29 Ottobre 2026
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Prove indiziarie, nessuna chiamata e un sindaco a casa: cosa c’è davvero nelle carte su Flavio Stasi

Tra intercettazioni, voti residuali e la sponda opposta scelta dal clan, l'ordinanza del gip riaccende il dibattito sul confine sottile tra accusa di pericolo, presunzione d'innocenza e agibilità democratica

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Il 30 settembre 2026 il gip di Catanzaro firma un’ordinanza di oltre trecento pagine. Dentro ci sono 57 indagati, 42 misure cautelari, un omicidio del 2023, uno del 2001, estorsioni, rapine, furti e un affare costruito sui click day del decreto flussi.
Flavio Stasi occupa una dozzina di pagine e compare in un solo capo d’imputazione, il settimo. Gli altri venti riguardano vicende e soggetti diversi: la cosca di Rossano, il boss di Cassano, i guardiani dei terreni, i rapinatori delle tabaccherie.
Il punto sono anche le proporzioni: secondo l’accusa, un presunto affiliato avrebbe procurato a Stasi una ventina di voti. Le carte dell’inchiesta, però, non documentano una conversazione diretta tra i due. È un dato da mettere accanto alla storia pubblica di un sindaco che da quindici anni si espone nella lotta alla ’ndrangheta.

Dal palco di Reggio all’ospedale

Stasi nasce a Rossano nel 1983 e si laurea in Ingegneria informatica all’Unical. Nel settembre 2010 sale sul palco della manifestazione “No ’ndrangheta” di Reggio Calabria, convocata dopo le intimidazioni contro la magistratura reggina, e parla a nome degli attivisti.
L’anno dopo viene aggredito da più persone e finisce in ospedale; qualche settimana più tardi racconta l’aggressione in una lettera, con il titolo “Armato di parola”.
Nel 2012 è tra i fondatori di Terra e Popolo, l’associazione che porta in piazza l’inquinamento del fiume Oliva, le discariche di Bucita e Scala Coeli, la ferrovia jonica e gli ospedali da salvare.
Nell’estate del 2013, quando il Tribunale di Rossano viene soppresso, protesta con lo sciopero della fame.
Nel 2016 si candida a sindaco di Rossano con liste civiche, prende circa il 18 per cento ed entra in consiglio comunale.
Nel 2019 la città nata dalla fusione con Corigliano lo sceglie come primo sindaco: al ballottaggio supera Giuseppe Graziano con il 72,56 per cento, alla guida di una coalizione civica.

Il sindaco e le parti civili

Da sindaco Stasi fissa una regola, che nell’aprile 2024 spiega pubblicamente: il Comune si costituisce parte civile nei processi in cui viene contestata l’associazione mafiosa, perché lì parte lesa è l’intera comunità, e non nei singoli fatti di sangue maturati dentro gli ambienti criminali. È su questa linea che il Comune entra nel processo “Fangorn”, nato da un’inchiesta della Procura di Castrovillari sul taglio abusivo dei boschi.
Poi arriva l’estate del 2024. Una decina di giorni dopo la rielezione, qualcuno manomette gli pneumatici dell’auto del sindaco, e un mese più tardi l’impianto frenante.
Dal 25 luglio il questore di Cosenza dispone per lui una misura di vigilanza. In ottobre Stasi commenta che la sua vita è cambiata e il suo percorso politico no.
Celebri anche alcune sue ordinanze di demolizioni degli ecomostri della criminalità sulla costa.

I numeri del 2024

All’elezione dell’8 e 9 giugno 2024 Stasi ottiene 26.793 voti, pari al 64,78 per cento. La candidata del centrodestra si ferma a 14.569, il 35,22 per cento. Lo scarto è di 12.224 voti. Anche in questa tornata sarà rieletto da una coalizione progressista che in campagna fa la guerra al sistema delle “mmasciate”, i favori chiesti e ottenuti per interposta persona.
Nelle carte di Ginestra il contributo attribuito ad Annibale Matalone ha una misura precisa, e la fornisce lui stesso. Il 21 maggio 2024, intercettato mentre parla con alcuni conoscenti, dice di aver procurato al sindaco “una ventina di voti”. Delle elezioni del 2019 racconta di avergliene portati “qualche sette, otto, o dieci voti, quindici, non mi ricordo”. Venti voti su 26.793 sono lo 0,0007 per cento del consenso del sindaco.

Il numero dei voti, però, non risolve la questione giuridica. Lo scambio elettorale politico-mafioso è un reato di pericolo e si consuma con la promessa: non conta quanti voti arrivino davvero, e la Procura lo scrive richiamando la giurisprudenza della Cassazione.
Il numero, quindi, non scagiona nessuno davanti a un giudice. Dice però molto sull’interesse che un sindaco uscente, avviato verso una vittoria con quasi il doppio dei voti dell’avversaria, avrebbe avuto a cercarsi un sostegno così modesto e così rischioso.

Cosa contengono le carte

L’ordinanza ricostruisce la vicenda così. Il 6 maggio 2024, a pranzo, Vincenzo Curia racconta a Matalone che il sindaco lo conosce, ha il suo numero e voleva chiamarlo per un caffè, e che lui lo ha fermato. Matalone si dice pronto a raccogliere voti in cambio di un posto al cimitero. La sera stessa un altro commensale riferisce ai familiari che Matalone è stato “mandato a chiamare”.
Il 16 maggio le telecamere riprendono Curia e Stasi davanti al comitato elettorale; poco dopo Curia attraversa la strada e parla con Matalone, mentre il sindaco si allontana salutando chi si trova sull’altro marciapiede. Seguono le confidenze di Matalone ai conoscenti.

Il gip ritiene gravi gli indizi sulla base degli elementi raccolti nell’ordinanza. Le frasi attribuite a Stasi, però, arrivano tutte da qualcun altro: da Curia che le riferisce a Matalone, da un commensale che le racconta a casa, da Matalone che ne parla con la moglie.
Nelle sue conclusioni la Procura scrive che conversazioni dirette tra il sindaco e Matalone non ne sono state intercettate, e ricava promessa e accettazione per via indiziaria. Nessun fotogramma li ritrae insieme. Agli atti non risulta alcuna assunzione al Comune, al cimitero o in un ente collegato. E secondo la Procura l’idea del cimitero la suggerisce a Matalone proprio Curia, titolare di un’agenzia funebre.

La sponda opposta scelta dal clan

Dall’ordinanza emerge anche un particolare: secondo gli inquirenti, il gruppo rossanese indicava di votare per la coalizione avversaria. Matalone, invece, sostiene Stasi di nascosto, contro quella linea. Le intercettazioni lo confermano. Il 7 giugno, alla vigilia del voto, un altro indagato, che il gip considera affiliato alla cosca, invita a votare centrodestra e giura che il sindaco “non deve andare”.
Quando gli riferiscono che Matalone dice il contrario, commenta che quello fa sempre l’opposto.
Lo stesso Matalone, parlando con la moglie il 5 giugno, motiva il suo voto con ragioni che con i posti di lavoro hanno poco a che fare. Cita la rottura tra Stasi e il presidente della Regione Roberto Occhiuto, e la provincia di Corigliano Rossano che, a suo dire, Occhiuto non vuole concedere per tenere la Sibaritide sotto Cosenza.
Il 21 maggio, davanti agli amici che gli parlano di posti, si chiede dove il sindaco possa mai trovarli. Per sostenere la sua impostazione, la Procura richiama una sentenza della Cassazione secondo cui il reato sussiste anche quando il procacciatore agisce da solo, in forza della propria fama criminale. Il quadro accusatorio si concentra dunque sul rapporto con Matalone, che secondo le stesse carte avrebbe sostenuto Stasi contro le indicazioni del proprio gruppo.

Il peso di un capo su ventuno

Il gip dispone per Stasi i domiciliari e motiva la scelta della misura meno afflittiva con il tempo trascorso dai fatti. Le accuse a Stasi dovranno essere verificate in giudizio. Intanto, il sindaco è rieletto con 12.224 voti di scarto e gli viene contestata una ventina di voti raccolti, secondo l’accusa, da un uomo che agiva pensandola diversamente dal proprio clan.

A voce alta

Mi si consenta una nota personale. Quando ho letto il nome di Flavio Stasi accanto all’accusa di aver trattato voti con un uomo della ’ndrangheta, la prima cosa che ho provato è stata incredulità. L’ho visto salire sui palchi antimafia in anni in cui pochi si sono esposti. Ho seguito le sue battaglie da attivista e da sindaco, e mi sono fatto di lui un’idea che con quelle carte non riesco a far combaciare.
Da cronista so quanto sia necessario diffidare delle impressioni. La mia conoscenza del percorso pubblico di Stasi rende questa vicenda ancora più difficile da comprendere.
La questione che pongo riguarda la scelta della misura cautelare. Che la magistratura indaghi è giusto e necessario, e nessuno può pretendere di sottrarsi a un’indagine perché porta la fascia tricolore. Altra cosa è la scelta della misura. Gli arresti domiciliari a un sindaco in carica, per fatti di due anni fa, producono un effetto che va molto oltre le esigenze del procedimento. Lo stesso gip scrive che il tempo trascorso attenua le esigenze cautelari. Intanto la legge Severino sospende il sindaco dalla carica, e una città di oltre ottantamila abitanti si sveglia senza la sua guida.
Mi chiedo quale vantaggio porti all’indagine un provvedimento di questo tipo, e quanto costi invece, in reputazione per Corigliano Rossano e in sua rappresentanza, a chi lo subisce e a chi lo ha votato.
Nei titoli, però, l’operazione è diventata soprattutto la storia di un sindaco ai domiciliari. Sullo sfondo rimangono l’omicidio del 2023, il delitto del 2001, le estorsioni, le rapine e l’affare dei nulla osta per lavoratori stranieri.
Le decine di indagati per reati gravissimi finiscono in fondo agli articoli, quando ci finiscono.
La fiducia nella magistratura è totale. Sarà il percorso giudiziario a chiarire la posizione di Stasi.
La Sibaritide, però, è un territorio che fatica a tenere aperti i suoi ospedali, che aspetta da decenni una strada e una ferrovia degne di questo nome e che ha già perso il suo tribunale. Quanto altro dovrà subire a capo chino?

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