potere criminale non è più quella di allora. Lo Stato ha colpito, le procure distrettuali hanno accumulato esperienza, le sentenze hanno riconosciuto strutture e locali di ’ndrangheta che per decenni erano rimasti quasi invisibili. Ma da qui a dire che la Calabria sia un territorio liberato, per Curcio, il passo è troppo lungo. “Da noi ancora si spara e si muore“, ha detto il procuratore. La violenza non è scomparsa ma si è fatta meno scenografica e meno frequente rispetto ad alcune fasi del passato. Il problema resta e resta soprattutto il controllo del territorio, che non sempre ha bisogno di manifestarsi con il sangue o con il fuoco. Il punto, per Curcio, è proprio questo: non bisogna misurare la forza della ’ndrangheta solo dalla quantità di attentati, incendi, auto bruciate o colpi di fucile. Anzi, spesso la vera forza mafiosa si vede quando non c’è più bisogno di ricorrere alla violenza plateale.
La ’ndrangheta più forte è quella che non deve più sparare
Il procuratore ha spiegato con chiarezza la differenza tra una criminalità che deve ancora imporsi e una criminalità che ha già imposto la propria presenza. La prima alza il volume, fa rumore, brucia, minaccia, spara. La seconda può permettersi il silenzio, perché il messaggio è già arrivato. “L’organizzazione ’ndranghetista che ha la necessità ancora di mettere l’autobomba, di bruciare la macchina, di incendiare la serranda, di sparare alle finestre, è un’associazione fragile“. Ergo: la ’ndrangheta più radicata non è necessariamente quella che appare di più, ma quella che riesce a condizionare senza esporsi. Quella che non deve più presentarsi con la tanica di benzina, perché l’imprenditore sa già cosa deve fare. Quella che non deve più incendiare un cantiere, perché il sistema di mediazioni, paure, abitudini e convenienze ha già prodotto il risultato. La libertà reale di un territorio, dunque, non si misura solo dall’assenza di attentati. Si misura dalla possibilità per un imprenditore di lavorare senza bussare alla porta sbagliata, senza cercare una protezione, senza subire pressioni, senza essere costretto a trasformare la propria attività in un terreno di trattativa con poteri opachi. “Quando l’imprenditore potrà essere libero di costruire uno stabile senza che nessuno si avvicini a lui“, allora si potrà parlare davvero di controllo dello Stato, ha spiegato Curcio nel suo ragionamento.
La Calabria dei diritti scambiati per favori
La parte più politica, nel senso civile del termine, dell’intervento di Curcio riguarda la cultura collettiva. Il procuratore non ha parlato solo di clan, carichi di cocaina, piattaforme criptate e organici insufficienti. Ha parlato della società calabrese, dei suoi automatismi, delle sue rassegnazioni, della sua tendenza a considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere. Per Curcio, la ’ndrangheta non vive soltanto di estorsioni e traffico di droga. Vive anche dell’indifferenza, dei silenzi, delle mediazioni improprie, della ricerca costante del favore al posto del diritto. “Questa gente non è che si alimenta soltanto con l’estorsione, il traffico di droga, si alimenta principalmente con la nostra indifferenza, i nostri silenzi“, ha detto il procuratore. Quando un cittadino non pretende un servizio perché gli spetta, ma cerca l’amico, il conoscente, il tramite; quando il diritto viene presentato come favore; quando la soluzione passa sempre da una telefonata e mai da una regola, si costruisce il terreno culturale nel quale il potere mafioso può continuare a presentarsi come utile, necessario, risolutivo. “Quando noi facciamo contrabbandare i nostri diritti come favore, noi forniamo clientela a favore di questa gente“, ha affermato Curcio. Una frase che non riguarda solo chi delinque. Riguarda una mentalità diffusa, la tentazione di aggirare il percorso ordinario, l’idea che la mediazione personale sia più efficace della legalità. In questo spazio, secondo il procuratore, la ’ndrangheta trova ancora consenso, convenienza, silenzio.
“Non basta mettersi la maglietta di Libera”
Curcio ha insistito su un altro punto: la repressione è necessaria, ma non basta. I processi, gli arresti, le condanne, le operazioni antimafia sono indispensabili, ma da soli non risolvono il problema se non cambia il tessuto culturale. “L’azione repressiva non sarà mai risolutiva“, ha detto. Alla base, per il procuratore, deve esserci una trasformazione più profonda: una rivoluzione culturale, una rivolta delle coscienze, la capacità di fare rete tra le forze sane della società. Senza questo salto, ogni operazione giudiziaria rischia di incidere sul fenomeno ma non sulle condizioni che lo rigenerano: “Non basta mettersi la maglietta di Libera per essere veramente antimafia“. Da qui l’invito ad andare oltre il gesto esteriore, a credere davvero in determinati valori, a praticarli nella vita di ogni giorno. Nelle scelte private, nei rapporti familiari, nell’educazione dei figli, nel modo in cui si pretende un diritto, si rifiuta un favore, si respinge una mediazione opaca.
La comunità che dimentica troppo in fretta
Curcio ha poi toccato un nervo scoperto: la capacità della Calabria di assorbire rapidamente anche i fatti più gravi. Una forma di adattamento che, con il tempo, rischia di diventare assuefazione. “Noi calabresi siamo abituati a metabolizzare in pochissimo tempo anche le barbarie più terribili“, ha affermato. Il procuratore ha richiamato il tema dell’indignazione che spesso esplode per un momento e poi si spegne. La Calabria si commuove, si stringe intorno alle vittime, partecipa, ma fatica a trasformare quel dolore in una richiesta stabile di giustizia, in un cambiamento di comportamento, in un nuovo patto sociale.
Curcio ha riconosciuto che qualcosa si muove, che rispetto al passato vi sono reazioni civili più visibili, famiglie che non si rassegnano, comunità che chiedono verità. Ma il rischio resta quello di una memoria breve, di una partecipazione emotiva che non diventa struttura. Per questo il procuratore citato don Lorenzo Milani: occuparsi di ciò che accade intorno a sé perché si è parte di una comunità. Non spettatori. Non commentatori. Non cittadini intermittenti.
La nuova ’ndrangheta: smartphone, carcere e dark web
Se il nodo culturale è antico, quello tecnologico è modernissimo. Curcio ha dedicato una parte importante del suo intervento alla trasformazione della criminalità organizzata. La ’ndrangheta non è rimasta ferma ai codici arcaici, alle campagne, ai riti, alle vecchie forme di controllo. Le conserva quando servono, ma intanto usa strumenti avanzati. Il procuratore ha parlato di smartphone, piattaforme criptate, dark web, criptovalute, sistemi di comunicazione che si autodistruggono, telefoni che possono essere cancellati da remoto, applicazioni accessibili senza un numero di telefono o una mail riconducibile all’utilizzatore.
Secondo Curcio, ormai anche soggetti criminali non apicali utilizzano strumenti un tempo riservati a livelli più alti. “L’ultimo degli spacciatori“, ha spiegato nel suo ragionamento, può servirsi di sistemi criptati e piattaforme difficili da penetrare se non si hanno codici e strumenti adeguati. In fondo è il filo comune che lega le ultime operazioni messe a segno dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nell’entroterra vibonese dove arcaicità e modernità sono un perfetto mix di illegalità. La criminalità, ha detto il procuratore, segue sempre la tecnologia. E spesso la utilizza prima e meglio dello Stato.
Il carcere non basta più a interrompere il comando
Uno dei punti più allarmanti riguarda il carcere. Curcio ha spiegato che alcune recenti operazioni antimafia hanno mostrato la capacità di soggetti detenuti di continuare a dirigere organizzazioni dall’interno degli istituti penitenziari. Il problema, ha detto in sostanza, è che l’alta sicurezza non garantisce più automaticamente l’interruzione dei rapporti con l’esterno. Se un detenuto riesce a disporre di uno smartphone e di canali criptati, può continuare a comunicare, ordinare, coordinare, gestire interessi criminali anche senza muoversi dalla cella. Il procuratore ha usato un’immagine durissima: l’alta sicurezza italiana, oggi, rischia di essere una “groviera“. Un sistema attraversato da falle, dentro le quali la criminalità può infilarsi con una rapidità impressionante.
Associando questo dato alle criptovalute, al dark web e alle piattaforme di messaggistica sicura, il quadro diventa ancora più complesso: dal carcere si possono muovere ordini, denaro, contatti, traffici. Anche quintali di cocaina, ha lasciato intendere Curcio, possono essere gestiti senza spostare fisicamente chi comanda.
“Ci mancano investimenti”
Il messaggio, indirizzato a chi governa, è chiarissimo: servono risorse. La criminalità cambia, lo Stato deve essere in grado di seguirla. Non basta la buona volontà degli investigatori, non bastano professionalità e sacrificio personale se mancano uomini, mezzi, competenze tecnologiche, strumenti aggiornati. “Ci mancano investimenti“, ha detto Curcio. “Matrimoni con i fichi secchi non se ne fanno“, un proverbio che rende ancora più chiaro il concetto: non si può pretendere di combattere una criminalità globale, digitale, finanziaria e tecnologicamente attrezzata con apparati sotto organico e strumenti insufficienti. Non si può chiedere alle forze dell’ordine di controllare territori difficili, seguire indagini complesse, presidiare emergenze quotidiane e fronteggiare reti internazionali senza investimenti adeguati. Curcio ha richiamato in particolare le difficoltà di polizia e carabinieri in Calabria, parlando di organici “veramente risicati” e di una situazione che rende complicato anche il controllo ordinario del territorio. Altro messaggio indirizzato ai palazzi governativi romani. Chi vuol capire, prenda appunti e agisca.







