19 Luglio 2026
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Orgoglio e pregiudizio: oltre la sindrome di Calimero, la Calabria deve tornare a credere in se stessa

Per troppo tempo la regione ha finito per guardarsi attraverso i propri fallimenti, oscurando un patrimonio straordinario di storia, bellezza, talenti e opportunità. Il riscatto passa anche dalla capacità di superare l'autodenigrazione e riconoscere finalmente il proprio valore.

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Per decenni la Calabria è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso i suoi fallimenti. La cronaca nera, la criminalità organizzata, l’emigrazione, la disoccupazione, le incompiute, la sanità, le classifiche che la relegavano sistematicamente agli ultimi posti. Tutto vero. Ma mai tutta la verità.

Il problema non è stato raccontare i problemi. Il giornalismo ha il dovere di farlo. Il problema è aver raccontato quasi soltanto quelli, fino a trasformare un territorio complesso in uno stereotipo. Quando un pregiudizio si ripete per anni, finisce per sembrare un dato di fatto. E quando uno stereotipo viene accettato perfino da chi lo subisce, diventa un limite ancora più difficile da abbattere. La Calabria, forse più di ogni altra regione italiana, è stata vittima anche del proprio racconto.

Il primo nemico è l’autodenigrazione

Esiste un fenomeno tutto calabrese che altrove si incontra molto più raramente: la difficoltà a riconoscere i propri successi. Se una statistica ci colloca agli ultimi posti, diventa immediatamente una verità assoluta. Se invece un indicatore certifica che siamo primi per crescita del Pil, per incremento dell’occupazione stabile, per aumento dell’export o del turismo internazionale, allora scatta il sospetto: “Chissà come hanno fatto quella classifica”. È una forma di autodenigrazione che nessun’altra terra coltiva con la stessa ostinazione.

I veneti sono orgogliosi del Veneto. I toscani della Toscana. Gli emiliani dell’Emilia-Romagna. I trentini del Trentino. Noi, troppo spesso, siamo i primi detrattori della Calabria. Soffriamo della classica sindrome di Calimero.

La ricchezza che non sappiamo raccontare

Eppure poche regioni possono vantare un patrimonio simile. Ottocento chilometri di coste. Due mari. Tre parchi nazionali. La più grande concentrazione di vitigni autoctoni d’Italia. Una biodiversità che l’Europa ci invidia. Una storia che attraversa Magna Grecia, Bizantini, Normanni, Svevi, Aragonesi. Un patrimonio archeologico ancora in larga parte inesplorato.

Borghi medievali, montagne, foreste, prodotti Dop e Igp, una cucina che oggi conquista chef e guide internazionali. Non è retorica. Sono dati, fatti, risorse.

Dall’Africa del Nord alla California: il clima che il mondo ci invidia

C’è poi un patrimonio di cui perfino noi sembriamo ignorare il valore: il clima. Per esposizione geografica e condizioni ambientali, alcune aree della Calabria presentano caratteristiche che ricordano il Nord Africa, altre sono sorprendentemente simili alla California. È questa combinazione quasi irripetibile di sole, escursioni termiche, venti, terreni e biodiversità a rendere possibile la produzione di vini, agrumi, olio, bergamotto, cedro, cipolla rossa, peperoncino e decine di eccellenze agricole che il mercato internazionale comincia finalmente a riconoscere.

Non è un caso se sempre più aziende esportano nel mondo. Non è un caso se investitori stranieri guardano con crescente interesse alla nostra terra.

La Calabria delle partenze è diventata anche terra di ritorni

Per oltre un secolo abbiamo esportato persone. Medici, professori, ingegneri, ricercatori, imprenditori, cuochi, professionisti. Ovunque nel mondo esiste una comunità calabrese che ha dimostrato talento, capacità e spirito di sacrificio.

La domanda allora è inevitabile. Se i calabresi riescono a eccellere ovunque, perché dovrebbero essere incapaci soltanto nella loro terra?Forse il problema non sono mai stati i calabresi. Forse sono mancati contesti, infrastrutture, opportunità e, soprattutto, fiducia.

Orgoglio non significa propaganda

Attenzione però. Essere orgogliosi non significa raccontare una Calabria perfetta. La ‘ndrangheta esiste. La sanità continua ad avere ritardi enormi. Le infrastrutture sono insufficienti. I giovani continuano ad andare via. La burocrazia resta spesso un freno. Negare tutto questo sarebbe propaganda. Ma è propaganda anche raccontare soltanto il lato oscuro di una regione. L’equilibrio consiste nel denunciare ciò che non funziona senza oscurare ciò che funziona. È questo il compito del buon giornalismo.

Cambiare racconto per cambiare destino

Le parole costruiscono reputazione. La reputazione genera fiducia. La fiducia produce investimenti. Gli investimenti creano lavoro. Il lavoro trattiene i giovani. È una catena semplice, ma potentissima.Per troppo tempo la Calabria è stata raccontata da altri. Adesso deve imparare a raccontarsi da sola. Non con il vittimismo. Non con il folclore. Non con l’autocompiacimento. Con i fatti. Con i numeri. Con le eccellenze. Con la bellezza. Con il coraggio di denunciare i problemi e, nello stesso tempo, di rivendicare ciò che merita di essere conosciuto. L’orgoglio non cancella i difetti. Li affronta senza vergognarsi della propria identità. 

È questa la sfida più grande della Calabria: smettere di chiedere al mondo di cambiare idea e iniziare, finalmente, a cambiare l’idea che spesso noi stessi abbiamo della nostra terra. Perché nessuna regione può diventare davvero grande se continua a guardarsi con gli occhi dei propri pregiudizi.

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