25 Ottobre 2026
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Tir, trattori e studenti in piazza: il conto delle promesse mancate. Imprese in crisi e famiglie in difficoltà, ma il potere continua ad autocelebrarsi

Il costo della vita e le difficoltà produttive restano sullo sfondo di un dibattito dominato dagli annunci. Dalla Calabria a Roma, la richiesta di risposte che vadano oltre conferenze stampa e celebrazioni

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Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una successione di avvenimenti che, osservati singolarmente, potrebbero apparire come episodi di cronaca. Messi insieme, invece, restituiscono un’immagine piuttosto preoccupante del nostro Paese, della qualità della sua classe dirigente e del rapporto sempre più difficile tra cittadini e istituzioni. Agricoltori e autotrasportatori bloccano strade e attività produttive, soprattutto nel Mezzogiorno. A Milano gruppi di giovanissimi si rendono protagonisti di scontri e violenze. Le immagini occupano televisioni, giornali e social, mentre le ragioni del disagio finiscono spesso in secondo piano.

La protesta fuori dai partiti e dai sindacati

C’è un particolare che meriterebbe maggiore attenzione: molte di queste proteste nascono fuori dai tradizionali circuiti di rappresentanza. Poche bandiere di partito, scarsa riconoscibilità delle grandi organizzazioni sindacali e di categoria, cittadini che sembrano aver deciso di rappresentarsi da soli. È un segnale che dovrebbe preoccupare innanzitutto la politica, ma anche quelle associazioni che per anni hanno partecipato ai tavoli istituzionali, organizzato convegni e applaudito rappresentanti di governo, salvo poi scoprire improvvisamente che i settori rappresentati attraversavano crisi profonde.

Sicurezza e carceri come risposta al disagio

Eppure, anche questa volta, la risposta sembra seguire un copione già conosciuto. Dopo gli scontri di Milano arriva un nuovo decreto sicurezza. Si introducono nuove disposizioni, si rafforzano strumenti repressivi e si annunciano interventi che, nella comunicazione politica, assumono immediatamente il valore di soluzioni, senza tener conto del fatto che l’efficacia di una norma non si misura dal numero dei comunicati stampa che ne accompagnano l’approvazione.

Il ministro della Giustizia Nordio arriva a prospettare l’ampliamento degli istituti penitenziari minorili e persino l’utilizzo di sezioni delle carceri per adulti. Certamente chi commette violenze deve risponderne, anche quando è giovane. Ma davvero la prima riflessione di uno Stato davanti a ragazzi che manifestano comportamenti così gravi deve riguardare quanti altri posti in carcere occorrerà realizzare? Dove sono finite le politiche educative, la prevenzione, il sostegno alle famiglie, la scuola e gli interventi nei contesti sociali più difficili?

I fondi di Salvini e i ritardi che fermano le imprese

Nel frattempo, il ministro Salvini annuncia risorse per gli autotrasportatori. Peccato che una parte considerevole dei fondi richiamati fosse già stata stanziata e attendesse ancora di essere resa disponibile o effettivamente erogata. Il Governo ha annunciato anche risorse aggiuntive, ma nella comunicazione pubblica il confine tra nuovi finanziamenti e sblocco di quelli precedenti rischia di diventare poco riconoscibile. Il problema non è soltanto quanto denaro venga promesso, ma perché quello già disponibile non sia arrivato tempestivamente alle imprese, e soprattutto perché si debba attendere che i camion si fermino per accelerare procedure che avrebbero dovuto funzionare normalmente.

Quando la comunicazione decide quali problemi contano

Ma forse il dato più preoccupante di questi giorni è proprio il ruolo assunto dalla comunicazione politica e dall’informazione. Mai come oggi sembra che la capacità di raccontare i fatti sia diventata più importante dei fatti stessi. I rappresentanti istituzionali hanno imparato a utilizzare con straordinaria efficacia gli strumenti della comunicazione, scegliendo quali risultati enfatizzare, quali argomenti portare al centro del dibattito e quali questioni lasciare sullo sfondo.

Le trasmissioni televisive contribuiscono a determinare questa rappresentazione attraverso la scelta degli ospiti, il tempo loro concesso, le domande formulate e gli argomenti ai quali viene riservata maggiore attenzione. Non occorre necessariamente nascondere una notizia per ridurne il peso: talvolta è sufficiente dedicarle pochi minuti, mentre per ore si discute di altro. Ne deriva il rischio di un dibattito pubblico nel quale non è tanto la rilevanza dei problemi a stabilire le priorità, quanto la convenienza politica e mediatica di affrontarli.

A Porta a Porta, Bruno Vespa rimprovera una giovane rappresentante degli universitari, invitandola a documentarsi prima di parlare e sostenendo che i giovani debbano studiare per evitare di dire sciocchezze. Un richiamo allo studio che sarebbe condivisibile, se non fosse accompagnato da un atteggiamento che lascia poco spazio al confronto. Viene spontaneo domandarsi se la stessa severità venga abitualmente riservata ai rappresentanti del potere che frequentano da decenni quello studio televisivo. E questo atteggiamento sembra ormai caratterizzare una parte crescente della comunicazione istituzionale, nazionale e regionale, ma anche internazionale. Dichiarazioni categoriche, annunci continui, giudizi su qualsiasi argomento, spesso senza un vero contraddittorio e senza che alle affermazioni seguano verifiche puntuali. Un’arroganza comunicativa che non riguarda soltanto la politica, ma anche alcuni protagonisti dell’informazione, sempre meno disponibili ad ascoltare e sempre più impegnati a stabilire chi abbia diritto di parlare e chi debba limitarsi ad ascoltare.

Milano e le contraddizioni della piazza del centrodestra

A completare questo quadro arrivano anche le tensioni durante una manifestazione del centrodestra a Milano, organizzata proprio per esprimere solidarietà alle forze dell’ordine e ai commercianti dopo gli episodi di violenza. Nella stessa piazza compare uno striscione della Lega Giovani con la scritta «Vi remigreremo tutti». Seguono contestazioni, insulti, spintoni e persino uno schiaffo a un giovane contestatore da parte di un partecipante al presidio.

È singolare che una manifestazione convocata per condannare la violenza finisca per offrire essa stessa immagini di intolleranza e aggressività. Come si può pretendere moderazione dai cittadini se proprio nelle iniziative politiche organizzate per richiamarla si alimentano nuove contrapposizioni? E in quel contesto non mancano neppure le polemiche che coinvolgono la seconda carica dello Stato. Ignazio La Russa viene indicato dalle cronache come protagonista di un’espressione offensiva nei confronti di Letizia Moratti, esponente della stessa coalizione. Un episodio che, al di là delle dinamiche personali, richiama ancora una volta il tema del linguaggio e del rispetto che dovrebbe accompagnare chi ricopre le più alte cariche istituzionali.

Lollobrigida e i casellari dei manifestanti

Non meno significativa è la posizione assunta dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida sulle proteste degli autotrasportatori. Dopo aver ricordato che manifestare non autorizza a bloccare la circolazione e danneggiare altri cittadini, il ministro invita a esaminare i casellari giudiziari di alcuni promotori delle proteste, sostenendo che emergerebbero criticità. Un’affermazione particolarmente delicata da parte di un rappresentante del Governo, che avrebbe richiesto indicazioni precise e verificabili. Perché le eventuali responsabilità individuali devono essere accertate nelle sedi competenti, mentre il disagio economico di un intero settore merita risposte indipendentemente dalla storia personale di chi organizza una manifestazione. E viene spontaneo domandarsi perché, davanti a imprese che denunciano costi ormai insostenibili, un ministro ritenga opportuno richiamare i precedenti giudiziari di alcuni manifestanti anziché concentrare il confronto sulle ragioni economiche della protesta e sulle responsabilità di chi avrebbe dovuto affrontarle per tempo.

Il clima dello scontro e la responsabilità di chi governa

A Milano persino un sacerdote, provocato da alcuni ragazzi, reagisce mostrando il dito medio. Un episodio certamente marginale, ma che sembra rappresentare efficacemente il clima generale: ciascuno risponde all’altro, sempre meno persone sembrano interessate a comprenderlo. Un clima nel quale lo scontro rischia di diventare la forma prevalente di relazione, alimentato anche da una comunicazione che privilegia la contrapposizione rispetto al confronto. Non possiamo attribuire automaticamente ai media la responsabilità delle violenze, ma dovremmo almeno interrogarci sugli effetti di un dibattito pubblico continuamente esasperato, soprattutto sui più giovani. E proprio gli episodi di Milano pongono un’altra questione che sembra essere rimasta ai margini del confronto politico. Come è stato possibile che gruppi composti in larga parte da giovanissimi, apparentemente privi di una riconoscibile organizzazione politica, riuscissero a provocare danni così rilevanti nel centro della capitale economica italiana?

È una domanda che riguarda anche la capacità di prevenzione e gestione dell’ordine pubblico, sulla quale sarebbe legittimo attendersi una riflessione da parte del ministro dell’Interno. Non per attribuire alle forze dell’ordine responsabilità che non competono loro, ma perché chi esercita funzioni di governo deve rispondere anche dell’efficacia dell’organizzazione e della programmazione.

In Francia, davanti agli scontri degli stessi giorni, il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha riconosciuto carenze nella preparazione degli interventi e ha presentato le proprie dimissioni, successivamente respinte dal presidente Macron. Un gesto che, indipendentemente dalle valutazioni sulla sua gestione, dimostra almeno l’esistenza di un principio di responsabilità politica. In Italia, invece, sembra prevalere una regola diversa: chi governa rivendica i risultati positivi e, quando emergono problemi, individua quasi sempre le responsabilità altrove. E oltre i nostri confini lo spettacolo non migliora. Il presidente americano Trump, durante un comizio, arriva a complimentarsi pubblicamente con un sostenitore che avrebbe colpito un contestatore con un pugno. Quando chi ricopre la massima carica istituzionale di una grande democrazia manifesta apprezzamento per un gesto violento, il problema non riguarda più soltanto il linguaggio politico, ma il valore dell’esempio offerto alla società.

La Calabria dei record alla prova delle proteste

In questo scenario c’è poi la nostra Calabria. Una regione che negli ultimi mesi abbiamo sentito descrivere come terra di record, successi straordinari, crescita e nuove opportunità. Una narrazione sostenuta con particolare entusiasmo, in modo particolare, dal presidente della Regione e da alcuni suoi assessori. Poi arrivano le proteste degli agricoltori e degli autotrasportatori, le difficoltà delle imprese, i blocchi e le conseguenze sugli approvvigionamenti. E quella rappresentazione improvvisamente mostra tutti i suoi limiti. Non significa che ogni risultato positivo annunciato sia falso. Significa che nessun record può cancellare le difficoltà strutturali di un territorio e che chi governa da anni dovrebbe avere la capacità di individuarle e affrontarle prima che esplodano.

Dove erano, nei mesi delle celebrazioni, le analisi sui costi di produzione, sulla redditività delle aziende agricole, sulle difficoltà della logistica e sulla tenuta delle piccole imprese? E quale responsabilità riconoscono oggi coloro che hanno gestito per anni la programmazione di questi settori? Sono domande alle quali non si può rispondere con un altro convegno, una nuova conferenza stampa o qualche fotografia accanto ai manifestanti.

Le promesse del Governo e il rendiconto che manca

E qui il ragionamento torna inevitabilmente al Governo nazionale. Siamo davanti a un esecutivo che rivendica continuamente la propria longevità. Un primato che, dopo tanti anni di governo, dovrebbe tradursi soprattutto nella possibilità di presentare risultati concreti, confrontabili con gli impegni assunti davanti agli elettori. E invece, che fine hanno fatto le promesse sulle accise dei carburanti, sulla riduzione della pressione fiscale, sulle pensioni, sulle grandi infrastrutture, sul Ponte sullo Stretto, etc etc etc? Quali risultati sono stati effettivamente raggiunti, quali soltanto parzialmente e quali continuano a essere annunciati?

Non basta ricordare le difficoltà internazionali o attribuire ogni problema alle amministrazioni precedenti atteso che governare significa anche assumersi la responsabilità di ciò che non si è riusciti a realizzare. Eppure l’attenzione politica sembra concentrarsi sempre più sulla costruzione del consenso, sulla gestione delle apparizioni pubbliche e sulle prossime scadenze elettorali. Persino il dibattito sulla legge elettorale rischia di apparire più importante di quello sui risultati che dovrebbero giustificare la richiesta di un nuovo mandato. Il sospetto è che la comunicazione sia diventata non più uno strumento per illustrare l’azione di governo, ma un mezzo per sostituirne il rendiconto.

La fiducia tra cittadini e istituzioni da ricostruire

E mentre tutto questo accade, milioni di cittadini continuano ad affrontare le difficoltà quotidiane: il costo della vita, il lavoro, i salari, le prospettive dei figli, i servizi pubblici insufficienti e un futuro che appare sempre meno prevedibile. Assistono a un’informazione incessante, a una politica permanentemente impegnata nella comunicazione, a istituzioni che sembrano inseguire gli avvenimenti anziché governarli.

Non servono giustificazioni per chi usa la violenza, né indulgenza verso chi impedisce ad altri cittadini di lavorare o circolare. Ma una democrazia che si limita a reprimere le manifestazioni del disagio, senza interrogarsi seriamente sulle sue cause, rischia di intervenire sempre troppo tardi. Servirebbero invece una politica capace di programmare, amministrazioni in grado di spendere tempestivamente e bene le risorse disponibili, organizzazioni di rappresentanza più autonome dal potere e un’informazione che dedichi alle cause dei problemi almeno la stessa attenzione riservata alle immagini degli scontri.

Il vero interrogativo che emerge da questi giorni non è soltanto come ristabilire l’ordine nelle piazze, bensì come ricostruire la fiducia tra cittadini e istituzioni, visto che il Paese sembra diviso tra chi protesta perché non riesce più a farsi ascoltare e chi continua a parlare senza dimostrare di aver ascoltato.

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