C’è un’ora, nei palazzi pubblici, in cui la luce non illumina più: interroga. Scende allora sui corridoi un chiarore obliquo, freddo, quasi lunare; non rivela i volti, ma le ombre che li precedono. E tra quelle ombre torna un nome, pronunciato a bassa voce, come si pronunciano le cose che hanno superato il proprio tempo: Iannini.
Il termine diventato nebbia
Le era stato dato un termine. Non una formula vaga, non una promessa da consumare nei comunicati, non un margine elastico da stirare fino alla menzogna amministrativa. Un termine. Una soglia. Una misura. Il limite oltre il quale il potere non è più governo delle cose, ma ostinazione. Eppure, in questa lunga notte di Scordovillo, il termine sembra essere diventato nebbia. Si allunga, si contorce, si sposta come una creatura inquieta tra delibere, avvisi, proroghe, acquisti, urgenze, tavoli tecnici, cabine di regia. Ogni atto promette una fine. Ogni proroga ne annuncia un’altra. Ogni scadenza, invece di chiudere, apre un nuovo varco nel buio. Così l’amministrazione, che dovrebbe camminare sulla pietra ferma della legge, pare avanzare sopra assi umide e scricchiolanti, sospese su un vuoto che ha il nome antico dell’arbitrio.
La regola calpestata
Si spinge. Si spinge ancora. Si spinge senza più ascoltare il rumore dei cardini. Si spinge contro le graduatorie, contro i Comuni, contro i cittadini che hanno atteso secondo legge, contro chi ha presentato domanda, prodotto documenti, accettato la lentezza della procedura perché credeva ancora nella regola. E la regola, quando viene calpestata in nome dell’urgenza, non muore subito. Prima diventa un’ombra. Poi un sussurro. Poi un’accusa.
Le case popolari non sono pedine
Le case popolari non sono pedine da muovere su una scacchiera amministrativa. Non sono stanze vuote da riempire secondo convenienza politica. Non sono premio, riparo, scorciatoia o pegno di sopravvivenza commissariale. Sono beni pubblici. Sono vincolati. Sono destinati secondo legge. Hanno una memoria giuridica, una fila di attese, una graduatoria, un ordine, una responsabilità.
E chi prova a piegare quella memoria, chi tenta di trasformare l’emergenza in potere, chi confonde l’inclusione con la deroga permanente, dovrebbe sapere che ogni porta aperta fuori dalla legge lascia entrare, prima o poi, qualcosa che non si può più governare.
L’emergenza non spegne la legalità
Non basta invocare Scordovillo per spegnere la legalità. Non basta pronunciare la parola “fragilità” per cancellare altre fragilità. Non basta chiamare “soluzione” ciò che potrebbe diventare lesione. Non basta spostare corpi da un campo a un appartamento se, nel tragitto, si travolge il diritto di chi attende da anni il proprio turno.
La domanda vera
Nel gotico amministrativo di questa vicenda, la domanda non è più soltanto dove andranno quelle famiglie. La domanda vera è più severa, più tagliente, più nera: con quale potere? con quale atto? con quale graduatoria? con quali requisiti? con quale rispetto dei Comuni? con quale tutela degli assegnatari legittimi? Perché quando il potere oltrepassa il termine che gli è stato dato, non entra nel futuro. Entra nella zona d’ombra.
Ogni firma pesa
E nella zona d’ombra ogni firma pesa di più. Ogni verbale parla. Ogni silenzio diventa prova. Ogni proroga diventa confessione politica. Ogni alloggio consegnato senza legge diventa una porta aperta sul contenzioso, sulla responsabilità, forse sulla verità giudiziaria.
Quando arriverà la luce
La luce, alla fine, arriva sempre. Non come consolazione. Come verifica. E quando arriverà, non chiederà chi aveva fretta. Chiederà chi aveva titolo. Non chiederà chi voleva chiudere Scordovillo. Chiederà chi ha aperto gli alloggi. Non chiederà chi invocava l’emergenza. Chiederà chi ha rispettato la legge. E allora le ombre non basteranno più.








