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21 Giugno 2026
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Il figlio degli emigrati calabresi alla guida della sinistra tedesca: chi è Luigi Pantisano, da Cariati al vertice della Linke

Nato in Germania da genitori partiti dallo Jonio cosentino, architetto, parlamentare e socialista dichiarato, guiderà il partito insieme a Ines Schwerdtner. Una storia di emigrazione e riscatto

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C’è una Calabria che parte, lavora in silenzio, cresce figli lontano da casa e poi, a distanza di decenni, si ritrova dentro la storia politica di un altro Paese. Come classe dirigente. È la Calabria di Luigi Pantisano, 46 anni, nato a Waiblingen, vicino Stoccarda, da genitori originari di Cariati Marina, oggi nuovo co-presidente della Linke, la sinistra tedesca nata nel 2007 dalla fusione tra la Pds, erede della Sed della Germania Est, e la Wasg, la costola sindacale che ruppe con la Spd dopo le riforme del lavoro di Gerhard Schröder.

Pantisano è stato eletto al congresso federale di Potsdam. Non era una candidatura qualsiasi: era il passaggio di consegne dopo la stagione di Jan van Aken, il dirigente che aveva contribuito a riportare in alto un partito dato quasi per finito, precipitato nei sondaggi e poi tornato a parlare a una parte della Germania sociale, urbana, giovanile e operaia. Il risultato, però, racconta anche una leadership che nasce già dentro una tensione: Pantisano, candidato unico, ha ottenuto poco più della metà dei voti dei delegati, mentre Ines Schwerdtner, confermata alla copresidenza, ha raccolto un consenso molto più largo. Due percentuali diverse, nella stessa giornata, che dicono molto del momento della Linke: una forza in ripresa, ma non ancora pacificata.

Il ragazzo di Cariati diventato leader a Berlino

La sua storia comincia molto prima del Bundestag e molto lontano dai palazzi della politica tedesca. Comincia con due ragazzi calabresi che negli anni Sessanta lasciano Cariati Marina per la Germania. Lui ha venticinque anni, lei diciassette. Partono come partirono migliaia di famiglie dello Jonio cosentino: poche certezze, molto lavoro, l’idea ostinata che i figli potessero avere una vita diversa. Luigi Pantisano cresce in quel mondo di fabbriche, turni, sacrifici e comunità italiane trapiantate nel Baden-Württemberg. Con i fratelli trascorre anche parte dell’infanzia in Calabria, nella terra dei nonni, conservando un legame che non è mai stato folclore ma radice. La politica, per lui, nasce lì: nel vedere la fatica dei genitori, nel sentire addosso il peso della differenza sociale, nel capire presto cosa significhi essere guardati dall’alto in basso perché figli di immigrati.

Lo ha detto lui stesso, rivendicando un’identità precisa: “Io sono un socialista”. E ancora: “Sono figlio di Gastarbeiter”, i lavoratori immigrati chiamati a sostenere il miracolo industriale tedesco. Una frase che in Germania pesa, perché riporta la sinistra non nei seminari accademici ma sulle catene di montaggio, nei quartieri popolari, nelle case di chi ha costruito benessere senza possederne davvero il racconto pubblico.

L’architetto socialista che vuole riportare la sinistra davanti ai cancelli delle fabbriche

Pantisano non arriva alla guida della Linke come uomo d’apparato puro. È architetto, urbanista, ha studiato e lavorato tra Stoccarda e Tokyo, ha fatto il quartiers manager a Costanza, ha sfiorato la carica di sindaco nel 2020, vincendo il primo turno e perdendo il ballottaggio. A Stoccarda è stato consigliere comunale per anni, costruendosi una reputazione da negoziatore tenace e, quando serve, da avversario ruvido.

La sua idea di sinistra è dichiaratamente conflittuale: meno convegni, più presenza nei luoghi di lavoro; meno linguaggio da minoranza identitaria, più questione sociale; meno timidezza davanti alla ricchezza, più attacco frontale alle disuguaglianze. Il suo programma parla di lavoratori, affitti, clima, antirazzismo, redistribuzione e battaglia contro una Germania che, nella sua lettura, rischia di tagliare lo Stato sociale mentre l’estrema destra cresce dentro le paure prodotte dalla crisi.

Alla vigilia del voto ha usato parole durissime contro la Cdu e contro il cancelliere Friedrich Merz, fino a sostenere che tra la destra cristiano-democratica e l’AfD non ci sia più una differenza sostanziale quando si parla di politiche contro i più deboli. Toni che galvanizzano una parte della base, ma che spiegano forse anche il voto non plebiscitario ricevuto al congresso.

Il 53% che pesa: vittoria, ma non incoronazione

La fotografia politica del congresso di Potsdam è questa: Pantisano vince, ma non viene incoronato. Il dato del 53% è sufficiente per guidare il partito, ma troppo basso per essere letto come un’investitura senza ombre. Accanto a lui, Schwerdtner viaggia invece su un consenso molto più ampio. È la doppia anima della Linke di oggi: da un lato il partito che vuole radicalizzare il conflitto sociale, dall’altro quello che prova a tenere insieme piazze, iscritti, nuovi elettori, vecchi militanti, giovani urbani e pezzi di classe operaia impoverita.

La Linke arriva a questo passaggio dopo una rimonta politica significativa. Data per spacciata, è tornata in Parlamento con l’8,8% alle elezioni federali del 2025 e oggi viene accreditata nei sondaggi intorno all’11-12%. Una crescita rapida, alimentata anche da nuove iscrizioni, che però porta con sé un problema antico: quando un partito rinasce in fretta, spesso cresce prima dei propri equilibri interni. Pantisano dovrà quindi fare due mestieri insieme: parlare fuori, a una Germania attraversata da precarietà, affitti impossibili, rabbia sociale e paura dell’AfD; e parlare dentro, a una Linke che vuole tornare grande senza perdere se stessa.

La memoria dell’emigrazione come programma politico

Il tratto più forte della sua vicenda resta però la biografia. Pantisano non usa le origini calabresi come ornamento. Le mette al centro di un discorso politico fondato su lavoro, dignità e riconoscimento. Le discriminazioni viste da bambino contro gli italiani e contro chi lavorava duramente, ha spiegato, sono alla base del suo impegno. Non una memoria privata, ma una chiave per leggere la Germania di oggi. La sua storia personale diventa storia europea. I genitori partiti da Cariati Marina appartenevano alla generazione dei lavoratori italiani chiamati a riempire fabbriche, cantieri e servizi nella Germania del dopoguerra. Per decenni quella manodopera è stata indispensabile e invisibile. Oggi uno dei figli di quella migrazione guida un partito nazionale tedesco. Non è solo riscatto individuale. È il ritorno politico di una generazione che ha lavorato senza pretendere titoli e che ora vede i propri figli sedere nei luoghi in cui si decide.

La Calabria che conta in Germania: da Pantisano a Daniela Cavallo

La vicenda di Pantisano non è isolata. Un’altra figura di origine calabrese occupa da anni un posto centrale nella Germania del lavoro: Daniela Cavallo, presidente del consiglio di fabbrica della Volkswagen, responsabile di una rappresentanza che riguarda centinaia di migliaia di dipendenti nel mondo. Anche lei figlia di un lavoratore calabrese emigrato, partito dalla Locride. Anche lei cresciuta dentro quella Germania industriale che ha avuto bisogno degli immigrati e oggi, di fronte all’invecchiamento della popolazione e alla carenza di manodopera qualificata, continua ad averne bisogno.

Cavallo ha rivendicato più volte il peso delle proprie radici: “Ho due passaporti, per me questo è molto importante, le mie radici mi hanno plasmato”. E ha ricordato il contributo dei lavoratori stranieri alla storia della Volkswagen, dagli italiani ai turchi, dai tunisini a molte altre comunità. È un messaggio politico potente in una Germania dove l’AfD cresce anche trasformando l’immigrazione in capro espiatorio. Pantisano e Cavallo non appartengono allo stesso ruolo e non rappresentano la stessa funzione. Uno guida un partito, l’altra è al vertice di una delle più importanti rappresentanze dei lavoratori d’Europa. Ma raccontano lo stesso fenomeno: la Calabria emigrata non è solo manodopera del passato, è anche leadership del presente.

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