La Corte d’Appello di Catanzaro, sezione misure di prevenzione, ha annullato il decreto con cui il Tribunale aveva disposto la confisca di beni riconducibili ad Angelina Strangis, vedova ed erede di Silvio Rocca, figura coinvolta nel procedimento nato dall’inchiesta “Quinta Bolgia”. Il decreto, emesso l’11 marzo 2026 e depositato il 26 maggio, accoglie l’appello presentato dall’avvocato Vincenzo Cicino, difensore di fiducia della Strangis, e revoca integralmente la misura patrimoniale.
La confisca disposta in primo grado
Il Tribunale di Catanzaro aveva disposto la confisca di un fabbricato a Lamezia Terme, dell’intero capitale sociale della R. Group srl, del relativo compendio aziendale e dei rapporti finanziari con saldo attivo superiore a mille euro. Alla base del provvedimento vi era la ritenuta pericolosità sociale di Silvio Rocca, collegata alle contestazioni del procedimento Quinta Bolgia, nel quale gli inquirenti avevano ipotizzato l’esistenza di un cartello nel settore delle onoranze funebri e dei servizi sanitari, finalizzato a monopolizzare il mercato attraverso condotte di concorrenza illecita.
Il peso dell’assoluzione dal 416 bis
Per la Corte d’appello, però, il quadro probatorio posto a fondamento della confisca è stato profondamente ridimensionato. I giudici ricordano che la Cassazione, già in fase cautelare, aveva annullato senza rinvio l’ordinanza relativa al reato associativo. Successivamente, la Corte d’Appello di Catanzaro aveva assolto Rocca dal reato di associazione mafiosa con la formula “perché il fatto non sussiste”. Secondo il collegio, una pronuncia di assoluzione “netta e radicale” non può essere superata da una valutazione autonoma e opposta del giudice della prevenzione. Nel decreto si richiama infatti il principio di non contraddizione, che impedisce di fondare decisioni afflittive su fatti già “radicalmente sconfessati” in sede penale.
Nessuna prova sui profitti illeciti
La Corte ha poi esaminato la residua ipotesi di illecita concorrenza con violenza o minaccia, contestata ai sensi dell’articolo 513 bis del codice penale. Anche su questo punto, però, il decreto di confisca non regge. Secondo i giudici, dagli atti non emergono elementi sufficienti per dimostrare che le somme confluite nel conto sequestrato fossero frutto di attività illecite riconducibili alle condotte contestate. La Corte sottolinea inoltre che non è stato possibile distinguere le entrate lecite della R. Group dagli eventuali profitti illeciti derivanti dagli atti di concorrenza sleale. Mancano, in particolare, una ricostruzione puntuale delle condotte, l’identificazione delle vittime e la quantificazione degli importi.
La decisione: confisca revocata
Da qui la decisione finale: la Corte d’Appello ha annullato il decreto del Tribunale di Catanzaro e ha revocato la misura di prevenzione della confisca disposta nei confronti di Angelina Strangis, in qualità di erede di Silvio Rocca. Un provvedimento che segna un passaggio rilevante nella lunga coda giudiziaria di Quinta Bolgia: per i giudici, senza un solido presupposto soggettivo e senza prova del collegamento tra beni e attività illecite, la confisca non può essere confermata.









