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9 Maggio 2026
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Shinjuku come specchio della Calabria che non c’è più: il racconto di una distanza che diventa condizione

Attraverso lo sguardo di un fotografo partito da Lamezia Terme, il pezzo mette a confronto due modelli opposti: una società iper-organizzata e produttiva e una regione costretta a perdere ogni anno migliaia di giovani professionisti

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Di Antonio Grande – Sono le sette e venti del mattino e la banchina della Yamanote Line, alla stazione di Shinjuku, è già piena.
Non affollata. Piena. Una parola diversa, che a Tokyo ha un peso diverso.

Centinaia di persone in fila — ordinate, silenziose, immobili — aspettano il treno che arriverà tra esattamente novantadue secondi. Lo sanno tutti. Il tabellone lo dice. Il treno lo rispetterà. Nessuno si muove di un centimetro oltre la propria riga gialla sulla banchina scintillante.

L’arrivo a Tokyo e la Calabria lasciata alle spalle

Io sono lì in mezzo, con la borsa della macchina fotografica a tracolla.
Sono arrivato a Tokyo nell’ottobre del 2019 con due valigie, tre obiettivi e la sensazione, tipicamente calabrese, di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Facevo il fotografo — o almeno, cercavo di farlo. Cercavo commissioni, collaborazioni, qualsiasi lavoro che mi permettesse di tenere la macchina in mano e pagare l’affitto di un appartamento grande quanto il bagno di casa mia a Lamezia.

Tokyo non ti regala niente, ma non ti nega niente nemmeno. Ti mette davanti a tutto e aspetta di vedere cosa sai fare.

La città che lavora senza pause

Quello che vedevo, ogni giorno, era una città che lavorava. Non nel senso in cui lavora l’Italia, con i suoi ritmi umani, le sue pause, il caffè al bar come momento sacro e irrinunciabile.

Tokyo lavorava in modo diverso — totale, continuo, quasi fisiologico, i suoi abitanti come il sangue che scorre nelle arterie della città, sprezzante e inarrestabile.

I miei colleghi giapponesi arrivavano prima di me e se ne andavano dopo. Sempre. Non per perché qualcuno lo imponesse, ma perché era così che funzionava, perché andarsene prima del proprio superiore era, semplicemente, inconcepibile.

La fotografia come osservazione del quotidiano

Io fotografavo tutto questo. La città all’alba, quando i netturbini puliscono i vicoli di Shinjuku con una precisione chirurgica. I salaryman — così si chiamano gli impiegati in giacca e cravatta — che dormono in piedi nella metro dopo dodici ore di ufficio. I piccoli ristoranti di ramen aperti a mezzanotte, pieni di gente che mangia sola, veloce, in silenzio, prima di tornare al lavoro.

Tokyo è una città che si fotografa da sola, se sai dove guardare.

La Calabria che si svuota

Ma io venivo dalla Calabria — e la Calabria, nel frattempo, continuava a svuotarsi.

Mentre io cercavo di costruire qualcosa dall’altra parte del mondo, a casa i numeri raccontavano una storia che conoscevo bene: migliaia di giovani che ogni anno lasciano la regione, non per avventura o curiosità, ma per necessità. Ingegneri, medici, insegnanti, artigiani. E fotografi.

Una generazione intera che ha imparato, a proprie spese, che il talento non basta: ci vuole un posto che te lo lasci esprimere.

Due pianeti che parlano dello stesso tema

Il Giappone e la Calabria, visti da Shinjuku alle sette e venti del mattino, sembrano due pianeti. Eppure parlano dello stesso tema: il lavoro, il suo valore, il suo peso, e il prezzo che si paga quando manca — o quando diventa tutto.

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