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25 Maggio 2026
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Don Panizza al TEDx racconta la Calabria scelta e mai lasciata: “La vita è una grande impresa”

Dal primo incontro con i giovani in sedia a rotelle alla nascita della Comunità Progetto Sud: sul palco di Vibo il sacerdote bresciano racconta cinquant’anni di vita calabrese tra servizi sociali, minacce della ’ndrangheta

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Ci sono scelte che nascono da un progetto. Altre da una chiamata improvvisa. Altre ancora da una domanda che nessuno vuole raccogliere. Per don Giacomo Panizza, fondatore della Comunità Progetto Sud, la scelta che ha cambiato la vita ha il volto della Calabria. Non una Calabria da cartolina, ma una terra concreta, difficile, piena di ferite e di possibilità. Una terra incontrata quasi per caso e poi mai più lasciata.

Sul palco del TEDx Vibo Valentia, davanti al pubblico del Teatro comunale, don Panizza ha portato una testimonianza insieme personale e collettiva: il racconto di un sacerdote bresciano arrivato al Sud per stare accanto ai giovani con disabilità, rimasto per costruire servizi, comunità, lavoro, diritti. E finito anche nel mirino della ’ndrangheta, dopo avere trasformato una casa confiscata in un luogo di vita.

“La vita è una grande impresa”

Don Panizza ha aperto il suo intervento partendo dal tema della serata, dedicata alle scelte che cambiano una vita. “Mi è piaciuto il titolo”, ha detto, perché “intraprendere la vita quando diventa sempre nuova o quando diventa pericolosa è un’impresa”. Poi la frase che ha dato il tono a tutto il monologo: “È la vita una grande impresa”.

Il suo racconto è passato attraverso sei fotografie. La prima, ha spiegato, era quella del suo primo incontro con la Calabria. “Io sono di Brescia e ho fatto quasi trent’anni a Brescia e cinquanta giusti in Calabria”, ha ricordato. Una scelta maturata dentro una richiesta semplice e radicale: che fare per alcuni giovani chiusi in casa perché in sedia a rotelle? All’inizio, ha raccontato, si pensava di portarli altrove. Poi qualcuno propose di fare qualcosa direttamente in Calabria. Nessuno si offrì. Don Panizza, allora, si fermò davanti al mare, guardando l’Adriatico e le luci dei pescatori nella notte. Da lì nacque la decisione: “Torno alla riunione e dico: ci posso provare io”.

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La Calabria dei giovani chiusi in casa

Quando arrivò, la Calabria che trovò non era quella immaginata. Non bastavano il sole, il Sud, il mare. C’era una condizione sociale dura, spesso invisibile. Giovani con disabilità chiusi nelle case, istituti e manicomi come unica prospettiva, famiglie lasciate sole, servizi quasi assenti. Don Panizza ha ricordato che, in quegli anni, alcuni giovani rischiavano di finire in strutture enormi: “O vanno ricoverati in quattro, due manicomi e due istituti, con dentro 800, 1.200 ricoverati tra pazzia, psichiatria e sedia a rotelle”. Davanti a quel quadro, la scelta fu netta: provare a costruire un’alternativa.

Il primo luogo fu una casa abbandonata, un vecchio asilo rotto e fatiscente, rimesso in piedi con l’aiuto di tanti giovani. “Che faccio con questi giovani chiusi nelle case? Abbiamo messo su un laboratorio”, ha raccontato. Un laboratorio artistico-artigianale, pensato per persone che non potevano competere sul mercato del lavoro tradizionale, ma che potevano creare, partecipare, uscire dall’isolamento.

Il pizzo dopo quindici giorni

La Calabria, però, mostrò presto anche un altro volto. Dopo appena quindici giorni dall’apertura del laboratorio, arrivò la richiesta di pizzo. Don Panizza lo ha raccontato con la semplicità di chi, all’inizio, neppure capiva il significato criminale di quella parola. “Per me in Calabria il pizzo era il comune del sindaco oppure un pezzo di barba”, ha detto. Poi capì. “Ci siamo scontrati quella mattina e sono andati via”.

La risposta non si fece attendere: vennero tagliate le gomme del pulmino usato per trasportare i giovani in sedia a rotelle. “Hanno tagliato le proprietà del pulmino per trasportare i giovani in sedia a rotelle e non hanno ancora smesso di farci delle cose”, ha raccontato.

I ragazzi del carcere minorile e la scelta di non rinchiudere

La sua esperienza non si fermò alla disabilità. Nel secondo anno in Calabria, don Panizza racconta di avere affittato due appartamenti per accogliere ragazzi provenienti dal carcere minorile di Catanzaro. Una scelta nata anche dal confronto con i magistrati, preoccupati che quei giovani, dentro il carcere, imparassero più dai figli dei boss che dagli educatori. La risposta del sacerdote fu diretta: “Non si mette in carcere per mettere dentro i figli dei boss”. Da lì nacque un gruppo appartamento per giovani che avevano bisogno di un’alternativa reale alla reclusione e alla scuola criminale.

“Se li lasciamo chiusi nelle case o nelle Rsa non crescono”

Uno dei passaggi più forti del monologo è arrivato quando don Panizza ha parlato dell’autonomia delle persone con disabilità. Ha raccontato dei giovani che chiedevano di organizzarsi da soli le vacanze, perché il volontariato li metteva a letto alle nove e mezza mentre gli altri uscivano e tornavano di notte. Da lì la lezione: “Sanno organizzarsi”, ha detto. E ancora: “Se li lasciamo chiusi nelle case o chiusi nelle Rsa oggi, o negli istituti di ieri, non crescono”. Poi l’aggiunta più personale: “Io vi voglio raccontare che sono cresciuti tantissimo e quante cose ho imparato io da loro”.

Le minacce e la paura

La storia di don Panizza è anche la storia di un conflitto con la ’ndrangheta. Ha raccontato di non avere capito subito cosa fosse davvero. “Sapevo che c’era la mafia, ma credevo che si sparavano tra di loro”, ha detto. Poi arrivarono danneggiamenti, terreni bruciati, intimidazioni, minacce. “Mi dicevano ogni tanto che mi uccidevano”, ha ricordato. La paura, ha ammesso, c’è. Non è stata negata né trasformata in eroismo retorico. Don Panizza ha raccontato anche un sogno ricorrente, con uomini armati, una fuga, uno sparo, il risveglio. “La paura c’è, io non la vorrei vivere, ma non posso dirmi che non la vivo”, ha spiegato. A un certo punto, dopo le intercettazioni e le minacce, arrivò la scorta. Ma il racconto non è mai diventato celebrazione personale. È rimasto dentro il solco di una scelta collettiva: stare dove altri non volevano stare, costruire dove altri vedevano solo rassegnazione.

La casa confiscata e la scelta più forte

Il passaggio più simbolico riguarda la decisione di prendere in gestione una casa confiscata a un clan. Un luogo segnato dal potere mafioso, trasformato in spazio sociale. Don Panizza ha ricordato che il proprietario aveva detto di ucciderlo. E proprio in quel contesto arrivò la risposta più potente dai giovani in sedia a rotelle: “Andiamo ad abitarci noi”. È una delle immagini più forti dell’intervento: persone considerate fragili che si fanno carico della scelta più coraggiosa. Abitare una casa confiscata non significa soltanto occupare uno spazio. Significa cambiare il significato di quel luogo. Strappare un bene al dominio criminale e restituirlo alla vita.

“Svoltare è rompere l’immaginario e buttarsi insieme”

La parola chiave del suo intervento è stata svoltare. Don Panizza l’ha collegata a uno dei suoi libri e a una riflessione nata con alcuni studenti. “Svoltare è rompere l’immaginario e buttarsi insieme”, ha detto. Rompere l’immaginario vuol dire smettere di pensare la Calabria, la Lombardia, il Sud o il Nord dentro categorie già scritte. Vuol dire non accettare che un territorio sia condannato alla sua rappresentazione peggiore. Ma anche non raccontarlo con ingenuità. Svoltare, per don Panizza, non è fuggire dalla realtà. È entrarci dentro, insieme agli altri, e provare a modificarla.

La Calabria che gli ha cambiato lo sguardo

Nel finale, il sacerdote ha raccontato cosa gli ha insegnato la Calabria. Non solo il mare, la luce, il cielo, le isole viste dalla sua terrazza. Ma soprattutto le persone. “Ho imparato in Calabria”, ha detto. “Ho imparato dai giovani, ho imparato da tante mamme, ho imparato da tanti che lavorano con sudore alla fronte, ho imparato da chi è partito, ho imparato tante cose”. Poi l’ultima immagine, forse la più bella: la Calabria come luogo di luce e di desiderio. “Del Sud mi piace tenermi negli occhi la luce, tanta luce in Calabria”, ha detto. Ma soprattutto: “Dalla Calabria mi piace quella gente che vuol crescere e partire e quella che vuol crescere e rimanere”.

*FOTOMODERNAGRILLO

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