A 67 anni, Silvio Baldini si siede sulla panchina più prestigiosa d’Italia con l’anima leggera di chi non deve chiedere il permesso a nessuno. Lontano dalle stanze felpate del potere e dai filtri della diplomazia, il tecnico toscano scaglia parole come pietre per fotografare la crisi profonda del nostro sistema pallonaro, senza timore di fare nomi o indicare colpevoli.
“Per me è semplice. Il calcio italiano è in mano a dirigenti che pensano a interessi loro e non alla crescita del movimento“, ha spiegato l’allenatore con spiazzante lucidità, mostrando quel volto umano che lo sport moderno sembra aver smarrito. “Mi diverto a chiamarli lestofanti e hanno in mano il filo di questo gioco”.
Il realismo del merito
La sfida immediata si chiama Lussemburgo e Grecia, un doppio scontro da affrontare con l’orgoglio di chi calpesta una terra sacra ma senza l’assillo del domani. Baldini rifiuta la retorica del salvatore della patria e guarda alla sua panchina con il disincanto dei giusti, conscio che la storia non si improvvisa ma si costruisce sul campo.
“Credo che per allenare la Nazionale che ha in bacheca quattro titoli mondiali, due europei e una medaglia d’oro all’Olimpiade ci vuole un curriculum che non ho”, ha ammesso il commissario tecnico con una nobile umiltà.
“So che molti fanno il tifo per me perché vedono un cambiamento, però non voglio fare il pavone altrimenti rischio una brutta figura”.
La pedagogia della libertà, il sogno olimpico e l’ombra di Gattuso
Lo sguardo del tecnico è già rivolto oltre l’ostacolo immediato, puntato verso quegli obiettivi giovanili che possono restituire dignità e futuro a tutto il movimento azzurro. Nel suo manifesto non c’è spazio per i tatticismi esasperati, ma solo per la purezza del sentimento e il rispetto sacro per chi lo ha voluto su quella panchina.
“Ho chiaro in testa cosa voglio: partecipare e vincere all’Europeo Under 21 e andare all’Olimpiade“, ha concluso Baldini, sigillando un patto d’onore con i suoi ragazzi. “Se ci riuscissi, dopo sarebbe diverso. Ma adesso se coltivassi una speranza starebbe a significare che non credo nel merito. Chiariamo un concetto: se Gattuso non si fosse dimesso non sarei qua. Lui e Buffon hanno sempre avuto affetto e stima per me. Non mi piace sfruttare le disgrazie altrui”.









