La decisione delle autorità militari di Washington di trasmettere in diretta streaming la condanna a morte per fucilazione di Nidal Hassan, l’ex maggiore dell’esercito responsabile della strage di Fort Hood del 2009, suscita un’accorata e profonda riflessione che parte dalla Calabria. A sollevare il dubbio etico sull’iniziativa è monsignor Francesco Savino, vescovo della diocesi di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
Richiamando la propria esperienza pastorale sul territorio calabrese, Mons. Savino ha evidenziato le insidie di un concetto distorto di giustizia: “Vivo in una terra ferita dalle mafie e conosco bene la domanda di pene esemplari che sale da chi ha subito un torto”. Tuttavia, il presulato ha rimarcato il confine che le istituzioni devono sempre mantenere: “La giustizia però si riconosce dalla distanza che tiene rispetto al delitto che punisce”.
Il rispetto per le vittime e i rischi della TV del dolore
Nel ricordare il dramma delle famiglie coinvolte nella strage di Fort Hood, costata la vita a 13 persone e con 32 feriti, il vescovo ha sottolineato il rispetto per chi attende da diciassette anni. Ciononostante, trasformare l’esecuzione in un contenuto mediatico rischia di distorcere la sofferenza: “Il rispetto per il loro lutto chiede di dire una cosa sola: una diretta offre un evento, e il lutto cerca altro”.
Monsignor Savino ha messo a confronto la folla delle esecuzioni pubbliche del passato con l’audience dei media moderni. Se un tempo la piazza era “un corpo riunito in un luogo, esposto allo sguardo dei vicini e capace di vergognarsi”, oggi la visione digitale risponde a logiche del tutto diverse: “Un pubblico collegato da casa si conta in visualizzazioni e resta anonimo”.
Il rischio più grave diventa così la mercificazione della morte: “Una esecuzione che diventa contenuto entra nella concorrenza per l’attenzione, e quello che entra in quella concorrenza finisce per essere confezionato in modo guardabile. Qui sta il passaggio che mi preoccupa più della fucilazione stessa”.
Il no al fine pedagogico: l’essere umano non è un mezzo
Il vicepresidente della CEI ha respinto nettamente la tesi del Dipartimento della Difesa statunitense, che ha tentato di attribuire alla trasmissione della condanna un valore educativo.
Per smontare tale impostazione, il vescovo di Cassano ha richiamato il pensiero filosofico di Immanuel Kant: “Kant, che la pena di morte la difendeva, ci ha lasciato la formula che smonta questa scena: un essere umano va trattato come fine. Un uomo ucciso per educare gli spettatori viene trattato come mezzo”.
Una deriva mediatica e morale che la voce della chiesa calabrese sintetizza così: “Tutto questo mi sembra una barbarie”.















