La fragile tregua in Medio Oriente rischia di andare definitivamente in frantumi sotto i colpi dei missili balistici. In un clima di forte attesa per il responso del presidente statunitense Donald Trump sul destino dell’accordo tra Washington e Teheran, un attacco iraniano ha preso di mira i soldati americani di stanza nella base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait. L’operazione, condotta tra venerdì e sabato, rappresenta un segnale inequivocabile della volontà della Repubblica Islamica di non subire passivamente le mosse occidentali, proiettando un’ombra minacciosa sugli equilibri di un’intera regione già incendiata dai combattimenti in Libano e a Gaza.
Il raid in Kuwait e i danni alla base “The Rock”
L’attacco ha colpito l’installazione militare soprannominata “The Rock”, un hub multinazionale strategico per le operazioni della coalizione internazionale che ospita oltre 13 mila soldati statunitensi. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il vettore balistico lanciato dall’Iran è stato intercettato dai sistemi di difesa aerea, ma la caduta dei detriti ha provocato il ferimento lieve di cinque persone, tra contractor e militari in servizio attivo. I danni materiali sono ingenti: i frammenti hanno distrutto un drone d’attacco MQ-9 Reaper e ne hanno semidistrutto un secondo. Si tratta di una perdita economica e logistica pesantissima per il Pentagono, considerando che il costo stimato di ogni singolo velivolo si aggira intorno ai 30 milioni di dollari.
La guerra di logoramento nello Stretto di Hormuz
L’escalation in Kuwait è solo l’ultimo capitolo di una catena di ritorsioni incrociate. Nei giorni scorsi, Washington aveva colpito il porto iraniano meridionale di Bandar Abbas, provocando l’immediata reazione di Teheran. Le forze iraniane hanno risposto al fuoco e hanno dichiarato di aver intercettato quattro navi prive di autorizzazione nello Stretto di Hormuz, dove il livello di minaccia resta critico. Per sfuggire ai radar, molti mercantili stanno disattivando i sistemi di tracciamento e attraversano il braccio di mare in piccoli gruppi, scortati dalla Marina statunitense. Nel frattempo, i Pasdaran consolidano il proprio controllo sull’area: nelle ultime ventiquattro ore, almeno venti imbarcazioni hanno dovuto richiedere il permesso di transito alle Guardie della Rivoluzione, mentre una nave portarinfuse di Teheran sarebbe riuscita a forzare il blocco navale americano ancora in vigore.
Scontro diplomatico e l’avanzata israeliana in Libano
Sul fronte diplomatico, lo scetticismo prevale sulla speranza. Il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, ha rassicurato i partner sul fatto che le forze americane sono “più che capaci” di riprendere le operazioni belliche su vasta scala. Di contro, Mojtaba Khamenei, consigliere della Guida suprema iraniana, ha accusato apertamente la Casa Bianca, affermando che il presidente americano sta per “tradire la diplomazia, per la terza volta”.
Parallelamente, la crisi libanese registra una pericolosa accelerazione. Le forze di difesa israeliane hanno spinto l’offensiva oltre il fiume Litani, raggiungendo la periferia di Nabatieh. I bombardamenti dell’Idf hanno provocato cinque vittime e il ferimento di due soldati dell’esercito regolare libanese, innescando la risposta di Hezbollah con il lancio di razzi verso il nord di Israele. In un discorso televisivo, il primo ministro libanese Nawaf Salam ha espresso forte preoccupazione, parlando di “un’escalation israeliana pericolosa e senza precedenti”. A rendere ancora più drammatico il bilancio è l’allarme lanciato dall’Unicef, secondo cui le violenze dell’ultima settimana hanno causato la morte o il ferimento di 77 bambini. Lo spettro della crisi umanitaria si allunga anche su Gaza, dove le autorità locali denunciano l’uccisione di 929 persone dall’inizio della tregua lo scorso ottobre, a testimonianza di un conflitto che non accenna a placarsi.









