8 Agosto 2026
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Gratteri rivendica gli anni di Catanzaro: “Abbiamo fatto di tutto per rendervi liberi, vedremo se lo sarete tra qualche anno”

Tutto esaurito a Ricadi. Il procuratore di Napoli racconta la sua Calabria, la sfida su Vibo, il retroscena sull'aula bunker e omaggia Jole Santelli: "Fategli un applauso, era una persona per bene"

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Settecento persone, o poco meno, immobili ad ascoltare. L’anfiteatro di Torre Marrana, a Ricadi, pieno in ogni ordine di posto come raramente si era visto. E al centro della scena Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, che torna nella sua Calabria e trasforma un’intervista pubblica in un lungo racconto senza rete: memoria personale, lotta alla ‘ndrangheta, giustizia, politica, droga, tecnologia, scuola. A intervistarlo la giornalista Paola Bottero, nell’evento organizzato da Maria Teresa Marzano.

La scaletta, a un certo punto, diventa quasi un dettaglio. “Il repertorio mio è vasto. Voi mettete la monetina nel jukebox“, scherza Gratteri. Ed è esattamente quello che accade: una domanda apre tre strade, un ricordo ne richiama un altro, e il pubblico segue, ride, applaude, si ferma in silenzio quando il tono cambia. Alla fine arriverà anche la lunga fila per le firme e le dediche al suo libro.

“Vibo è stata la provincia più curata e attenzionata dal mio ufficio”

Il magistrato torna agli anni trascorsi alla guida della Procura di Catanzaro e parla di Vibo Valentia. “La provincia di Vibo è stata quella più curata, più attenzionata dal mio ufficio a Catanzaro“, dice. E spiega la scelta organizzativa che, nella sua ricostruzione, accompagnò quella stagione: “Ho messo quattro sostituti, ragazzi di altissimo livello, di altissimo profilo“. Poi rivendica il lavoro fatto insieme a magistrati e investigatori, respingendo la rappresentazione delle sue inchieste come una sequenza di fallimenti. Ricorda di essersi battuto per avere sul territorio vibonese investigatori di primissimo piano, tra carabinieri, polizia e Guardia di finanza. “Abbiamo fatto cose importanti. Mi hanno calunniato, mi continuano a diffamare, c’è chi dice che non abbiamo fatto nulla. Vediamo tra pochi anni se vi sentite più sicuri e più liberi rispetto a quando c’ero io. O se stavate meglio prima che arrivassi io con i miei colleghi“. Gratteri tiene a togliere il racconto dalla dimensione dell’uomo solo al comando: “La Procura è un lavoro di squadra e tutti assieme abbiamo fatto quelle cose. Abbiamo potuto sbagliare ma io vi dico che tutto il possibile, tutto quello che abbiamo potuto fare, l’abbiamo fatto“. E nel bilancio inserisce anche la risposta della società civile: “I cittadini della provincia di Vibo hanno fatto la loro parte, perché noi abbiamo avuto molta gente che ha denunciato, molta gente che ha collaborato“. Per Gratteri il meccanismo è semplice: quando il cittadino avverte che lo Stato c’è davvero, trova il coraggio di esporsi. “Se si rende conto che c’è una squadra, che c’è una struttura, che c’è una rete, la gente si incoraggia e parla“.

Catanzaro, gli anni degli attacchi e quella squadra “più unita”

Il ritorno in Calabria diventa inevitabilmente anche un ritorno a Catanzaro, la Procura che Gratteri ha guidato prima del trasferimento a Napoli. Il ricordo non è soltanto giudiziario. È umano. “A Catanzaro eravamo più uniti perché venivamo attaccati“, racconta, descrivendo una struttura molto più piccola di quella napoletana e per questo capace, a suo dire, di sviluppare rapporti quotidiani più stretti. “Ci guardavamo, sapevamo che eravamo tutti dalla stessa parte e quindi si è creata anche una forte amicizia, affetto, stima“. Poi la sintesi di quella stagione: “Abbiamo costruito un modo di essere, un modo di vivere, un modo di fare indagini, un modo di fare inchieste. Abbiamo alzato leggermente il tiro“. Il riferimento è alle indagini condotte contemporaneamente sui diversi territori del distretto: Vibo, Crotone, Catanzaro e Cosenza. Un lavoro che Gratteri continua a difendere anche quando parla di certa narrazione pubblica sulle sue inchieste: “C’è anche la narrazione che tutte le indagini di Gratteri siano dei flop. Io vorrei sapere perché le carceri della Calabria purtroppo sono piene …“.

La nuova Procura: “Andai da Delrio e chiesi 7 milioni e mezzo”

Poi arrivano i retroscena. Il primo riguarda la nuova sede della Procura di Catanzaro, ricavata nell’ex ospedale militare. Quando si insediò, racconta Gratteri, “pagavamo a Catanzaro 800 mila euro di fitto“. Da qui l’idea: recuperare l’immobile, un antico convento del Quattrocento rimasto inutilizzato per anni. “Quando mi sono insediato ho detto: ma perché non costruiamo una Procura nuova? Mi avevano detto che c’era l’ospedale militare che era chiuso da dodici anni. E io ho detto: perché non la facciamo lì la Procura? Era un convento del Quattrocento, bellissimo“.

Gratteri racconta di essere andato personalmente a Roma dall’allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio: “Ministro, mi servono sette milioni e mezzo per fare la Procura nuova“. Poi il risultato, rivendicato con orgoglio: “In quattro anni e mezzo, in pieno Covid, abbiamo costruito la Procura di Catanzaro, che è bellissima“. Non solo uffici. Gratteri ricorda il chiostro aperto anche a concerti e convegni, quasi a voler sottolineare un’idea di palazzo di giustizia non separato dalla città.

L’aula bunker e la telefonata a Jole Santelli: “Se serve per i processi, è gratis”

Il secondo retroscena è ancora più personale e porta alla nascita dell’aula bunker di Lamezia Terme, realizzata nell’area della Fondazione Terina per ospitare i grandi processi del distretto, a cominciare da Rinascita-Scott. Gratteri ricostruisce una riunione a Roma con l’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, i dirigenti ministeriali e le istituzioni locali. Sul tavolo, racconta, c’erano sei ipotesi e nessuna appariva praticabile. A quel punto gli torna in mente il capannone della Fondazione Terina e decide di fare una telefonata alla presidente della Regione Jole Santelli.

Prima di proseguire si ferma e chiama in causa direttamente la platea: “Perché non fate un applauso a Jole Santelli? Una persona perbene“. L’applauso arriva, forte. Poi racconta la risposta che ricevette dalla presidente: “Mi ha detto: se serve per il processo, per fare i processi, è gratis, non voglio niente“. Da lì la corsa contro il tempo. “In quattro mesi e mezzo abbiamo svuotato questo capannone e costruito quest’aula bunker, che era l’aula più grande al mondo. Sono mille posti a sedere a distanza Covid“.

Dark web, mafie e la stoccata a Nordio: “Con questo telefono chi devo pedinare?”

È però parlando dell’evoluzione della ‘ndrangheta che il racconto diventa quasi una lezione di investigazione. Per Gratteri le mafie non sono un corpo estraneo: cambiano insieme alla società e si appropriano degli stessi strumenti tecnologici usati dall’economia legale. Oggi, sostiene, la frontiera è il dark web. Lo spiega con un’immagine comprensibile a tutti: internet è la superficie del mare, il dark web sono le profondità. Un “supermercato” virtuale nel quale, secondo il procuratore, si possono comprare dati rubati, armi e droga. “Io posso anche comprare duemila chili di cocaina con questo sistema stando seduto su questa poltrona. Faccio arrivare chiavi in mano duemila chili di cocaina davanti alle porte di Rotterdam e li pago con moneta elettronica“.

È a questo punto che arriva la stoccata al ministro della Giustizia Carlo Nordio e alle sue posizioni sulle intercettazioni: “E se io posso fare questo seduto, mi viene in mente il ministro Nordio quando parlavamo di intercettazioni. Diceva: “Bisogna tornare ai pedinamenti come negli anni ’50”. Ma se io ti sto dicendo che con questo telefono io posso fare questo, chi mi devo pedinare?“.

Il punto, per Gratteri, è il divario tecnologico che rischia di lasciare gli investigatori un passo indietro. “La polizia giudiziaria italiana è considerata tra le due-tre migliori al mondo. Oggi però questa affermazione incomincia a scricchiolare“. E precisa che la responsabilità che indica viene da lontano: “Chi ci ha governato negli anni, non questo governo, prima, non ha avuto una visione di dove stavano andando le mafie, di qual era il futuro tecnologico“.

Il risultato, nella sua analisi, è un ribaltamento dei rapporti con alcune polizie straniere: un tempo erano gli investigatori italiani a dettare tempi e tecniche; oggi, racconta, tedeschi, francesi e olandesi riescono a penetrare piattaforme criptate e a passare migliaia di file alle autorità italiane. “Per me è umiliante, perché io so chi eravamo“. La ricetta: più tecnologia, più formazione e soprattutto giovani informatici, “hacker buoni” da portare dentro le forze di polizia.

“Gli errori giudiziari? Facciamo anche la giornata degli errori politici”

Gratteri introduce poi un’altra provocazione, partendo dalla recente iniziativa dedicata agli errori giudiziari. “L’altro giorno hanno approvato la legge della giornata sugli errori giudiziari, va bene. Ma perché non facciamo anche la giornata sugli errori politici?“. E porta un esempio che tocca direttamente anche la Calabria e la sua sanità: “Noi dieci anni fa, sette anni fa, otto anni fa sapevamo che oggi, 2026, sarebbero mancati i medici. Oggi stanno venendo i medici dall’Albania, stanno venendo i medici da Cuba. Ma scusate, se noi dieci anni fa sapevamo che sarebbero mancati i medici nel 2026, questo non è un errore politico, di strategia politica?“. La domanda diventa ancora più scomoda: “E chi è che paga oggi? A chi chiediamo il conto? Quale giornalista va a chiedere al ministro dell’epoca: “Senta, scusi, ma lei otto anni fa, sette anni fa non sapeva che nel 2026 non avremmo avuto medici?”“. Una mancata programmazione che, secondo il procuratore, presenta oggi il conto anche ai cittadini: “E oggi le liste d’attesa si allungano. Per tanti altri motivi, ma anche perché non ci sono medici“. Infine la battuta che strappa inevitabilmente la reazione della platea. Parlando dei test psicoattitudinali per i magistrati, Gratteri rilancia: “Bisogna fare i test psicoattitudinali? Giusto, ma facciamoli anche per i politici. Ora che ci troviamo, facciamo l’alcol test e il narcotest, così siamo tutti più tranquilli, no?“.

Fentanyl, cocaina e il paradossale “messaggio” alle mafie

Il capitolo più duro è quello delle droghe. Gratteri insiste su un tema che considera scivolato fuori dall’agenda pubblica, mentre cocaina e sostanze sintetiche continuano a produrre dipendenza e morte. Sul fentanyl usa volutamente un registro brutale, alternando allarme e provocazione. “Il fentanyl per fortuna ancora non ha investito l’Italia“, afferma, descrivendolo come una sostanza a basso costo e ad altissima pericolosità, la cosiddetta “droga degli zombie”. Poi il messaggio, dichiaratamente “tra il serio e il faceto”, rivolto ai trafficanti: “Non vi conviene entrare nel traffico del fentanyl e far arrivare il fentanyl in Italia, perché il cliente da fentanyl vi dura due anni, tre anni; il cliente da cocaina vi dura trenta. Quindi continuate con la cocaina anziché con il fentanyl“. La platea ride, ma il ragionamento immediatamente successivo non ha nulla di comico: il timore è che la sostanza possa diffondersi anche in Italia e colpire soprattutto i più giovani.

Agli insegnanti: “Portate gli studenti nelle comunità terapeutiche”

E proprio ai giovani Gratteri dedica uno dei passaggi più applauditi della serata. Prima riconosce agli insegnanti un ruolo decisivo, definendo il loro lavoro difficile, bellissimo e troppo poco valorizzato anche economicamente. Poi propone di cambiare, almeno per un anno, il modo in cui la scuola racconta la lotta alle mafie e alle droghe. “Parlate con i sindaci dei vostri paesi e fatevi dare i pulmini, quelli che portano i bambini a scuola, e portate una giornata i vostri alunni nelle comunità terapeutiche per parlare con i tossicodipendenti. Fate parlare i ragazzi con loro“. Gratteri racconta anche ciò che dice di sentirsi ripetere nelle comunità: “Procuratore, faccia di tutto per non far passare la legge sulla legalizzazione delle droghe. Non è vero che la marijuana non crea dipendenza, noi siamo partiti tutti con le canne e guardate come siamo ridotti“. E chiosa: “Di leggero c’è solo il nome“.

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